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Cesare Pavese, Ernesto De Martino

Curatore: P. Angelini
Collana: Temi
Anno edizione: 1991
Pagine: 224 p.
  • EAN: 9788833905297

recensione di Cases, C., L'Indice 1991, n. 5

Pietro Angelini, che già nel 1980 si era reso benemerito con il saggio sulla "collana viola" su cui si fonda il capitolo a questa dedicato nel volume di Gabriele Turi su "Casa Einaudi" (Il Mulino, Bologna 1990), ha ora curato l'intero carteggio tra Pavese e de Martino. L'eccellente prefazione ricostruisce la storia dei loro rapporti senza indulgere se non in minima parte al tentativo di drammatizzarli. Perché la tendenza attuale, in un'epoca in cui non si litiga se non per tener desta la propria immagine nelle pagine dei giornali, è quella di esagerare i litigi del buon tempo che fu, quando gli uomini e le idee erano di carne ed ossa. Ma proprio per questo i litigi non erano niente di eccezionale e di irrazionale: erano forse testimonianze di temperamenti irascibili e di quella piccineria mentale che spesso alberga anche nelle menti più illuminate, ma avevano i loro aspetti positivi e spesso contribuivano a creare una dialettica delle idee. La collana viola non sarebbe sorta senza l'incontro di due uomini diversissimi, di cui c'è da chiedersi piuttosto come abbiano potuto collaborare fattivamente per parecchi anni prima di una resa dei conti che non può definirsi una rottura vera e propria e di cui non è possibile prevedere gli sviluppi se Pavese non si fosse suicidato. Tutto si svolge infatti nel giro di pochi mesi: le lettere più tese e irritate sono dell'ottobre-novembre 1949, in dicembre la corrispondenza, meno fitta, riprende su un piano più strettamente lavorativo, l'ultima lettera di Pavese è del 25 maggio, in giugno va a Roma per ricevere il premio Strega, in agosto si uccide. I dissapori echeggiano anche dopo la sua morte nella lettera di de Martino a Einaudi del 31 agosto, lasciata senza risposta dall'editore. Ma se si respinge la deplorevole teoria qui esposta per cui il "caso Pavese" sarebbe "un fatto pubblico" che ha a che vedere con la sua erronea concezione del mito e questa a sua volta con l'"involuzione culturale (e politica) della borghesia agonizzante", si può tranquillamente immaginare che il rapporto avrebbe potuto continuare tra alti e bassi.
Per quanto priva di tatto sia la lettera di de Martino a Einaudi, proprio la sua aggressività nei confronti del suicida recente mostra come lo studioso gettasse il cadavere sulla bilancia della propria crisi. Questo suicidio testimoniava secondo lui dell'impossibilità di rivitalizzare il mito se non come forma di evasione dalla "borghesia agonizzante". Il mito aveva diritto di sopravvivere solo dove continuava ad avere un ruolo di rifondazione della presenza, quindi in società arretrate, site al di là di Eboli, dove Cristo, come dicevano i cafoni a Carlo Levi, si era fermato. Come si potesse "scoprire un 'valore'" nelle fantasie dei primitivi, come voleva Pavese, de Martino, che pure questo valore aveva intravisto, non riusciva a capirlo. Quando l'amico gli mandò le moderne fantasie dei "Dialoghi con Leucò", de Martino non gli accusò nemmeno ricevuta. Stava lì la radice del dissenso.
