Come prima delle madri

Simona Vinci

Editore: Einaudi
Anno edizione: 2004
Formato: Tascabile
In commercio dal: 16 marzo 2004
Pagine: 330 p., Brossura
  • EAN: 9788806168230

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    Gianni Olaredo

    31/08/2004 00:35:35

    E' una storia bellissima, triste e cattiva, poetica ma mai forzata. Una grande autrice.

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"Come è noto, oggi è possibile tagliare la catena delle istruzioni rappresentata dalla catena di nucleotidi che formano il Dna di una cellula per ricombinarne i pezzi con elementi ricavati da altre catene, e da qui formare nuove specie viventi (...). La possibilità di compiere questo genere di operazioni non deriva solo dal fatto che è possibile ricombinare senza confonderli i segmenti delle catene di acidi nucleici provenienti da specie diverse (...) ma soprattutto dal fatto che si possono rimuovere del tutto questi elementi informativi senza far perdere loro la coerenza e l'efficacia delle istruzioni che contengono". (Derrick de Kerckhove, L'uomo "letterizzato", in Origini della scrittura. Genealogie di un'invenzione, a cura di Gianluca Bocchi e Mauro Ceruti, Bruno Mondadori, 2002).

Sarà per il desiderio, inconfessato o inconsapevole, di colmare in qualche modo il debito conoscitivo nei confronti del pensiero forte di una rivoluzionaria genetica che la contemporaneità si lascia sempre più spesso sorprendere con le mani nel sacco della manipolazione e della ricombinazione dei segmenti delle catene esperienziali che animano il mondo. E quando quella contemporaneità agisca sulla sensibilissima pelle della letteratura è assai facile che a rispondere di questa azione, più che i microsegmenti delle catene espressive, siano i macrosegmenti delle catene dei diversi generi e sottogeneri che animano, e hanno animato nei secoli, la letteratura: smontati e poi rimontati altrove non tanto per una mera volontà di adesione a una ormai abusata e impronunciabile postmodernità, quanto per il perseguimento della logica perversa di un riuso che, nell'esibire in uno stesso libro-contenitore diverse identità narrative, pretende per l'appunto di conservarne intatte la coerenza e l'efficacia originarie anche dopo un'eventuale, ulteriore operazione di asporto.

È chiamata a rispondere delle ragioni di questa logica anche Simona Vinci, che dopo i raggelanti, torbidi orrori sfoggiati nella sua opera prima (Dei bambini non si sa niente, Einaudi, 1997) e gli amori "malati" passati in rassegna nella successiva raccolta di brevi racconti (In tutti i sensi come l'amore, Einaudi, 1999), getta ora il suo vitreo sguardo anatomico sui personaggi di questo suo ultimo, tripartito, Come prima delle madri, investiti da un feroce, sanguinoso conflitto che contrappone i bambini agli adulti (un conflitto che la scrittrice milanese, nel fortunato romanzo d'esordio, aveva fatto esplodere all'interno del branco dei giovanissimi adolescenti protagonisti, irresistibilmente attratti da perversioni sessuali molto più grandi di loro).

Tre generi, calati all'interno di altrettante storie, che si è tentati di mantenere distinti; tre storie, ritagliate in altrettanti generi, che si è tentati di far vivere parzialmente di vita propria: la storia del dodicenne Pietro, ancora inconsapevole, e di Irina, sua compagna di giochi; la storia di Tea, la madre assassina di lui, alcolizzata ed eroinomane, che sembra uscita da uno strip di Dylan Dog; la storia di Pietro divenuto, oramai, "consapevole". La prima storia fa molto, ma proprio molto, Bildungsroman dalla parte del giovane protagonista, seguito passo passo nella progressiva scoperta degli agghiaccianti segreti di famiglia. La seconda storia, in forma di amplissima finestra retrospettiva sull'adolescenza violata della giovane madre, fa invece molto romanzo d'appendice (con tanto di coda a effetto) dalla parte di lei. La terza storia, infine, che riprende il filo della prima, fa un po' cronaca partigiana e un po' romanzo storico autre, impiantato sull'altrove cinematografico vagamente filoamericano a cui rinvia certa recente narrativa di maniera.

