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Alberto Moravia

Editore: Bompiani
Collana: Overlook
Anno edizione: 2010
Pagine: 1624 p. , Brossura
  • EAN: 9788845265457
Nel presentare questo libro, che raccoglie circa seicento recensioni di film italiani scritte e pubblicate da Alberto Moravia fra il 1944 e il 1990, Alberto Pezzotta annota giustamente: "Spesso i critici di mestiere hanno rinfacciato a Moravia di non essere uno specialista: gli strumenti che egli usa, infatti, non sono attinti dalla storia e dalla teoria del cinema. Ma non è neanche un dilettante, un critico 'di gusto', un semplice elzevirista, come tanti altri critici-letterati. Basterebbe un solo particolare linguistico a differenziare Moravia da scrittori-critici quali Marotta e Soldati: questi ultimi scrivono ostentando la prima persona, usano il pronome 'io' per ricondurre ogni giudizio, reazione, scatto umorale a un soggetto che sta a metà tra il personaggio autobiografico e la personalità pubblica. Moravia, invece, all''io' preferisce un 'noi' impersonale: nelle sue recensioni intende elevarsi al di sopra della parzialità del gusto individuale, per farsi guida e portavoce di una società, o perlomeno di una comunità di teste pensanti. L'ambizione è maggiore, ma segnala una dimensione civile e intellettuale spesso sconosciuta sia agli scrittori-critici sia ai critici specialisti e cinefili". Leggendo questi scritti (che non sono soltanto recensioni cinematografiche, ma qualche volta brevi saggi di costume, riflessioni intellettuali, osservazioni critiche generali), non v'è dubbio che l'analisi contenutistica e formale di un film va in profondità, esce dagli schemi consueti, senza per questo trascurare ciò che è proprio del linguaggio cinematografico. È come se Moravia, nel narrare il soggetto di un film e nel soffermarsi anche sullo stile del regista, sui pregi o difetti dell'opera, volesse al tempo stesso aprire uno spiraglio sulla società contemporanea, sui modi e sulle forme di una sua possibile rappresentazione, più ancora sui caratteri o sui limiti di una sua interpretazione.
In un'intervista, pubblicata su "L'Espresso" il 6 aprile 1975, Moravia diceva (lo ricorda Pezzotta): "La visione del film deve poter agire liberamente, come stimolo alla memoria, provocando una quantità di associazioni di pensiero (…) Il cinema è un esercizio ricco di metafore, dice una cosa e ne significa tante altre, ha rapporti con la cultura molto strani e profondi, molto più profondi che il teatro, ad esempio. In pratica vedere un film significa attraversare la foresta delle analogie e delle metafore che lo compongono". Ma già vent' anni prima, recensendo Gli egoisti di Juan Antonio Bardem sul medesimo settimanale (25 dicembre 1955), aveva scritto: "Un film si può vedere in due modi: per quello che ha voluto mostrarci e per quello che ci rivela (…) Ogni film porta in filigrana, per chi lo sa guardare, il rovescio di quello che ha voluto dire". In altre parole, sin da quando cominciò a occuparsi di cinema (come sceneggiatore, sia pure saltuariamente, a partire dal 1939) e a scriverne in qualità di critico (con regolarità, prima su "La Nuova Europa" a partire dal 1945, poi su altri giornali e infine su "L'Espresso" a partire dal 1955), certamente Moravia dimostrò nei confronti di questo moderno mezzo d'espressione un interesse non marginale, anzi. Come se, accanto alla letteratura e in forme diverse ma non meno efficaci, il cinema fosse per lui uno strumento "linguistico" (nel senso di una "lingua" con tanto di grammatica, sintassi e vocabolario) adatto a vedere, comprendere e rappresentare la realtà contemporanea. Naturalmente, la questione era poi quella di "decifrare" quella lingua, di coglierne tutte le sfumature. E ci pare che, nel suo lungo e intenso lavoro di critico cinematografico, egli l'abbia saputo fare.
In questo libro, come è detto chiaramente nel titolo, si parla solo di cinema italiano, trascurando di proposito tutte le numerosissime recensioni moraviane di film stranieri (e non sarebbe male che i curatori le raccogliessero e l'editore le pubblicasse). Ma proprio questa selezione ci consente non soltanto di ripercorrere i giudizi critici di Moravia sul nostro cinema, su questo o quel film, questo o quel regista; ma anche di ricavarne una "storia", un panorama di oltre quarant'anni di cinema italiano non soltanto nient'affatto superficiale, ma anche ricco di prospettive storiche e culturali, legato alle trasformazioni sociali e di costume, indicativo di un approccio non specialistico, e pertanto aperto a considerazioni critiche che possono esulare dai confini spesso ristretti della critica cinematografica tradizionale.
A Ossessione di Visconti, il primo film recensito, Moravia non risparmia le critiche ("Il principale difetto del film è quello di mirare ad uno stile, ad una maniera, ad un'estetica preesistenti; epperò di cadere talvolta nell'esornativo e nel formalismo"), ma coglie anche uno degli elementi portanti del capolavoro viscontiano ("La passione carnale dei personaggi è sentita dal regista con coraggiosa simpatia"; "A Luchino Visconti bisogna senz'altro riconoscere l'appassionata volontà di liricizzare fin nei più insignificanti particolari una materia per molti versi sorda e ingrata"; "C'è nel film un impianto robusto e il dramma erotico che ne è il centro è studiato e seguito con una forza insolita nel cinema italiano"). L'ultimo film che compare nel libro è Il sole anche di notte, dei Taviani, tratto dal racconto Padre Sergio di Tolstoj. Moravia ne racconta dettagliatamente la trama e poi scrive: "Ma perché l'abbiamo fatto? Perché ci pare che la fedeltà al testo originale così perfetta sia anche il limite di questo film, per molti versi notevole e riuscito, che però non ci commuove e soprattutto non riusciamo a sentire attuale, di quella attualità che è propria di ogni comporre creativo".
Ma Visconti e i Taviani, a leggere le recensioni dei loro film, non sono stati certamente i registi italiani che Moravia ha più amato. Ne ha ammirato i pregi, ne ha sottolineato i difetti, ma nella sostanza il loro cinema gli è parso meno coinvolgente, meno interessante di quanto poteva apparire a prima vista, o di quanto buona parte della critica cinematografica italiana sosteneva. Ben più vivi per lui, attraenti, aperti a un'interpretazione originale e stimolante della realtà contemporanea, i film di Federico Fellini o di Michelangelo Antonioni. Si legga l'ampia recensione del Satyricon ("Il contenuto, ovviamente, è quello solito di Fellini, quale lo ha già espresso nei suoi film 'realistici'. Ma, appunto perché il Satyricon non è un film realistico, Fellini questa volta sembra avere attinto più direttamente e profondamente al proprio inconscio. Vale a dire che Fellini, nel momento stesso che pronunzia l'addio elegiaco all'antichità vi localizza, quasi suo malgrado, tutte le sue nostalgie e i suoi terrori metafisici"); o quella, altrettanto ampia, di Zabriskie Point ("Eppure la novità del film, il suo carattere insolito stanno proprio qui: nella profezia. Il film è pieno di cose belle (…) Ma il punto di forza è pur sempre la fine dell'America, immaginata da Daria nel momento in cui si volta indietro a riguardare la villa del suo boss. Antonioni ha voluto rappresentare la disintegrazione della realtà, già avvenuta da tempo nella nostra cultura; e ci è riuscito").
Si potrebbe, anzi si dovrebbe (per cogliere appieno l'intelligenza e l'acutezza di molte recensioni riportate nel libro) continuare con citazioni e rimandi a questo o quel film, a questo o quel regista. Ci basti dire che, oltre a Fellini e Antonioni, anche Rossellini, Pasolini, Olmi, Ferreri, Bertolucci, Bellocchio, Rosi, per tacer d'altri, hanno avuto da Moravia un'attenzione critica di ampio respiro. Leggerne le recensioni significa spesso entrare nel vivo della loro opera, aprirne non poche prospettive interpretative. Così come sono interessanti gli scritti sul cinema in generale e soprattutto, per riassumere il carattere di "storia del cinema italiano" che questo libro potrebbe avere, l'ampio articolo Quando Fellini salì sul trono. Dieci anni di cinema in Italia pubblicato sul Supplemento dell'"Espresso" del 14 dicembre 1965, che è, appunto, una breve, succosa, intelligente, "Storia del cinema italiano". Gianni Rondolino