Se infatti badiamo agli interessi e alle valutazioni della letteratura etnologica da parte dei due, le differenze non paiono essere affatto essenziali. Negli ultimi mesi ci si palleggia il nome di Eliade, ma sembra che sia più il "pettegolezzo romano" a rinfacciare a Pavese questo ed altri "criminali di guerra" che non de Martino stesso. Il quale non poteva certo gettare la prima pietra perché più si approfondisce la conoscenza dei rapporti (rimossi) di de Martino con il suocero Vittorio Macchioro (su cui, oltre ai fondamentali contributi di Riccardo Di Donato, è ora da vedere la ristampa di "Revival", la sintesi di storia del protestantesimo italiano dal Sismondi in poi di Giuseppe Gangale, curata da Alberto Cavaglion, Sellerio, 1991) e più ci si accorge che "Il mondo magico" non rappresenta soltanto, come era apparso a suo tempo anche a chi scrive, un temporaneo abbandono dell'impianto crociano del pensiero di de Martino, ma anche l'affiorare di uno strato anteriore a questo influsso e contrassegnato appunto dal nome di Macchioro e del suo grande amico Mircea Eliade. Per non parlare di altri "criminali di guerra" come quel J. W. Hauer il cui trattato sulle religioni era stato già raccomandato da de Martino nel 1942 con l'avvertenza che l'autore era "anche uno dei capi dell'attuale movimento neopagano in Germania", quindi un nazista militante. Eppure Hauer rispunta continuamente nel carteggio (anzi salvo errore è il nome più citato nell'indice dei nomi) e chi insiste per la pubblicazione è proprio de Martino, forse anche per ragioni familiari, poiché l'opera doveva essere tradotta da Vittorio Macchioro (e chissà che la traduzione non giaccia ancora in qualche sotterraneo di casa editrice), mentre Pavese ben presto nicchia accorgendosi che era difficile farla digerire al consiglio editoriale. Dunque quanto a interesse per i "criminali di guerra" i due si equivalevano. Del resto era naturale che studiosi del primitivo e ideologie reazionarie si attirassero a vicenda.
La questione era un'altra e cioè che de Martino era disposto a pubblicare qualsiasi "criminale" purché preceduto "da un'introduzione orientatrice che, segnalando i pericoli, operi nel nostro ambiente culturale come una sorta di vaccino definitivo". La vaccinazione valeva anche per i testi sovietici, verso i quali de Martino (socialista che stava passando al Pci) aveva un atteggiamento ambivalente, di simpatia generica e fideistica e di diffidenza nel concreto. Così in un libro di Kosven sul matriarcato lamentava la presenza di "giaculatorie" su Stalin che sarebbe stato "estremamente pericoloso" lasciar passare in un'Italia adusa agli incensamenti del Duce. Pavese era invece contrario a premettere "dieci pagine di 'mani avanti' e di proteste antifasciste", cui preferiva, per esempio nel caso di Frobenius, una "precisa notizia filologica", ciò che suscitava l'energica (e decisiva per l'incrinatura del rapporto) reazione di de Martino, che ribadiva la sua "ferma convinzione": "essere necessaria non tanto o non soltanto una presentazione pilatesca dei volumi della collana viola, o una semplice delucidazione filologica, ma piuttosto un'introduzione impegnativa che 'vaccini' dai pericoli e inquadri l'opera nel nostro ambiente culturale".
De Martino e Pavese erano entrambi tormentati dalla coscienza di non essere abbastanza marxisti, ma stando a questa preoccupazione di vaccinare tutto lo scibile quello che nutriva più paure era de Martino, il più ideologizzato e quindi quello con l'inconscio più ricattabile. Ma vedere in lui un succubo dei comunisti è ridicolo. Il suo minor margine di emancipazione dalle direttive dei partiti aveva piuttosto a che fare con determinanti individuali (che sarebbe lungo e difficile enucleare) e collettive. Scherzosamente Pavese, più seriosamente de Martino, entrambi alludono spesso a queste determinanti: de Martino era meridionale, aveva un rapporto più diretto con il mito, era un professore e ci teneva ad esserlo anche se l'accademia lo disdegnava, aveva quindi la mentalità dello scrupoloso funzionario statale che nell'editoria vede sia la possibilità di giovare ai propri studi e di diffonderli, sia un'integrazione del magro stipendio. Pavese è un piemontese che vive in una città industriale, quindi per lui il mito assume i connotati della natura perduta e la subordinazione ad essa, l'eterno ritorno, è sentito più come un'emancipazione che come una schiavitù. Casomai sente la