Cinque quarti d'arancia

Joanne Harris

Traduttore: L. Grandi
Editore: Garzanti Libri
Anno edizione: 2010
Formato: Tascabile
In commercio dal: 14 gennaio 2010
Pagine: 405 p., Brossura
  • EAN: 9788811679431
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Descrizione

A volte, se lo decide il destino, il passato e il presente s'intrecciano e riaccendono sentimenti e paure che sembravano cancellati per sempre. Framboise Dartigen aveva solo nove anni quando gli occupanti nazisti arrivarono a Les Laveuses, il paesino sulle rive della Loira dove viveva con la mamma e i fratelli maggiori Cassis e Reinette. In quei giorni sospesi tra la fiaba crudele dell'infanzia e la tragedia della storia accadde qualcosa di terribile. Ora Framboise, che è ormai una donna matura, è tornata a vivere nella vecchia fattoria, ma in incognito. Il segreto di quegli anni lontani non deve assolutamente tornare alla luce.

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Recensioni dei clienti

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    Ellison

    15/04/2014 13:14:48

    Nn mi è piaciuto per niente ... Pesante !!

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    sweetbetbet

    08/03/2013 09:07:04

    dopo aver letto la saga di chocolat che non mi aveva entusiasmata granchè ho deciso di proseguire con l'autrice.che dire,secondo me è il miglior libro che ha scritto!particolare,per nulla scontato,con delle introspezioni psicologiche che fanno riflettere.mi è piaciuta l'ambientazione e quello che si può"sentire" e "vedere"leggendo..la harris è maestra nel coinvolgere i sensi. e la trama non lascia delusi,la storia resta...

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    Madame Selle 24

    24/09/2012 17:37:41

    Autore mai letto e nemmeno sentito. Ho comprato il libro perché mi ha colpito il titolo e la copertina. Un gialletto scritto bene, con stile sciolto e disinvolto. Non pesante, non scontato. Niente male per essere il suo primo romanzo. Romanzo d'esordio.

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    Marzia Bosoni

    15/06/2012 19:49:20

    Un libro insolito, che ho letto con piacere e ho regalato con convinzione. Non un capolavoro, ma ben scritto e ben strutturato. La protagonista non è la solita banale eroina brava e buona; no, è una figura realistica con un passato complesso e colmo di porte chiuse. La storia si dipana molto lentamente per permettere al lettore di viverla dall'interno, di sentirla sulla pelle, di abituarsi alla crudeltà e al dolore che segnano quasi ogni pagina. Non è un romanzo per chi cerca solo l'avventura, o il lieto fine o la giustificazione che permetta di riscattare i personaggi, ma è un racconto profondo, il racconto di una vita: non chiede di essere amato, ma solo di potersi raccontare.

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    Roberta

    30/12/2011 22:37:47

    Mi piace Joanne Harris..ho adorato "Chocolat", "Le scarpe rosse" e "Vino, patate e mele rosse", ma questo libro è veramente brutto!! La prima metà è totalmente incomprensibile e non si riesce a capire nulla della storia!! L'unica costante a fare da filo conduttore per tutto il romanzo è la cattiveria dei personaggi, a dir poco sconcertante.. Ho veramente fatto fatica ad arrivare alla fine..spero che gli altri libri della Harris non siano cosi!!!

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    vale

    02/07/2011 17:29:24

    diciamo che questo libro non mi ha entusiasmata. la storia scorre troppo lenta e che fatica arrivare alla fine. non mi è neanche piaciuta la protagonista, boise e la sua cattiveria gratuita nei confronti della madre. io lo sconsiglio

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    Roberta

    21/03/2011 15:42:21

    Profondamente delusa... Plinio il Vecchio diceva: "Non c'è libro tanto cattivo che in qualche sua parte non possa giovare"... Questo libro è la dimostrazione del contrario! Ho amato la Joanne Harris di "Chocolat", "Le scarpe rosse" e "Vino, patate e mele rosse" ma non c'è niente di quella magia e bellezza in questo libro. Non si riesce a capire niente della trama e dei personaggi fino a metà inoltrata...i presunti colpi di scena sono scontati e prevedibili e l'unico filo conduttore dell'intera vicenda è la cattiveria che accomuna tutti i protagonisti. Sicuramente uno dei libri peggiori mai letti!