A tenere unite le tre storie, oltre alla presenza dei tre personaggi principali e degli altri personaggi minori, potrebbe tornare utile l'unicità del punto di vista, che non è affatto, come qualcuno ha affermato, il punto di vista di Pietro o quello di Tea, ma il punto di vista di un narratore esterno alla storia che troppo spesso, per non rinunciare al distanziamento emotivo, si ostina a chiamare i due personaggi il ragazzo e la ragazza (nella retrospezione, altrimenti la donna) anche quando, con lo scorrere delle pagine, sono divenuti ormai familiarissimi all'occhio del lettore.

Una funzione di collante analoga potrebbe ben essere svolta dalla sintassi spezzata e asciuttissima, ("Ciao. Dice la Nina"; "No, senti, io non è che voglio fare domande, ma. Allora non farle, non le hai fatte fino adesso"; "La casa di cui hanno parlato. È la casa di L";), tanto cara a Simona Vinci fin dagli esordi, che interrompe talora il giro di una foderatura ("Forse, l'ha solo sognato. Forse";) e che si fa spesso carico delle tensioni di Pietro e di Tea, delle interruzioni subite dalle loro coscienze, dei loro silenzi, fatti di sguardi e di gesti, separati dal mondo circostante dalla cortina di ferro di una sostanziale incomunicabilità. Una sintassi implosiva che, ostacolando il flusso delle parole, rende in un certo senso necessaria, a parziale compensazione del non detto, l'apertura simbolica di una valvola di sfogo nell'atto del vomitare, non nuovo ai lettori di Vinci, in cui vengono talora sorpresi i giovani protagonisti.

Né la presenza dei medesimi personaggi, né l'unicità del punto di vista, né la scelta di una particolarissima sintassi franta sono però in grado di opporre resistenza a una tentazione separatrice troppo forte, soprattutto se si pensa alla smania analitica e ordinativa della stessa autrice. E non soltanto nel senso delle scelte sintattiche di cui si diceva. Simona Vinci, infatti, sulla straniante estrapolazione di nuclei, sezioni o particole da insiemi complessi ha costruito saldamente la sua poetica: siano essi dettagli, le sole cose ricordate dalla madre inquietante di Agosto nero, infanticida in potenza, o le prime cose osservate dalla giovane protagonista di un altro breve racconto (Il cortile) sul volto del suo maturo ospite-amante; oppure pezzi, come quelli, disposti in ordine sopra un bancone di macelleria, che la stessa giovane protagonista suppone che l'uomo guardi del suo corpo, altrove immaginato nell'atto di squagliarsi (Cose) o di andare in brandelli (Lettera col silenzio); o ancora sfumature, frammenti, cellule, atomi e quant'altro.

Una volta, però, che si sia assecondata le tentazione separatrice, si prende immediatamente atto che l'isolamento delle tre sequenze narrative indicate non può giovare all'economia della lettura, tutt'altro. E non è più tentabile, a questo punto, nessuna operazione di ricucitura. Quasi per vendicare le anime e i corpi notomizzati, la materia, inerte, non risponde più, non ha più vita. Il dubbio, però, è che non l'abbia mai veramente avuta, che sia vissuta della sola brevissima vita artificiale urlata dalla promozione editoriale (e dalla attraente immagine di copertina). Il resto, come diceva Amleto, è silenzio. Quel silenzio che, pure, tanto piace a Simona Vinci: perché "le parole portano via, trasportano, cambiano la percezione delle cose"; perché "una volta che le cose hanno acquistato un senso, lo stupore se ne va per sempre e tu sei perduto"; perché stare in silenzio "è pienezza, è condividere l'essenziale". Un silenzio che nell'occasione, fedeli al dettato dell'autrice, avremmo preferito vedere assicurato alla sorte, assai miglior sorte, di non essere riempito affatto.