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Editore: Einaudi
Anno edizione: 2004
Formato: Tascabile
Pagine: 330 p., Brossura
  • EAN: 9788806168230
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"Come è noto, oggi è possibile tagliare la catena delle istruzioni rappresentata dalla catena di nucleotidi che formano il Dna di una cellula per ricombinarne i pezzi con elementi ricavati da altre catene, e da qui formare nuove specie viventi (...). La possibilità di compiere questo genere di operazioni non deriva solo dal fatto che è possibile ricombinare senza confonderli i segmenti delle catene di acidi nucleici provenienti da specie diverse (...) ma soprattutto dal fatto che si possono rimuovere del tutto questi elementi informativi senza far perdere loro la coerenza e l'efficacia delle istruzioni che contengono". (Derrick de Kerckhove, L'uomo "letterizzato", in Origini della scrittura. Genealogie di un'invenzione, a cura di Gianluca Bocchi e Mauro Ceruti, Bruno Mondadori, 2002).

Sarà per il desiderio, inconfessato o inconsapevole, di colmare in qualche modo il debito conoscitivo nei confronti del pensiero forte di una rivoluzionaria genetica che la contemporaneità si lascia sempre più spesso sorprendere con le mani nel sacco della manipolazione e della ricombinazione dei segmenti delle catene esperienziali che animano il mondo. E quando quella contemporaneità agisca sulla sensibilissima pelle della letteratura è assai facile che a rispondere di questa azione, più che i microsegmenti delle catene espressive, siano i macrosegmenti delle catene dei diversi generi e sottogeneri che animano, e hanno animato nei secoli, la letteratura: smontati e poi rimontati altrove non tanto per una mera volontà di adesione a una ormai abusata e impronunciabile postmodernità, quanto per il perseguimento della logica perversa di un riuso che, nell'esibire in uno stesso libro-contenitore diverse identità narrative, pretende per l'appunto di conservarne intatte la coerenza e l'efficacia originarie anche dopo un'eventuale, ulteriore operazione di asporto.

È chiamata a rispondere delle ragioni di questa logica anche Simona Vinci, che dopo i raggelanti, torbidi orrori sfoggiati nella sua opera prima (Dei bambini non si sa niente, Einaudi, 1997) e gli amori "malati" passati in rassegna nella successiva raccolta di brevi racconti (In tutti i sensi come l'amore, Einaudi, 1999), getta ora il suo vitreo sguardo anatomico sui personaggi di questo suo ultimo, tripartito, Come prima delle madri, investiti da un feroce, sanguinoso conflitto che contrappone i bambini agli adulti (un conflitto che la scrittrice milanese, nel fortunato romanzo d'esordio, aveva fatto esplodere all'interno del branco dei giovanissimi adolescenti protagonisti, irresistibilmente attratti da perversioni sessuali molto più grandi di loro).

Tre generi, calati all'interno di altrettante storie, che si è tentati di mantenere distinti; tre storie, ritagliate in altrettanti generi, che si è tentati di far vivere parzialmente di vita propria: la storia del dodicenne Pietro, ancora inconsapevole, e di Irina, sua compagna di giochi; la storia di Tea, la madre assassina di lui, alcolizzata ed eroinomane, che sembra uscita da uno strip di Dylan Dog; la storia di Pietro divenuto, oramai, "consapevole". La prima storia fa molto, ma proprio molto, Bildungsroman dalla parte del giovane protagonista, seguito passo passo nella progressiva scoperta degli agghiaccianti segreti di famiglia. La seconda storia, in forma di amplissima finestra retrospettiva sull'adolescenza violata della giovane madre, fa invece molto romanzo d'appendice (con tanto di coda a effetto) dalla parte di lei. La terza storia, infine, che riprende il filo della prima, fa un po' cronaca partigiana e un po' romanzo storico autre, impiantato sull'altrove cinematografico vagamente filoamericano a cui rinvia certa recente narrativa di maniera.

A tenere unite le tre storie, oltre alla presenza dei tre personaggi principali e degli altri personaggi minori, potrebbe tornare utile l'unicità del punto di vista, che non è affatto, come qualcuno ha affermato, il punto di vista di Pietro o quello di Tea, ma il punto di vista di un narratore esterno alla storia che troppo spesso, per non rinunciare al distanziamento emotivo, si ostina a chiamare i due personaggi il ragazzo e la ragazza (nella retrospezione, altrimenti la donna) anche quando, con lo scorrere delle pagine, sono divenuti ormai familiarissimi all'occhio del lettore.