schiavitù dell'attività industriale, tratta con malcelata ironia i romani che vivono di stipendi statali e che chiedono sempre soldi, incuranti delle alee dell'editoria e ignari dell'ascesi piemontese per cui la produzione è legata alla rinuncia. Pavese è seccatissimo dalle insistenze del corrispondente su questo punto (il pietoso Angelini ci avverte di risparmiarci 22 righe "di precisazioni economiche" in una lettera di de Martino!) e una volta sbotta: "Ho fatto il conto di quanto chiedi... [con questo] arriveresti quasi allo stipendio di noi interni... Per me chiedi troppo. Comunque, è nota la mia avarizia, e per questo motivo rifiuto d'or innanzi di occuparmi di compensi". Avarizia piemontese contro avidità napoletana: lo schema è noto. Ma per rendere giustizia a de Martino bisogna sottolineare anche l'aspetto moderno della sua insistenza: da una parte egli rivendica la dignità (anche economica) della propria opera, dall'altra per lui l'impresa della collana viola significa la rivendicazione di discipline bistrattate dalla cultura idealistica e di cui occorreva riconoscere l'autonomia, mentre per Pavese era soprattutto uno sforzo di riattualizzazione del mito. La differenza di partenza era insomma quella tra "l'etnologo e il poeta", come s'intitola una curiosa poesia scritta dal primo nel 1962 e pubblicata dall'Angelini insieme ad altri appunti su Pavese. Qui lo studioso prova "il gusto amaro / di una pietà troppo tarda / ed il rimorso / di una disattenzione impietosa / finché / povero Cesare / fu nel bisogno".
Rimorsi del genere, di non aver capito e aiutato, si provano sempre di fronte a un suicidio, anche se per de Martino ciò avviene con notevole ritardo. Ma anche allora la disattenzione continua nel senso che il pentimento riguarda un rapporto unilaterale: l'etnologo poteva dare, ma non ricevere dal poeta. Invece quest'ultimo, grazie alla sua esperienza editoriale e al suo lassismo ideologico spesso vedeva molto più chiaro di lui. Per de Martino, non toccato dalle straordinarie qualità stilistiche del "Ramo d'oro" di Frazer, il libro era soltanto "una cariatide annosa dell'ottusità etnologica", mentre Pavese non solo lo pubblicò, ma voleva farlo prefare da de Martino togliendolo a Cocchiara che aveva fatto la proposta e che sarebbe stato indennizzato con il Propp. Anche questo scambio ci sembra sensato, poiché Cocchiara era essenzialmente un folklorista. Ma sensata è in generale la politica di Pavese nei confronti dei collaboratori esterni. L'idea demartiniana dell'introduzione-vaccinazione urtava contro le realtà della cultura italiana. Chi doveva essere il vaccinatore? De Martino stesso, se possibile. Ma possibile non era e l'etnologo, anche in seguito al mancato riconoscimento accademico, non aveva allievi diretti come ne ebbe poi soprattutto in Clara Gallini. L'Einaudi proponeva il "lavoro collegiale", ma de Martino obiettava che se ciò significa "che alcune opere siano introdotte da Tizio e altre da Caio che non ha nulla in comune con Tizio", allora aveva "forti riserve su questo strano tipo di lavoro collegiale". Pavese ha buon gioco nell'opporgli con le debite cautele il fatto che i Tizi e Caii omogenei che vuole lui non esistono. "Tieni presente che le due esigenze - ambientare i testi nel 'milieu' idealistico italiano e accordarli con le velleità marxistiche dei nostri consulenti - sono di per sé quasi contradditorie. Sovente, disperato, io concludo che è meglio darli [i libri] nudi e crudi e lasciare che i litigi avvengano su riviste".
La contraddizione delle due esigenze era duella stessa presente in de Martino prima che in Tizio e Caio, e chi lo condusse alla cosiddetta riconversione a Croce. Che ne è oggi di queste controversie? Lo sforzo di de Martino di ancorare la sua scienza nell'attualità italiana è stato vanificato dalla distruzione del sostrato contadino, sicché l'etnologia tende a diventare da noi paleoetnologia, mentre prospera l'antropologia culturale. D'altra parte il mondo è stato occupato da miti che si accordano benissimo con la Tv e in cui Pavese ben difficilmente si riconoscerebbe. Resta lo stile, che rende godibile il carteggio anche a chi non s'interessi della collana viola. Più moderno e disinvolto nel piemontese, più culto e meditata nel napoletano, è eccellente e spiritoso in entrambi e forma il segreto anello di congiunzione tra le due anime attraverso tutte le incomprensioni. Dove sono i Tizi e i Caii che lo continuino?