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    Nicola Intrevado

    31/10/2010 17.06.28

    Stiamo vivendo nel passato guardando a cio' che e' stato di noi, pensandoci a come eravamo: ascoltiamo vecchi dischi che il tempo ha reso classici persino troppo difficili da essere capiti dai ragazzi, leggiamo libri gia' letti e riletti e sottolineati da grandi colpi di matite, guardiamo film dei quali siamo in grado di ripetere all' unisono con i doppiatori, i dialoghi noti. La realta' odierna offre poco, molto poco, che val la pena ascoltare con gioia, leggere con curiosita' e interesse o vedere sul grande o piccolo schermo che sia, pertanto si vive di rimpianti e pianti culturali. E questo bel libro di Moravia parla di noi. Ogni settimana si leggeva l' articolo sull' ultimo film recensito da Moravia sull' "Espresso" e, ogni settimana la chiave di lettura su quanto si era visto o si pensava di andare a vedere, era nuova, era a volte: molto polemica, ma mai banale. Mai precedibile. Mai ovvia. Ricordi il Tabu' della guerra ? E, questo creava una accesa discussione che si trascinava per giorni, settimane, tutto il tempo che la cultura del momento avrebbe richiesto per dare valore alle ragioni del critico. Oggi siamo piu' poveri di tutto questo. Derubati di ogni qualita' nell' offerta culturale. Il cinema d'oggi offre lavori sconfortanti, nel migliore dei casi, banali, o remake di film gia' visti, poiche' neppure gli sceneggiatori abbondano di idee. Ma e' il segno dei tempi. Brutti tempi che questo libro ci obbliga a ripudiare con non poco sdegno. Tutto si poteva precedere ma, che avremmo rimpianto persino il Moravia critico che ci faceva arrabbiare era, davvero, imprevedibile, persino nella fantasia degli sceneggiatori di allora. Figuriamoci degli odierni !

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