Una funzione di collante analoga potrebbe ben essere svolta dalla sintassi spezzata e asciuttissima, ("Ciao. Dice la Nina"; "No, senti, io non è che voglio fare domande, ma. Allora non farle, non le hai fatte fino adesso"; "La casa di cui hanno parlato. È la casa di L";), tanto cara a Simona Vinci fin dagli esordi, che interrompe talora il giro di una foderatura ("Forse, l'ha solo sognato. Forse";) e che si fa spesso carico delle tensioni di Pietro e di Tea, delle interruzioni subite dalle loro coscienze, dei loro silenzi, fatti di sguardi e di gesti, separati dal mondo circostante dalla cortina di ferro di una sostanziale incomunicabilità. Una sintassi implosiva che, ostacolando il flusso delle parole, rende in un certo senso necessaria, a parziale compensazione del non detto, l'apertura simbolica di una valvola di sfogo nell'atto del vomitare, non nuovo ai lettori di Vinci, in cui vengono talora sorpresi i giovani protagonisti.

Né la presenza dei medesimi personaggi, né l'unicità del punto di vista, né la scelta di una particolarissima sintassi franta sono però in grado di opporre resistenza a una tentazione separatrice troppo forte, soprattutto se si pensa alla smania analitica e ordinativa della stessa autrice. E non soltanto nel senso delle scelte sintattiche di cui si diceva. Simona Vinci, infatti, sulla straniante estrapolazione di nuclei, sezioni o particole da insiemi complessi ha costruito saldamente la sua poetica: siano essi dettagli, le sole cose ricordate dalla madre inquietante di Agosto nero, infanticida in potenza, o le prime cose osservate dalla giovane protagonista di un altro breve racconto (Il cortile) sul volto del suo maturo ospite-amante; oppure pezzi, come quelli, disposti in ordine sopra un bancone di macelleria, che la stessa giovane protagonista suppone che l'uomo guardi del suo corpo, altrove immaginato nell'atto di squagliarsi (Cose) o di andare in brandelli (Lettera col silenzio); o ancora sfumature, frammenti, cellule, atomi e quant'altro.

Una volta, però, che si sia assecondata le tentazione separatrice, si prende immediatamente atto che l'isolamento delle tre sequenze narrative indicate non può giovare all'economia della lettura, tutt'altro. E non è più tentabile, a questo punto, nessuna operazione di ricucitura. Quasi per vendicare le anime e i corpi notomizzati, la materia, inerte, non risponde più, non ha più vita. Il dubbio, però, è che non l'abbia mai veramente avuta, che sia vissuta della sola brevissima vita artificiale urlata dalla promozione editoriale (e dalla attraente immagine di copertina). Il resto, come diceva Amleto, è silenzio. Quel silenzio che, pure, tanto piace a Simona Vinci: perché "le parole portano via, trasportano, cambiano la percezione delle cose"; perché "una volta che le cose hanno acquistato un senso, lo stupore se ne va per sempre e tu sei perduto"; perché stare in silenzio "è pienezza, è condividere l'essenziale". Un silenzio che nell'occasione, fedeli al dettato dell'autrice, avremmo preferito vedere assicurato alla sorte, assai miglior sorte, di non essere riempito affatto.