recensione di Lanternari, V., L'Indice 1991, n. 5

Si danno almeno due possibili, differenti prospettive a chi si proponga di cogliere in profondo l'identità della "collana viola" Einaudi di studi etnologici, religiosi, psicologici, degli anni cinquanta-sessanta. Ci si può riferire alla collana come mero prodotto editoriale, dotato di proprie procedure organizzative, in vista d'un programma di politica culturale realizzato da una complessa direzione editoriale e scientifica. Oppure si può vagliare il ruolo effettivamente svolto dalla collana nella cultura italiana del tempo. Rispetto alla prima delle due prospettive, troveremo precise indicazioni ed esaurienti risposte nelle pagine del carteggio Pavese-de Martino. Dal rapporto epistolare tra i due direttori della collana - uno esterno, l'altro interno, con funzioni complementari: de Martino di consulenza scientifica, Pavese di delibera secondo concordati criteri editoriali - Angelini ha tratto, mediante un attento lavoro d'introspezione psicologica e di contestualizzazione storico-culturale, quanto basta per ricostruire un breve tracciato di storia culturale italiana intorno alle vicende particolari della collana. La travagliata vicenda della collana viola è per intero condizionata dall'incontro-scontro, nella medesima sede della casa Einaudi, dei due codirettori: ciascuna delle due personalità caratterizzata da ambivalenze, e l'una con l'altra in un complesso rapporto di latente conflittualità ideologica e temperamentale. Pavese diviso fra il gusto poetico dell'esotico, e un (da lui ammesso) richiamo al dominio della ragione; de Martino fiero teorico dell'anti-irrazionalismo, impegnato in una battaglia ideologico-culturale di sinistra, ma insieme strenuamente devoto alla valorizzazione culturale del magico e del religioso, tanto da suscitare gravi polemiche nell'ambito del suo stesso partito. D'altra parte le contraddizioni, i contrasti, le riserve mentali reciproche si coniugavano paradossalmente con una tendenziale comunanza d'interessi e d'intenti, almeno progettualmente. Di queste ambivalenze, intime in ciascuno e reciproche, offre chiara testimonianza la corrispondenza tra i due, e l'introduzione di Pietro Angelini le ha finemente enucleate. Ma v'è un'altra prospettiva possibile sulla cui base valutare la collana viola, rispetto al significato che oggi siamo in grado, storicamente, di riconoscerle, e alla funzione di rinnovamento culturale che con i suoi testi - al di là di varie incongruenze nelle scelte e di alcuni discutibili modi di presentazione attuati - essa riuscì ad attuare in un largo pubblico di lettori, e latamente nella cultura ufficiale. Fino a tutti gli anni quaranta, nella cultura italiana, lo strascico delle chiusure d'epoca fascista, dell'idealismo crociano, del perdurante positivismo e della pervasiva influenza cattolica era ben marcato. Inoltre le perplessità insorgenti nell'orizzonte della nostra cultura per il clima di guerra fredda e per la lacerazione tra una sinistra in fase d'intransigente dogmatismo ideologico e un galoppante imperialismo culturale americano, esercitavano un'azione frenante nei confronti di vari stimoli novatori, fuori d'Italia già emersi e in via di espansione. Particolarmente il campo delle discipline etnoantropologiche, psicologiche, sociologico-religiose, storico-religiose - che in Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti, Germania avevano già trovato modo di affermare una propria prestanza nel processo di mobilitazione del pensiero e del sapere - in Italia occupava spazi marginali nell'editoria e praticamente era misconosciuto nelle strutture universitarie e della pubblica istruzione. Per esempio, nel campo della scienza delle religioni, alla dotta e utile collana Zanichelli diretta da Pettazzoni si contrapponeva quella di studi religiosi ed esoterici di Laterza, mentre Bocca aggiungeva le sue opere mistico-occultiste, e Carabba lanciava la collana "Cultura dell'anima". Era il tempo, soprattutto, della teosofia, dell'oriente mistico, delle ispirazioni fideiste.
