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Traduttore: R. Bianchi
Editore: Einaudi
Anno edizione: 1999
Formato: Tascabile
Pagine: 629 p.
  • EAN: 9788806143152

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recensioni di Corona, M. L'Indice del 2000, n. 03

Già la sola idea di tradurre integralmente i diciottomila ispidi versi di Clarel, andando oltre gli assaggi limitati ma per nulla casuali di Elémire Zolla (Einaudi, 1965; Adelphi, 1993), porrebbe Ruggero Bianchi nella esigua schiera degli audaci, se non addirittura in quella eletta dei puri folli, come Clarel appunto. Ma che sia stato proprio lui a mettere in atto il temerario proposito non ci sorprende, anzi ci rassicura, giacché Bianchi è lo studioso italiano che, per aver tradotto l'intera opera narrativa di Melville (Mursia, 1986-93), ha più di ogni altro affondato le mani nella pasta densissima del linguaggio di questo grande, conquistandosi sul campo la massima competenza in merito.
Da questa lunghissima, tenace, rara devozione è uscito ora un lavoro egregio, una versione italiana di Clarel che si legge come poesia. Compiute tutte le necessarie operazioni di trasferimento, compensazione, spostamento ed equivalenza che una traduzione di poesia impone, Ruggero Bianchi ci offre un testo linguisticamente compatto, e dunque autosufficiente, che, lasciata cadere l'impossibile sfida della rima, scorre con una sua fluidità, con un suo ritmo, con un suo tono distinto. Risultato tanto più notevole in quanto Clarel è un testo composito, ibrido, erudito, fin scostante, per una piena comprensione del quale il curatore ha provveduto più di cento pagine di dottissime note.
Pubblicato nel 1876, Clarel. Poema e pellegrinaggio in Terrasanta viene appunto ispirato da un viaggio in Palestina compiuto da Melville vent'anni prima, fra il 1956 e il '57, gli anni che segnano, dopo il fallimento commerciale di Moby Dick e di Pierre, la rinuncia a una carriera di narratore, il ricorso a un impiego nella dogana di New York, e il ricorso alla poesia come scrittura pressoché privata. Unica eccezione Billy Budd, il suo racconto estremo, ancora non del tutto compiuto quando Melville morì.
Il viaggio in Terrasanta era stato concepito dalla famiglia, e in particolare dal preoccupato padre della moglie Elizabeth, anche come possibile terapia per uno stato di prostrazione fisica e psicologica che aveva colpito l'autore durante e dopo l'immane sforzo profuso in soli tre anni nella scrittura delle due opere "titaniche", metafisiche, che sembravano voler dar fondo all'universo. Hawthorne aveva osservato come Melville fosse incessantemente tormentato da un desiderio di fede e dall'incapacità di credere. In modo più laico e specifico, possiamo oggi parlare di un irrisolto conflitto fra un'eredità religiosa (calvinista) particolarmente rigida, e un'esperienza di vita sugli oceani che lo aveva portato fuori dai confini del Cristianesimo quali non sarebbe più riuscito a riadattarsi del tutto. Di qui il costante tormento metafisico ma anche la nevrosi sessuale, che avrebbe consegnato, in un sol colpo, l'angelicazione del desiderio e la sua esecuzione capitale alla figura emblematica di Billy Budd, il "bel marinaio" rinchiuso nel cassetto ben oltre la morte dell'autore.
In un quadro di tale natura, Clarel viene a rappresentare il pellegrinaggio della speranza e, al tempo stesso, della disperazione. Speranza nella sublimazione spiritualistica, e disperazione circa l'efficacia della medesima. Di qui il modello ideologico e dunque strutturale del poema, che è quello del viaggio: un viaggio alle fonti del Cristianesimo, alle origini di una elusiva e ipotetica Verità e di una sicura sofferenza. Anche su un altro versante tematico, quello della critica che Melville rivolge alla condizione politico-sociale degli Stati Uniti del tempo, tramontato nel sangue della Guerra civile il mito (puritano) dell'America come mondo nuovo e rigenerato, il viaggio in Terrasanta si configura come un movimento retrogrado verso Oriente, verso la negazione metafisica della Storia.
Clarel, "giovane americano sedotto dalla teologia", affronta dunque un pellegrinaggio nel corso del quale incontra un gran numero di figure emblematiche, dal locandiere Abdon, "Nero Ebreo", al mistico Neemia, al giovane e appassionato italiano Celio, all'angelica Ruth, a sua madre Agar, a suo padre Nathan, a Rolfe e Vine, e così via. Una teoria di figure talvolta rutilanti e corpose (il Banchiere, II, 1, La cavalcata), ma più spesso ombre consumate dal proprio vagare, dal solitario interrogarsi, da improvvise fiammate di passione che si estinguono in un silenzio stremato (II, 27, Vine e Clarel). Il viaggio ridurrà infatti anche Clarel al silenzio, al solo colloquio con se stesso (I, 32, Rama), ultima forma di comunicazione possibile in un mondo inquinato dalla falsità.
Partirei invece proprio dall'idea del silenzio come scacco per indicare in Clarel la testimonianza più massiccia del ruo-
lo negativo che l'eredità religiosa puritana ha esercitato nella vita e nell'opera di Melville, tanto più fortemente quanto meno Melville è riuscito a far proprie altre risposte atte a sciogliere il nodo cruciale della sessualità come fondamentale rapporto con sé e con il mondo. Dopo le opere dell'esordio, giovanilmente curiose e golose (Typee e Omoo), in cui la sessualità e la sensualità conquistano uno spazio almeno parzialmente positivo - solo però grazie a un'indispensabile dislocazione nel mondo pagano, pre-lapsario della Polinesia -, l'antica e plumbea eredità cristiano-puritana si fa risentire in Mardi, e poi nel resto dell'opera melvilliana, contrastando strenuamente le aperture che le esperienze di marinaio oceanico avevano prodotto nella consapevolezza dell'autore e continueranno a produrre nella sua opera, da Redburn fino a Billy Budd, attraverso Giacchetta bianca e Moby Dick e la "rustica ciotola di latte" avvelenato di Pierre. Strappandolo decisamente alla sua antiquata e ingombrante cornice ideologico-religiosa ma valutandolo tuttavia come pezzo d'epoca, a Clarel ci si può forse accostare oggi come a un immenso arazzo preraffaellita, attraente in alcuni suoi cammei sfolgoranti, in certi suoi sfondi incantati (paesaggi desertici, "notturni" inquieti), in certe sue linee languidamente sinuose, magari un po' fuori tema, ma proprio per questo affascinanti, in quanto tracce del represso e del rimosso. E la bella versione di Ruggero Bianchi ci aiuta in questa lettura forse più dei legnosi versi di Melville, prodigioso narratore, coetaneo di Dickinson e Whitman, ma a loro del tutto impari come poeta.