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    ^sara^

    03/06/2010 14:32:58

    Non è la Harris di "Chocolat" o "Le scarpe rosse" ma forse la sua straordinarietà sta proprio nel fatto di essere poliedrica e di saper dare il massimo in ogni cosa lei racconti. Questa storia è uno scorcio di vita reale, passata, ma che non è mai stata dimenticata; e forse per questo ancora oggi commuove. Il sentimento di profondo odio lascia l'amaro in bocca, risulta addirittura eccessivo, ma forse è l'unico sentimento che bambimi privati di affetto autentico avrebbero potuto provare in quelle circostanze. La scrittura è fluida, sono vividi gli odori, i sapori e ben strutturati i personaggi. Inoltre, la descrizione del liquore di ciliegia, tra le prime pagine, l'ho trovata davvero sublime: ti lascia il suo sapore in bocca per tutto il resto del libro... Chi altri riuscirebbe a farlo se non la Harris?

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    Elisa

    18/11/2009 17:25:09

    "Cinque quarti d'arancia" mi ha lasciata con l'amaro in bocca. E non l'amaro che può lasciare un romanzo come "La fattoria degli animali" o "Se questo è un uomo"; è un amaro dovuto alla cattiveria che intride profondamente i personaggi del libro e alla generale insoddisfazione che la storia mi ha lasciato dentro. Francia, 1942. Un piccolo villaggio sulla Loira, una madre vedova con tre figli da crescere, e un giovane ufficiale tedesco sono i protagonisti della storia che la Harris ci racconta stavolta. Storia rivissuta nei ricordi di Framboise Dartigen, la più piccola dei tre fratelli, ritornata a Les Laveuses dopo circa cinquant'anni e in incognito per non risvegliare la memoria degli abitanti del paesino. La storia della Framboise adulta si intreccia con la storia della Framboise bambina, ma spesso tale intreccio non è gestito chiaramente dall'autrice e crea momenti di confusione durante la lettura. I personaggi sono assurdi, crudeli, privi d'amore: ci starebbe, la vicenda raccontata è una vicenda accaduta durante la Seconda Guerra Mondiale... ma le emozioni e i comportamenti dei protagonisti, soprattutto di Framboise, mi hanno trasmesso soltanto il senso di qualcosa di surreale. La descrizione del libro recita: "In quei giorni sospesi tra la fiaba crudele dell'infanzia e la tragedia della storia accadde qualcosa di terribile. Ora Framboise, che è ormai una donna matura, è tornata a vivere nella vecchia fattoria, ma in incognito. Il segreto di quegli anni lontani non deve assolutamente tornare alla luce." Con un preludio del genere mi sarei aspettata qualcosa di... terribile appunto. E invece questa terribile tragedia è stata... tutto fumo e niente arrosto. Prevedibile, di certo. E piuttosto una fatalità che una tragedia. Probabilmente le mie aspettative su questo romanzo erano ingiustificatamente alte dopo la lettura di "Chocolat" e "Le scarpe rosse", ma "Cinque quarti d'arancia" mi ha profondamente delusa.

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    mooneats

    17/07/2009 13:46:03

    ...stupendo finale per la "food trology" di Joanne Harris! Da leggere!!!

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    Angelica

    25/06/2009 14:03:29

    Non è stato all'altezza delle mie aspettative. A mio parere Joanne Harris può fare molto, ma molto più di questo. Un pò troppo cupo rispetto agli altri romanzi dell'autrice, ed è abbastanza difficile affezionarsi o immedesimarsi nei personaggi. Il suo stile però è impareggiabile, pieno di magia e di immagini fantastiche con rimandi ghiotti all'ambiente culinario.

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    Emy

    07/05/2009 09:47:13

    Mi aspettavo di più da questo libro,la Harris è una delle mie scrittrici preferite. L'unica nota negativa a mio parere è la cattiveria di Boise e del fatto che nascondesse le arance per far star male la madre.Il sentimento che unisce la famiglia è l'indifferenza.Nel complesso il racconto è scorrevole,anche se alterna passato e presente.Come sempre la Harris però ti sa catturare.

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    claudia

    22/11/2008 11:36:37

    terzo libro che leggo della harris e terzo capolavoro. magico e pieno di sensibilita e dolcezza in ogni sua parola e dettaglio. sono sempre piu colpita da questa autrice. complimenti vivissimi.