Recensioni dei clienti

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    Alessandra

    11/12/2010 14.38.58

    Ho scoperto Simona Vinci da un mio carissimo amico, nonchè poeta/scrittore: Riccardo Corazza. Comprai il libro con una certa curiosità, ma stavo attraversando un periodo particolare della mia vita (la perdita di mia madre) e, leggendo le prime pagine del libro, mi resi conto che non era il momento di affrontare questo "viaggio" addentrandomi nella trama del libro, Con il rischio di un giudizio negativo piuttosto che positivo. Pertanto, lo accantonai per diverso tempo. I giorni scorsi, forse per fatalità, mi sono imbattuta casualmente nel libro e ho pensato che forse era un "segno" e ho iniziato la lettura di questo straordinario romanzo, ambientato nei luoghi dove io abito e risiedo. Ho assaporato ogni pagina del libro rivivendo a mia volta, i luoghi da lei narrati. Ho attraversato le infinite campagne arse dal sole cocente in estate e le infinite distese di campi ghiacciati e innevati in inverno. Ho camminato a ridosso del fiume, il mio rifugio dove l'acqua scorre a volte impetuosa, trascinando e cancellando ogni cosa, ma portatrice anche di bellezza e di nuova vita. Ho letto questo romanzo a piccoli sorsi, assaporando lentamente ogni momento, ogni frase, ogni storia, ogni personaggio. Ricordi di quello che i miei nonni mi raccontavano quando io, bambina, ascoltavo a ridosso del fiume. Storie di miseria e di una guerra sanguinosa, che contrappone i bambini e gli adulti con tanta ferocia. Tre storie nel romanzo della Vinci che si concatenano le une con le altre che , con estrema maestria, la Vinci sa narrare tanto che il lettore, con lo scorrere delle pagine, si accorge che i personaggi sono diventati ormai famigliari. Un romanzo dove si assapora ogni attimo con fulminea velocità, dove la gioia, il dolore e la tristezza, la giovinezza e la vecchiaia, la morte e la nascita, la guerra e la paura, rendono il passato uguale all'oggi e al domani: e che non è altro che il ritmo della nostra esistenza

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    samaran

    21/11/2009 01.57.47

    Ho appena finito di leggere questo libro e ne ho apprezzato lo stile raffinato ed incisivo. Tuttavia i caratteri descritti tra cui quello dello stesso protagonista non colpiscono a mio avviso il lettore infatti li ho percepiti distanti come elementi di secondo piano forse anche per l'assenza di dialoghi diretti. Emerge invece prepotente una natura aspra rifugio per uno sparuto e disperato gruppo di partigiani e depositaria di terribili segreti quali un cadavere e un diario rivelatore di atroci verità. Nonostante la storia abbia in sè tutti i numeri per coinvolgere il lettore e tocchi temi di grande interesse la percezione è quella di un romanzo irrisolto.

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    angela66

    01/05/2007 19.07.27

    libro di facile lettura: duro,crudele,affascinante...!la storia narrata è avvincente. il dilungarsi, però, in metafore a volte superflue, la descrizione troppo cruda degli eventi e l'uso eccessivo di parole "volgari ",adombrano e offuscano la narrazione ,rendendo la lettura a volte noiosa.

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    Anna

    12/03/2005 02.33.37

    Ma che dici, Francesco? Si può discutere tutto, anche l'Iliade... perché no? In ogni caso perché usare come termine di paragone l'Iliade? Non è fuori posto? oppure truccare le carte? Se la Vinci non è Omero e credo che neppure si sogni di esserlo, ha scritto un libro che genera odio e amore, come si può vedere dai giudizi su questa pagina. Questo lo trovo interessante, comunque, perché significa che genera emozioni molto contrastanti e da qualche parte tocca. Per quanto mi riguarda, attendo la Vinci al varco, cioè al prossimo libro. E' comunque un'autrice coraggiosa, che sta tentando strade inusuali alle nostre latitudini, e anche se non è Omero, gli affibbio il massimo.

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    Gianni Olaredo

    31/08/2004 00.35.35

    E' una storia bellissima, triste e cattiva, poetica ma mai forzata. Una grande autrice.

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    Francesco

    28/05/2004 15.11.46

    Mannò, Dario: da amare o da odiare sono i brutti libri, non quelli belli e meno che mai i grandi. Hai mai sentito qualcuno discutere l'Iliade? Certo che per amare i brutti libri, come questo di questa pessima scrittrice, di belli bisogna averne letti pochi. Un consiglio: ricomincia dall'Iliade.

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    Sara

    07/08/2003 13.50.25

    Molto deludente e troppo pompato. Non è certo un capolavoro.

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    Stefania

    25/07/2003 13.29.10

    Scrittura interessante: periodi brevi, scorrevoli, efficaci. Il libro può essere facilmente scisso in due parti. La prima, quella del collegio, triste, fredda, poco chiara. La seconda, dalla scoperta del diario di Irina in poi, avvincente e veloce. Le due parti sembrano frutto di una deviazione di percorso in corso d'opera. Nonostante meno riuscita, la prima parte aspira tuttavia a risultati di più ampio respiro, la seconda, più commerciale, non delude nè fa impazzire.