Con "Il mondo magico" di de Martino, che apriva nel 1948 la collana viola, una vera sfida veniva lanciata a livello di riflessione scientifica, all'intero assetto dei presupposti mentali, speculativi, culturali dominanti fin allora nelle nostre tradizioni. Poi l'apertura sistematica all'etnologia, allo studio dei miti, delle religioni primitive trattate come documenti culturali importanti, della magia vista come fatto sociale; inoltre la valorizzazione delle dinamiche culturali e sociali riguardanti popoli in via di trasformazione sotto l'impero dei colonizzatori ("Gli aborigeni australiani" di Elkin è illuminante): questi temi e documenti culturali segnavano la linea di rottura con la tradizione dell'umanesimo tradizionale verso il "nuovo umanesimo antropologico" auspicato da de Martino, intrudevano campi ignorati o inesplorati nel pensiero storiografico nuovo. Il significato primario, la funzione trascinante della collana viola rispetto alla media ed alta cultura italiana è quella di essersi imposta prestigiosamente e pionieristicamente come la prima collana istituzionalmente dedita alla diffusione di opere (tradotte per lo più, salvo nomi come Cocchiara, Pettazzoni, lo stesso de Martino, Toschi) che scendono nelle dimensioni fin allora "segrete" del pensiero e del sapere, e con precisi intenti scientifici e critici, non più partecipativi.
L'effetto positivo di rottura e di nuova apertura è indiscusso per la maggior parte delle opere scelte, malgrado le giustificate riserve pronunciate poi da de Martino, e che pur oggi valgono per alcuni casi (si pensi alla scandalosa introduzione di Giulio Cogni al "Cannibalismo" di Volhard). Del resto, le nuove scienze antropologiche, come allora anche oggi, realisticamente, se in generale aprono nuove consapevolezze critiche e le diffondono anche nel campo delle scienze umane tradizionali, d'altra parte con certi autori (si pensi a Castaneda, Clastres, a certa fenomenologia religiosa, ecc.), e per un pubblico incline all'esotismo, si prestano ad essere impiegate in senso irrazionalmente evasionista se non torbidamente oscurantista. Tuttavia, a correzione di rischi siffatti, già dal tempo della crisi della collana viola Einaudi pubblicava in varie altre collane opere antropologiche di larga apertura (Worsley, Casagrande, Lévi-Strauss) non senza nuove consulenze, di Raniero Panzieri e dello scrivente. Da allora l'uso di dare spazio a testi delle nuove scienze etnoantropologiche e storico-religiose si estendeva alle più diverse edizioni. È così che dagli anni sessanta si verificava un generale risveglio d'interesse di studi e conoscenze, con un radicale allargamento dell'orizzonte mentale e culturale.

recensione di Filoramo, G., L'Indice 1991, n. 5

Dei due corrispondenti della "collana viola", Ernesto de Martino continua a rimanere la figura meno studiata. Favorita dalla prefazione di Cesare Cases alla riedizione del 1973 del "Mondo magico", e dalla pubblicazione nel 1977 degli appunti sulla "Fine del mondo" a cura di Clara Gallini, la ripresa degli studi demartiniani sono oggi documentati nella preziosa rassegna bio-bibliografica curata da Mario Gandini ("Ernesto De Martino. Nota bio-bibliografica", "Uomo e cultura", 10, 1972, aggiornato in "Nota bibliografica degli scritti di Ernesto De Martino", "Studi e materiali di Storia delle religioni", 51, 1985 e in "La ripresa e lo sviluppo degli studi demartiniani 1974-1985", "La ricerca folklorica", 13, 1986). Continua a mancare una monografia d'insieme, che tenti di ricomporre la poliedrica attività dello studioso in un profilo unitario (il lavoro di P. e M. Cherchi, "Ernesto De Martino", Liguori, Napoli 1987, è in realtà un'analisi del rapporto dell'opera demartiniana, in particolare "Il mondo magico", con l'esistenzialismo, in particolare lo Heidegger di "Essere e tempo").