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    Arianna

    26/03/2008 10:08:03

    E' un libro delizioso, dalle cui pagine sembra si irradino i profumi della cucina di Mirabelle, il timo e la lavanda delle colline assolate, il placido scorrere della Loira. La tragedia è annunciata, incombe sin dall'inizio , l'ambientazione di per sè è drammatica,per il suo periodo storico, eppure le pagine volano ed una volta terminato il romanzo rimane un vuoto, perchè ormai i piccoli protagonisti, così selvaggi e bisognosi di affetto, ti hanno conquistato. Lo consiglio davvero.

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    Nicoletta

    25/12/2007 16:53:40

    Con "Vino patate e mele rosse" è il romanzo della Harris che mi è piaciuto di più. Bello il personaggio della vecchia-bambina e molto convincente il racconto dei sentimenti e di quel periodo storico in un paese di provincia. In pochi tratti ogni abitante ha un suo ruolo, una sua personalità, un suo destino.

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    Argante72

    07/09/2007 09:57:10

    E' il primo libro della Harris che leggo e devo dire che si è rivelato superiore alle mie aspettative. Molto accattivante. Originale la storia e bella la sua descrizione. Ben delineati i personaggi. Davvero piacevole!

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    Barbara

    27/02/2007 09:21:32

    Tra i libri della Harris letti finora, che pure non mi dispiacciono, credo che questo meriti una menzione particolare. Si parla sempre di piccole comunità di provincia, come in Chocolat, come ne La spiaggia rubata. Solo che qui non c'è quel pizzico di magia che era incantevole nel primo, nè si allude alla preservazione di un territorio dall'industria turistica, nè si descrive l'ottusità di provincia nei confronti del nuovo, ma si parla di sopravvivenza, di solitudine - di cucina, ovviamente - e della comprensione ritrovata a distanza di decenni, oltre la morte della prima, di una madre da parte di una figlia, quando questa, infine, comprende senza sorpresa di assomigliarle. E poi si parla dell'occupazione nazista in Francia, e si parla di plagio, e si parla della seduzione del male, in certo senso, dell'innocenza che può divenire delatoria in cambio di una arancia. Io credo che sia un buon romanzo, lo consiglio, vale comunque la pena di leggerlo.

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    SGM Stefy

    03/02/2007 16:04:12

    Come sempre Joanne Harris è in grado di catturare l'attenzione del lettore: belle le descrizioni dei luoghi, della vita familiare, del diario. Una storia che colpisce un po' meno rispetto a quella di "Chocolat", ma che vale la pena di leggere.

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    Sara

    27/01/2007 14:56:10

    Davvero un bel libro,molto affascinante! Le descrizioni ottime,dei paesaggi e dei sentimenti dei personaggi,catapultano nel piccolo paese accanto alle rive della Loira vicino a Framboise e la sua famiglia.

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    Annamaria

    27/05/2005 09:33:48

    Bello ma non il migliore.

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"Tagliare in quarti è facile, incidi lungo il centro, poi tagli ancora, ma questa volta avevo bisogno di ricavarne un pezzo in più, sufficientemente grande da bastare al mio scopo, ma troppo piccolo per essere notato immediatamente tra gli altri, un pezzo da far scivolare in tasca, per dopo..."

Se la lettura dei precedenti romanzi di Joanne Harris ha regalato al lettore momenti di grande leggerezza, di piacevole intima complicità, l'impatto con quest'ultimo volume della giovane scrittrice franco-inglese appare davvero diverso. È un libro drammatico, forte, che tocca e turba per la complessità e la ricchezza dei temi trattati.

La trama vede una protagonista sessantenne (che nel romanzo ha la funzione di narratrice) rievocare, con l'aiuto di uno strano album della madre, l'infanzia, la tragedia della guerra, un episodio oscuro e vergognoso di quel lontano passato e il travagliato rapporto che esisteva tra lei, i fratelli e la madre stessa.

Ritornare dopo molti anni al paese natale, ricomprare e ristrutturare la casa dell'infanzia, assumere il cognome del marito di cui era rimasta vedova così da non essere riconosciuta: bisogni irrinunciabili, di cui riuscirà a dare spiegazione a se stessa solo dopo aver ripercorso e narrato tutta la storia.

