Categorie

G. Enrico Rusconi

Editore: Einaudi
Anno edizione: 1999
Pagine: 372 p.
  • EAN: 9788806137700


recensioni di Portinaro, P.P. L'Indice del 2000, n. 02

Il rinnovato dibattito di questi ultimi anni sulla capacità, sulla volontà e sulla legittimità delle democrazie di far ricorso a quell'uso organizzato della forza che da sempre va sotto il nome di "guerra" ha riproposto nei suoi termini classici la questione del rapporto tra guerra e politica. Che tipo di leadership è richiesta per un'efficace e responsabile gestione del conflitto? Quali istituzioni per l'emergenza sono in grado di razionalizzare il circuito decisionale politico-militare? Come e in che modo la politica può esercitare la sua funzione moderatrice sulla dinamica che tende agli estremi della macchina militare? C'è l'incombere di questi interrogativi sullo sfondo dell'ultima prova, teorica e storiografica insieme, di Gian Enrico Rusconi.
La cellula germinale della ricerca era già tutta nel capitolo intitolato Politica e guerra: Clausewitz è caduto sulla Marna? di un ormai lontano libro dell'autore, Rischio 1914. Come si decide una guerra (il Mulino, 1987), in cui il riconoscimento delle "tensioni e ambivalenze interne" della teoria clausewitziana della guerra dava l'avvio a una riflessione che finiva per riaprire un caso storiografico. Il piano strategico con cui lo Stato Maggiore tedesco aveva iniziato la guerra nel 1914, ci si chiedeva, era stato pensato con o senza, in virtù di o contro Clausewitz? La risposta che ora viene fornita, sulla base di un notevole dispendio di ricostruzioni di un'opera, di un ambiente politico-intellettuale e di un'epoca, conferma quelle che nel precedente lavoro potevano apparire semplici ipotesi di ricerca. Vi si argomenta che la Weltmachtpolitik guglielmina, tesa a porre le basi geopolitiche per un imperialismo aggressivo, "è fuori dalla mentalità di Clausewitz. Ma è pur sempre la versione ultima della sindrome prussiana delle origini".
Il libro attuale non può certo essere ridotto a una sorta di archeologia intellettuale della controversia sulla responsabilità tedesca, ma va nondimeno letto collocandolo fra i contributi che quella controversia storiografica ha prodotto. Non a caso, infatti, si apre citando il passo di una lettera di Clausewitz al feldmaresciallo von Gneisenau (ottobre 1830), in cui, in riferimento alla rivoluzione di luglio che minaccia di tornare a destabilizzare, muovendo dalla Francia, l'equilibrio europeo, si palesa l'orientamento a inscrivere una "guerra preventiva" nel normale bagaglio strategico in funzione della sicurezza tedesca/prussiana. "Se nei primi giorni di agosto avessimo avuto a disposizione una forza armata di 150.000 uomini ai confini con la Francia, sarei stato indubbiamente dell'opinione di marciare senza indugi su Parigi, per schiacciare sul nascere il demone della rivoluzione e decidere l'intera faccenda a favore di un partito e di una prospettiva moderata, prima che il popolo francese potesse rendersene conto".
Ponendo mano a una biografia intellettuale che è al servizio della chiarificazione di un problema storico-teorico, Rusconi è consapevole del necessario scarto che alla fine dovrà permanere tra il contesto e l'opera. Ma la sua tesi, convincentemente argomentata, è che nessuna ricostruzione sistematica della teoria, per quanto rigorosa nell'anatomia dei concetti e virtuosistica nell'ermeneutica lessicale, si mostra in grado di sciogliere le ambiguità e risolvere le difficoltà concettuali che in essa ineriscono al rapporto tra guerra e politica. La dicotomia di guerra assoluta e guerra reale, la definizione trinitaria della guerra o la formula della guerra come "prosecuzione della politica con altri mezzi" non offrono, nemmeno alle interrogazioni più penetranti, il filo per uscire dal labirinto di un'opera che è rimasta enigmatica per tutti i suoi più acuti lettori. All'interno di una ricostruzione nella quale non sono solo le componenti propriamente militari, concernenti questioni di strategia e di tattica, a essere tematizzate, ma l'insieme delle analisi storico-politiche del teorico della guerra (dall'emergenza nazionale alle riforme istituzionali alle minacce del nuovo ordine), l'autore riesce nel non facile compito di dare una rappresentazione efficace sia dell'unità dell'opera sia delle sue discontinuità. Innanzitutto l'unità: negli scritti del 1808-12, in particolare nel Memoriale del 1812, individuiamo già i cardini della teoria - l'obiettivo dell'annientamento, il primato della difesa sull'offensiva, il ruolo dei fattori soggettivi - che troverà elaborazione nel Vom Kriege, e le ragioni che faranno di questo non un ricettario militare ma un testo per chi, lavorando alla "grande strategia", "non può fare a meno di avere un'ottica globale e politica cui orientare" la guerra. Un testo, dunque, per l'educazione militare del Principe, laddove però, nell'età della rivoluzione nazionale, il Principe è divenuto un soggetto collettivo.
