La collana della regina

Alexandre Dumas

Traduttore: M. Bellini
Editore: Tullio Pironti
Anno edizione: 2001
In commercio dal: 30 novembre 2001
Pagine: 738 p., Brossura
  • EAN: 9788879372640
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    Massimo

    07/07/2007 11:03:57

    Mi aspettavo qualcosa del genere dei 3 moschettieri o del Conte di Montecristo e mi sono ritrovato davanti a decine e decine di pagine di melensaggini, di birignao, di personaggi assurdi che dicono cose ridicole. Lo ho smesso di leggere a meta` e lo ho dato via. Che delusione!

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    Ignazio

    06/12/2006 18:21:59

    Ho letto il libro dopo aver conosciuto il tanto celebre "affaire du collier" dalla stupenda biografia di Maria Antonietta scritta da Stefan Zweig. Incredibile, ma il romanziere cambia i fatti e finisce per renderli meno romanzeschi, inverosimili e assurdi della realtá! Non me lo sarei mai aspettato da Dumas. Specie poi con una materia semplicemente sconcertante come questa, che, se inventata per un romanzo, l'avrebbe fatto rifiutare da qualsiasi editore. Ed invece fa parte di una vicenda fra le piú coinvolgenti della storia, pur se non merita apparentemente l'attenzione dei testi "seri": io ne sono rimasto come incantato.

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Alexandre Dumas

La collana della regina

ed. orig. 1849-50, trad. dal francese di Marco Bellini,

pp. 738, euro 16,53,

Tullio Pironti, Napoli 2001

Al numero 1 di rue Saint-Claude, una stradina laterale nel quartiere della Bastiglia a Parigi, ancora oggi un targa avverte che quel palazzetto, di cui si intravedono le finestre sopra il muro del cortile, è stato abitato dall'avventuriero italiano Giuseppe Balsamo, ovvero il conte di Cagliostro, indovino, guaritore, esperto di scienze occulte. Un "ciarlatano", ma assai ricercato nel bel mondo della capitale alla fine del Settecento. La targa aggiunge che fu implicato, con l'ingenuo cardinale de Rohan, suo vicino, nell'"affaire du collier de la Reine": il romanzo di Alexandre Dumas padre , La collana della Regina , si apre appunto su una cena presieduta da Cagliostro che, dopo aver stupito con il suo presunto elisir dell'eterna giovinezza, esibisce diaboliche capacità divinatorie e predice, lo sguardo magnetico fisso sull'acqua come increspata di un bicchiere, la morte dei nobili commensali: "io leggo nelle tenebre". Sono presagi funesti, profezie sinistre di esecuzioni per arma da fuoco, di avvelenamenti, di impiccagioni, di teste tagliate, di condanne al patibolo. L'ultimo che vi salirà, sentenzia la voce sorda del mago, sarà il re di Francia: è una sera fredda dell'aprile 1784.

Scritto all'ombra del Quarantotto ("sappiamo cosa sono le rivoluzioni", si dichiara nell'avvertenza), questo gradevole romanzone prerivoluzionario, pubblicato a puntate su "La Presse", continua il Joseph Balsamo del 1849, dove Cagliostro, capo dei Superiori Sconosciuti, progetta con altri Maestri Illuminati un complotto massonico per screditare la monarchia. Strumento della macchinazione una collana, talmente preziosa da tentare persino la regina. Archiduchessa d'Austria, dalla reputazione storica rovinosa, la Maria Antonietta della finzione appare caritatevole, sollecita verso le condizioni miserabili del suo popolo - una folla urbana già tumultuosa - e intenta a districare le trame dei tanti nemici, per proclamare con coraggio, anche al re, la propria innocenza - alla quale Dumas sembra credere, come la sua biografa inglese, Antonia Fraser, che la ritrae tenera e "nata per obbedire" ( Marie Antoinette.
The Journey
, Weidenfeld & Nicolson, 2001). Ma la Regina è comunque donna, e dunque colpevole di frivola vanità, per palpiti inconfessabili di fronte al marziale ufficiale di marina de Charny (vita stretta, spalle larghe, gambe perfette, sguardo azzurro), e per il capriccio di quel costoso gioiello: "Allora, estrasse dall'astuccio una collana di diamanti così grossi, così luminosi e mirabilmente assortiti, che le parve di veder scorrere tra le splendide mani un fiume di fosforo e fiamme".