Tra le mani, mentre racconta, ha sempre il quaderno avuto come eredità della madre (unitamente ad un tartufo nero conservato in un grande barattolo): ricette, appunti, annotazioni, frasi troncate a metà e parole quasi senza senso diventano un puzzle da cui emerge, pagina dopo pagina, tassello dopo tassello, la figura di una donna per lei quasi sconosciuta, insieme alla sofferenza, all'amore e al tormento che, con forza distruttrice, la annienteranno.

Le ricette di cucina che erano state annotate su quei fogli, ora riprendono vita e diventano la chiave del successo della fattoria rimessa a nuovo che, con pochi tavoli e un gran numero di clienti, assume una fama tale da richiamare i giornalisti. Ma la ritrosia ad ogni forma di pubblicità, per paura di essere identificata e ricollegata alla lontana tragedia che viene dapprima solo accennata e poi, capitolo dopo capitolo, svelata al lettore, non difende la protagonista dall'avidità del nipote (figlio del fratello maggiore Cassis) che vorrebbe impadronirsi con propri scopi di quel vecchio quaderno. L'unica persona che ha un rapporto con Framboise (questo è il nome della protagonista) è un suo vecchio compagno di giochi, Paul, di poco maggiore di lei, innamorato fin dall'infanzia della piccola Reinette, la bella sorella di Framboise, diventata ora una povera demente rinchiusa in un istituto, senza più alcuna coscienza di sé e degli altri. Sono proprio i rapporti tra i tre fratelli, in cui ognuno svolge un ruolo ben preciso, e quelli tra loro e la madre, il primo tema portante del romanzo. I tre, orfani di padre, vivono la figura materna con la crudele incoscienza dei bambini. La durezza dei comportamenti della donna che si trova ad allevare da sola i figli e a condurre la fattoria, tormentata da violente emicranie contro le quali può combattere solo con pastiglie di morfina, viene dai bambini interpretata come disamore, tanto da renderla ai loro occhi una nemica da battere. E proprio Framboise, la prediletta, la figlia più amata (come anche dal diario emerge) troverà uno stratagemma per provocare alla madre le feroci emicranie che la costringono a letto così da avere la piena libertà di uscire: sono le arance, anche solo il loro profumo, che scatenano un dolore insopportabile alla donna, così la figlia conserva delle bucce d'arancia da mettere nel cuscino della madre quando vuole liberarsi da lei. La libertà di movimento serve alla bambina e ai suoi fratelli per intessere rapporti "di scambio" con i tedeschi: piccoli pettegolezzi sugli abitanti del villaggio in cambio di qualche regalo. Ottengono doni di poco conto però preziosi per dei bambini, così come preziose sono per i tedeschi le informazioni che ricevono da loro. Di certo non c'è nessuna consapevolezza da parte dei piccoli "informatori", così come non c'è coscienza dello stato di sofferenza in cui vive la madre.

Intervengono molti drammatici eventi fino alla tragedia che sgretolerà il nucleo familiare e bandirà la madre dal paese con l'accusa di essere responsabile dell'eccidio nazista che insanguinerà il villaggio.

Rievocare quei giorni e i sentimenti che hanno mosso gli eventi significa per Framboise anche elaborare l'angoscia che la domina e razionalizzare gli impulsi che l'hanno spinta al ritorno. La conclusione però apre a un nuovo sentimento, come a sottolineare che la vita non cancella mai del tutto la speranza. Questo intenso libro, lungo monologo della protagonista rivolto a un interlocutore che solo nel finale verrà rivelato, avvince e turba come spesso avviene quando sono dei bambini ad agire. Tanto più che questi bambini non vengono presentati dalla Harris come angeli innocenti ma, realisticamente, come inconsapevoli armi di malvagità. Così anche il rapporto tra Framboise e la madre può ricomporsi solo in età adulta, viziato com'è nell'infanzia dall'egoismo e dalla sete di libertà di una ragazzina. La violenza della guerra e la miseria da essa indotta appaiono ancora più brutali in quanto costringono ad azioni orrende le persone, stravolgono i rapporti, costruiscono mostri e distruggono il tessuto sociale.