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    Poppy

    24/07/2003 12.38.25

    Se qn vuole leggere il libro senza nessuna fatica,questo libro e` per questo. Ho letto molti libri che sono migliori di Come...madri. :)

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    Elena

    17/07/2003 12.07.19

    Assai brutto per davvero!

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    Luigi

    03/07/2003 13.06.32

    Si è trattato per me di una splendida sorpresa. Certo, toni crudi, situazioni descritte a tinte forti. Però, rispetto al libro della Mazzantini di cui diceva una lettrice, trovo eccezionalmente avvincente e ricca di importanti temi narrativi quest'opera. Un libro assolutamente da non perdere, che mi sentirei di raccomandare caldamente anche ai più giovani.

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    Dario

    15/05/2003 03.51.58

    Da amare o da odiare. Come deve essere la grande scrittura.

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    ghilardi aldo

    11/05/2003 09.35.48

    emozionante,poetico ricco di significati per chi li sa cogliere. insomma da leggere

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    Alberto

    01/05/2003 03.53.50

    Simona Vinci è diventata "grande" e questo romanzo lo conferma, soprattutto nella seconda parte. Una favola cattiva, scritta con grande maestria, che invita al riscatto e al coraggio.

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    Teresa

    11/02/2003 10.01.25

    Promette molto .. ma poi mantiene poco, a mio parere. E la raffinatezza stilistica non è un pregio di per sé. Giunta al termine, ho chiuso il libro e, purtroppo, mi sono detta: "E allora?" E allora, nulla ... non ho "fermato" nemmeno un solo significato, non ho trovato qualcosa che resti. Tre giorni dopo, per caso, mi hanno chiesto com'era il libro, non ricordavo neanche più la trama. Mi spiace dirlo, ma ritengo il romanzo un bluff editoriale. Per una cifra analoga, molto meglio comprare "Non ti muovere" della Mazzantini: io l'ho trovato ricco di senso, scritto meravigliosamente, bellissimo. Vero.

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    Lory mondo

    09/02/2003 11.12.32

    scrittrice fin troppo raffinata e vituosistica, che ha molto da scrivere ma poco da dire. Non meraviglia che piaccia tanto al critico Giovanardi.

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    Bartolomeo Di Monaco

    06/02/2003 18.14.18

    Simona Vinci è una giovane narratrice che ha fatto molto discutere di sé, per il linguaggio crudo che adopera nel raccontarci le sue storie; quasi mai ci si è soffermati sulla sostanza dei suoi racconti che ella, nel presentare in una specie di stupito disvelamento la crudezza dei nostri tempi, non manca mai di nutrire con l'amore della sua specialissima sensibilità e anche, più di una volta, con la sua poesia. Tutto ciò avviene in questo libro in maniera stavolta inequivocabile per tutti, e non nascondo che mi fa piacere trovare conferma di ciò che avevo colto nelle sue prime e già notevoli prove narrative, di cui questa tuttavia diviene oggi la maggiore, magnifica e superba. Non è un caso che l'autrice riporti all'inizio una bella frase di Elsa Morante, dalla quale estrae il titolo. Infatti, allo sguardo del lettore appare subito un mondo certamente sospeso da qualche parte, ma non ancora qui sulla Terra, senza suoni, in cui compaiono e scompaiono esseri che sembrano ombre: Elide, Irina, Fosca, Nina. Tutto può essere realtà o sogno: difficile distinguere (ancor meglio si vedrà nell'avvio del capitolo ventiduesimo della prima parte - il libro è diviso in tre parti - con la ragazza Mina che in piena notte, con la neve dappertutto, va ad aiutare i partigiani, e più avanti col capanno vicino al fiume e il diario di Irina). In questa irreale sospensione, nascosto, in disparte, c'è il cadavere di un uomo dal cranio fracassato, e con un dente d'oro. Anche la madre del ragazzo è morta, con il corpo "vestito di fango verde". Una morte metaforica, vedrete, al contrario di quella dell'uomo. Poi il ragazzo, Pietro, vede comparire ad un tratto accanto a sé, in un letto collocato al suo fianco, all'interno di un collegio di adolescenti, Mattia. È vero che ha la febbre, ma la memoria sta muovendosi dentro di lui e tesse ricordi, immagini, sparse e disperse, finché un solo pensiero a poco a poco prende possesso della sua coscienza: il sentimento della morte. "Non è morto ma di certo sta per morire". Il ricordo continuo di Iri

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