Ma anche le differenze, che riguardano il contesto storico, destinato a mutare enormemente nell'arco di quarant'anni - tra l'assedio di Magonza, dove nel 1793 aveva avuto il suo battesimo del fuoco e la crisi polacca del 1831 -, risultano altrettanto decisive. In uno scenario dominato dalla dissoluzione del Reich, in cui l'Impero si è disgregato in una somma di parti e in cui dunque la Germania "non è più uno Stato", il giovane Hegel poteva ben tessere l'elogio di Machiavelli e della sua spregiudicata politica di unificazione ("Una vita prossima alla putrefazione può essere riorganizzata solo con la più dura energia"); vent'anni più tardi, assumendo il punto di vista di uno Stato che è uscito vincitore da una drammatica prova e si è consolidato all'interno e all'esterno, il filosofo prussiano avrebbe guardato con ben altro distacco alla massima machiavellica del fine che giustifica i mezzi: all'eccezione era subentrata la normalità e al discorso della virtù quello del dovere. Un'evoluzione analoga, anche se meno risolta e pacificata, è riscontrabile anche nel pensiero di Clausewitz, che su Machiavelli, negli anni della mobilitazione nazionale, aveva indirizzato a Fichte una lettera anonima vibrante di pathos nazionale, e che nelle armi era giunto a identificare l'autentico deposito dell'eticità: "Se l'esercito prussiano non può legarsi allo stato senza perire con esso, se il crollo dello stato è inevitabile, penso che si possa contrapporre l'esercito allo stato e affermare che è più saggio affidare i diritti del monarca all'esercito che non legarli allo stato". È già anticipata in questa audace formulazione la decisione di rompere con la prudente politica della dinastia e di passare nell'esercito dello zar per poter continuare la sua lotta di liberazione nazionale, per poi rientrare nei ranghi con la Restaurazione e mettere mano a quella politica - "moderatrice"? - di costruzione della potenza prussiana che solo più tardi avrebbe dato i suoi frutti. Dove però la filosofia hegeliana era riuscita, nei limiti del filosoficamente possibile, a costringere l'epoca dentro al sistema, nel caso del teorico della guerra l'epoca più fortemente irrompe nel sistema, proiettandovi le sue ombre e le sue ambiguità.
Clausewitz è dunque il patriota prussiano che vive fino in fondo le contraddizioni di un'esistenza storica ancora indecisa: troppo remota dalla politica di gabinetto del prerivoluzionario concerto europeo e troppo in anticipo rispetto alle condizioni entro le quali l'affermazione dell'egemonia prussiana sulla Germania sarebbe divenuta un'opzione reale. Il suo pensiero, inoltre, resta refrattario alle tradizionali classificazioni ideologiche con cui si è dato ordine alla politica europea dal XVIII al XX secolo: analogamente a quanto si può affermare per Hegel o per Max Weber, la sua opera è un ideale laboratorio di decantazione della specificità nazionale del pensiero politico tedesco. I tempi di una lettura di Clausewitz alla luce delle note di Lenin e dell'appropriazione rivoluzionaria della teoria della guerra assoluta, o delle innumerevoli interpretazioni novecentesche della "formula" - che ancora tanto occupavano la ricostruzione storica e le riflessioni critiche di Aron - appaiono ormai lontani. Il Clausewitz di Rusconi è un teorico più ambiguo di quanto molte ricostruzioni classiche abbiano saputo o voluto far apparire; è un riformatore deluso, il cui pessimismo dell'intelligenza finisce per rabbuiare ogni diagnosi; è un nazionalista frustrato e quindi niente affatto alieno alle radicalizzazioni; ed è un uomo che amaramente si congeda dal suo tempo in una lettera alla moglie del 29 luglio 1831, quando già infuria l'epidemia che nell'autunno, preceduto dal suo maestro Gneisenau e da Hegel, lo avrebbe portato alla tomba: "La stupidità prende piede dovunque, nessuno può fermarla, tanto poco quanto il colera. Almeno è una sofferenza più breve morire di questo anziché di quella. Non ti so dire con quanta bassa stima dell'umano giudizio me ne vado dal mondo".