A cura di Wuz.it


Le prime frasi del romanzo:

1

Quando mia madre morì, lasciò la fattoria a mio fratello Cassis, il patrimonio in cantina a mia sorella Reine-Claude, e a me, la minore, il suo album e un vaso da due litri con un unico tartufo nero del Périgord, grande come una palla da tennis, sospeso in olio di girasole che, una volta stappato, emana ancora il ricco profumo dell'umida terra del bosco. Una distribuzione piuttosto diseguale dei beni, ma in effetti Mamma era una forza della natura e concedeva i suoi favori come le pareva, senza lasciare intuire i meccanismi della sua logica stravagante.
E come ha sempre detto Cassis, io ero la sua preferita. Non che l'abbia mai dimostrato quando era viva. Per mia madre non c'era mai tempo per la benevolenza, anche se fosse stata il tipo. Non con un marito ucciso in guerra e una fattoria da mandare avanti da sola. Lungi dall'essere un conforto alla sua vedovanza, per lei eravamo un impiccio con i nostri giochi rumorosi, le lotte, i litigi. Se ci ammalavamo si occupava di noi con tenerezza riottosa, come se calcolasse il prezzo della nostra sopravvivenza, e l'amore che manifestava assumeva la forma più elementare: pentole da leccare, casseruole per la marmellata da raschiare, una manciata di fragole selvatiche raccolte dalla fila disordinata dietro l'appezzamento dell'orto e consegnate in segreto e senza sorriso in una piega del fazzoletto. Cassis era l'uomo di famiglia. E lei mostrava nei suoi confronti perfino meno dolcezza che verso noi altre. Reinette, la nostra Reginetta, faceva girare le teste già prima dell'adolescenza, e mia madre era ancora sufficientemente vanitosa da provare orgoglio per le attenzioni che riceveva. Io invece ero solo la bocca in più, non il secondo maschio che avrebbe ampliato la fattoria, e di certo non una bellezza. Ero quella che dava sempre problemi, quella in disaccordo, e dopo la morte di mio padre divenni astiosa e insolente. Magra e scura come mia madre, con le sue lunghe mani sgraziate e i piedi piatti, la bocca grande, probabilmente le ricordavo troppo se stessa, perché c'era spesso un che di tirato nella sua bocca quando mi guardava, una sorta di valutazione stoica, di fatalismo. Come se sapesse che sarei stata io, non Cassis o Reine-Claude, a tramandare il suo ricordo. Come se avesse preferito un tramite più consono. Forse fu per questo che mi lasciò l'album, allora privo di valore tranne per i pensieri e le riflessioni scribacchiate ai margini al fianco di ricette, ritagli di giornale e cure a base di erbe. Non un diario, non esattamente. Non ci sono date nell'album, né un ordine preciso. Le pagine erano inserite a caso, fogli sciolti rilegati in un secondo tempo con piccoli punti ossessivi, alcune pagine sottili come tuniche di cipolla, altre ritagliate da pezzi di cartoncino così da rientrare all'interno della sovraccoperta di cuoio consunto. Mia madre annotava gli eventi della sua vita con ricette, piatti di sua invenzione o interpretazione di vecchi cavalli di battaglia. Il cibo era la sua nostalgia, la sua festa, curarlo e prepararlo l'unico sfogo della sua creatività. La prima pagina è dedicata alla morte di mio padre - il nastro della sua Légion d'Honnoeur attaccato con uno spesso strato di colla alla carta sotto una fotografia confusa e una minuziosa ricetta di crêpes di grano nero - e trasmette una sorta di humour raccapricciante. Sotto l'immagine mia madre ha scritto a matita, in rosso: Ricorda: Raccogli i topinambur. Ah! Ah! Ah! Altre volte è più loquace, ma con molte abbreviazioni e riferimenti criptici. Riconosco alcuni degli avvenimenti cui fa cenno. Altri sono distorti per adattarsi alle necessità del momento. Altri ancora sembrano invenzioni belle e buone, bugie, cose impossibili. In molte parti ci sono passi di una scrittura minuta in una lingua che non riesco a capire. E voi spio o regalini. Oppure Cosce estero vedrò stortini. A volte una sola parola, scarabocchiata lungo la parte superiore o a margine della pagina, apparentemente a caso. Su una pagina, altalena in inchiostro blu, su un'altra gaultheria, canaglia, ninnolo in pastello arancione. Su un'altra, di nuovo quella che potrebbe essere una poesia, anche se non l'ho mai vista aprire un libro che non fosse di ricette.