In occasione del ventennale della morte sono usciti due numeri monografici di riviste. Il primo ("Studi e materiali di Storia delle religioni" vol. 51) contiene, oltre a un intervento di Pietro Angelini sulla collana viola, confluito poi nella sua introduzione all'edizione Bollati Boringhieri del carteggio Pavese-de Martino, un'utile messa a punto di C. Milaneschi sugli interessi di de Martino verso il cristianesimo, con inediti appunti giovanili che risentono dell'influsso di Omodeo. Gli altri contributi, che rientrano nell'ambito della cosiddetta "scuola romana" di storia delle religioni, costituiscono un caso esemplare di tentativo di riappropriazione del pensiero di de Martino 'ad usum delphini': si veda il saggio programmatico di N. Gasbarro, "E. De Martino: microstoria di un "nostro"".
Nel secondo fascicolo monografico, "Ernesto de Martino. La ricerca e i suoi percorsi", a cura di Clara Gallini ("La ricerca folklorica", 13, 1986), l'accento cade sull'importanza del metodo etnografico demartiniano. Nell'appendice, oltre al già ricordato contributo bibliografico di Gandini sono raccolti materiali significativi dell'archivio de Martino relativi alla ricerca sul campo in Lucania e alla ricerca in Salento sul tarantismo.
Una maggiore attenzione verso il materiale inedito demartiniano costituisce forse l'aspetto più rilevante della fase recente delle indagini. Carlo Ginzburg, in un importante contributo ("Momigliano e De Martino" "Rivista Storica Italiana", C, 1988 pp. 400-13) utilizza alcune lettere di un inedito epistolario tra de Martino e Raffaele Pettazzoni, in possesso di Mario Gandini. A tutt'oggi inedito rimane il carteggio di de Martino con Pietro Secchia, custodito presso la biblioteca dell'Istituto Feltrinelli di Milano (e utilizzato senza riferimenti nel noto saggio di G. Galasso). Un epistolario particolarmente significativo è stato, infine, fatto conoscere da R. Di Donato ("Preistoria di Ernesto De Martino", "Studi Storici" 1989, pp. 225-46). Si tratta delle lettere che a de Martino indirizza, tra il 1930 e il 1939, Vittorio Macchioro. Esse gettano nuova luce sul periodo giovanile di de Martino, precedente l'incontro col Croce.
Di Donato ha anche curato la pubblicazione degli atti di un seminario su de Martino tenutosi a Pisa nel marzo 1987 ("La contraddizione felice? Ernesto De Martino e gli altri", Ets Pisa 1990). Il volume si segnala per una serie di contributi e di messe a punto sull'opera demartiniana, oltre che per due utili appendici contenenti il necrologio di Macchioro redatto da de Martino nel 1959 e una presentazione dell'opera dello stesso Macchioro a cura di Ludovico Rebaudo. A parte sta uno stimolante contributo di Arnaldo Momigliano, in cui vengono confrontate le coeve e parallele elaborazioni sul concetto di persona e di crisi della presenza in Banfi e de Martino, da Momigliano ricollocate nel più generale dibattito culturale dell'epoca.
Lo stesso Momigliano, in sede di bilancio conclusivo del seminario pisano, osservava: "C'è una zona di mistero, che va al di là della persona di de Martino e della sua posizione nell'idealismo italiano e coinvolge tutta la situazione religiosa. Qui Di Donato ci ha aperto nuovi orizzonti. La connessione da lui illustrata tra Macchioro e de Martino va valutata in tutta la sua profondità". Non rimane che augurarsi che le future indagini vengano incontro a questo auspicio, abbandonando quel tipo di studi caratterizzato da imbalsamazioni museali e destorificanti , da apologie 'pro domo sua', da conservazione in teca di reliquie di pensiero, dandosi, per converso, a quell'opera "magica" di ricostituzione delle 'disiecta membra' di uno studioso che per quanto contraddittorio meriterebbe pur sempre di sperimentare quella riunificazione dell'unità frammentata, che soggiace ai rituali e ai miti sciamanici a lui così cari.