Le mani in Dumas sono rivelatrici del temperamento: quelle lunghe e nervose della regina denunciano un portamento fiero che rasenta l'arroganza altezzosa. Quelle paffute di Mlle de Taverney la suggeriscono perdente in amore e predestinata al chiostro. Quelle bianche e delicate della contessa Jeanne de La Motte Valois ne confermano, con la gamba slanciata e i piedi piccoli, la pretesa nobiltà, ma incrinano il suo ritratto rassicurante scaltri occhi neri e una modestia, che malgrado l'arte della recitazione, risulta fasulla. È la "cattiva", una insinuante, perfida vipera. Inganna e deruba la regina, seduce e manipola il potente cardinale de Rohan, ma a sua volta cade nella trappola di quel maestro della dissimulazione che è Cagliostro. La contessa povera e ambiziosa abita di fronte alla sua dimora, al quinto piano di una casa alta di rue Saint-Claude, e sfrutta la prossimità per perfezionare il suo piano criminale, di fatto studiato e indotto dal più accorto dirimpettaio. Da quella specie di soffitta mal illuminata, la figlia di una portinaia e di un discendente dei Valois, con astuzia e testarda applicazione, riuscirà ad arrivare a corte, per poi finire in prigione, ed essere marchiata a fuoco sul seno nella pubblica piazza.

Gli attori dello scandalo della collana, occupatissimi a manovrare i fili aggrovigliati dei loro raggiri, si muovono concitatamente - corrono i calessi e le carrozze - tra le strade fangose del Marais, sovrastate dal profilo massiccio, minaccioso della Bastiglia, e le alcove, i salotti mondani, i giardini compiacenti di una dorata, fragile Versailles. Scenari a forte contrasto di un intrico politico e narrativo, congegnato con ingredienti di sicura efficacia: rivalità tra gentiluomini, odi covati, duelli, vendette incrociate, inganni, equivoci, lettere compromettenti, pamphlet denigratori, crediti richiesti dieci anni dopo, ricevute false. E ancora, controfigure permettono pericolosi scambi di identità: una maschera cade lasciando scoperto il volto di una donna che assomiglia a un'altra; una soubrette impersona la regina; un truffatore recita la parte di un credibile ambasciatore. Quindi, gli arresti, il processo, le condanne, un matrimonio imposto e accettato per onore. L'amore sempre infelice fa sanguinare i cuori per gelosia, ardenti contatti fanno perdere la ragione, il tocco di una mano dà i brividi. L'amore è sofferta nostalgia: "un dolore acuto, incessante, crudele, il dolore di un ricordo che bruciava ancora, il ricordo di un rimpianto che lacerava".

"Dumas senza tramonto", scriveva Giovanni Macchia più di trent'anni fa. Sorprendentemente duratura è la fortuna dei suoi romanzi, pur "mal scritti", impudenti negli equilibrismi metaforici e nelle ardite similitudini, nelle "intemperanze stilistiche", nelle ridondanze e nei "dialoghi a cottimo" troppo lunghi, come insegna Eco. In più, sospettati di falso, di plagio, e relegati nella letteratura commerciale, che con disinvoltura manipola la Storia: i fratelli Goncourt definivano Dumas "il professore di storia delle masse". Ma il suo piacere di raccontare comunica quello felicemente regressivo di leggere. E di vedere in azione i suoi mitici avventurieri: sullo schermo, Isabelle Adjani ha da poco prestato il suo volto levigato e immoto alla regina Margot, Gerard Depardieu è appena stato in televisione un conte di Montecristo dalla fisicità invadente, i tre moschettieri sono approdati agli spot pubblicitari. Proprio una spregiudicata Jeanne de La Motte Valois reclama i suoi beni confiscati nel film americano, sontuoso e deludente, L'Intrigo della collana di Charles Shyer (2001, tratto da un paperback di Elizabeth Hand), in attesa del Conte di Montecristo: il piatto freddo della vendetta di Kevin Reynolds (il regista di Fandango ).

La recente biografia francese di Daniel Zimmermann (Phébus, 2002) è intitolata a Dumas le Grand che, in occasione del bicentenario della nascita, il prossimo ottobre farà il suo ingresso al Panthéon, degno ormai di riposare accanto ad altri "grandi uomini" e al coetaneo, amico e rivale, Victor Hugo.