Il commissario Soneri e la legge del Corano

Valerio Varesi

Editore: Frassinelli
Anno edizione: 2017
In commercio dal: 7 febbraio 2017
Pagine: 336 p., Rilegato
  • EAN: 9788893420174
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Descrizione
Valerio Varesi non si limita a scrivere noir serrati e coinvolgenti, che tengono avvinto il lettore fino all’ultima pagina, ma utilizza il genere per illuminare i luoghi più scuri e inquietanti della nostra società, e per svelarne le contraddizioni.
«Valerio Varesi scrive polizieschi che vanno oltre il genere.» - La Repubblica

«Il commissario annuì. Anche in quello aveva ragione il magistrato. Per la prima volta non gli serviva a nulla conoscere Parma. Gli attori erano piombati sul palcoscenico da altre compagnie e parlavano lingue sconosciute.»

Per la prima volta da molti anni, Soneri si trova spiazzato; ma non è il tipo di delitto su cui sta indagando, un omicidio apparentemente banale, a turbarlo. È il contesto. Tutto comincia con l’omicido di Hamed, un giovane tunisino che viveva nella casa di Gilberto Forlai, 76 anni, cieco, e che proprio nella casa di Forlai viene trovato morto. Seguendo le tracce di sangue di Hamed, Soneri si addentra sempre più nel mondo della comunità musulmana di Parma, nelle lotte di periferia dove la tensione tra immigrati e italiani è sempre più alta e minacciosa, e dove tutto si confonde. Quanto pesano le questioni etniche e il radicalismo religioso, quanto pesa la politica, e quanto pesa invece la dimensione criminale e in primo luogo il controllo del mercato della droga? Quali sono le vere alleanze, e quali le vere divisioni? L’unica cosa che accomuna tutto e tutti sembra essere soltantoo l’odio, sempre più manifesto e spudorato, sempre più palpabile: un odio che sta minando le basi di una città, di una società intera. Valerio Varesi, come sempre, non si limita a scrivere noir serrati e coinvolgenti, che tengono avvinto il lettore fino all’ultima pagina, ma utilizza il genere per illuminare i luoghi più scuri e inquietanti della nostra società, e per svelarne le contraddizioni.

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Le prime righe del romanzo

Gatti che ronfano nei pomeriggi d’inverno: sono così le città di pianura. Neghittose e morbide nella loro indolenza festiva, conservano un cuore crudele e scattante. Per mimetismo, come a caccia, stanno acquattate nella cova dei loro palazzi dove si predica caritatevoli e si progetta l’agguato. Sono introspettive, silenziose e meditabonde, votate a ruminare nevrosi dentro le loro nebbie.
Dal vetro sudato della cucina, Soneri scrutava i tetti di Parma che emergevano come scogli sull’orizzonte grigio nel muto dopopranzo domenicale, mentre Angela scorreva le immagini di una pubblicità tutta sole e mare.
Improvvisamente lei richiuse il dépliant e lo lanciò sul tavolo.
«Tanto non ci verresti», disse rassegnata. «Il tuo habitat è fatto di incognite, di risposte sospese. Il mistero te lo tieni vicino come un giocattolo.»
Il commissario non rispose. Le parole di Angela l’avevano disincagliato e ora era libero di far rotta contro i propri paradossi. Si era sempre chiesto la ragione di quella ritrosia verso il nitore geometrico dei panorami marini, per uno come lui che aspirava alla chiarezza dimostrativa. E tuttavia, l’abbaglio del sole, la nettezza dell’orizzonte e tutta quell’ineluttabile profondità gli apparivano come qualcosa di osceno. La vita nella sua nudità, nella sua impudica manifestazione degli elementi semplici, lo spaventava. Le città di mare gli infondevano sempre un senso drammatico di inutilità in quel rapporto così squilibrato tra il sé e l’infinito di acqua e di cielo abbracciati nello stesso colore. Meglio l’ovatta della nebbia coi contorni ristretti di una conchiglia dove almeno si è sicuri di non perdersi. Non ci si perde mai nella nebbia perché l’unica certezza rimane quella di sé. Soneri aveva persino elaborato una metafisica della fumana. Non era l’infinito a infonderci l’idea del divino o della grandezza, ma il limite a costringerci a immaginarli. Nelle città di nebbia si pensa, mentre nei posti di mare ci si lascia vivere.
«Tu con la nebbia ci giochi come un bimbo con la palla contro il muro», riprese Angela.
Il commissario scosse la testa: «Mi sento un pipistrello che manda segnali e resta nella vana attesa dell’eco. È in questo intervallo sempre irrisolto, che spuntano i pensieri».
«Dormi a testa in giù come loro? È per quello che ti si riempie la mente di ubbìe?» scherzò Angela.
«No, quelle salgono a frotte da sole, come le bollicine della Malvasia. Passano tutte dalla gola e ti strozzano», replicò Soneri.
«Commissario, hai già scoperto l’assassino.»
«Dietro ogni crimine c’è un’ubbìa, cosa credi?» fece lui serio.
«Strano che tu non sia un omicida seriale.»
Dopo cena, Angela l’aveva trascinato in un locale dell’Oltretorrente. Uno di quei posti coi séparé tra i tavoli e la mezza luce per adulteri che sussurrano e si sfiorano le mani. Soneri si era sentito dapprima ridicolo poi a suo agio tra tutte quelle figure che vedeva danzare coi loro contorni senza lineamenti.
«Guarda», disse a un tratto il commissario, «non pare che stiano in agguato? Rappresentano il nostro destino: una pantomima di ombre da cui spunta improvvisamente un volto che si rivela.»
«Come questo che s’avvicina?» domandò Angela.
Soneri si volse e vide un uomo dalla sagoma familiare che camminava guardingo come se temesse d’inciampare. Quando fu a poca distanza, ne riconobbe il viso alla luce color rame della candela sul tavolo: l’ispettore Musumeci.
«Mi scusi, dottore… Sono spiacente di disturbarla…» balbettò.
«Siediti», ordinò Soneri. «Tu sei il destino.»
«Come ha detto?» si stupì il poliziotto.
«Niente», minimizzò il commissario guardando Angela con un sogghigno. «Dicevo per dire… È tutto così strano e casuale…»
«Strano sì», ammise Musumeci. «Più strano di così!»
Angela ebbe uno scatto d’insofferenza: «Dai, finiamola con ’sta manfrina! O forse vuole solo bere a scrocco?» terminò scherzando.
L’ispettore fece segno di no con entrambe le mani. «Sono qui per un morto. Uno ammazzato in casa», disse infine.
«Ma perché non s’ammazzano in orario d’ufficio!» sbuffò lei.
«Il destino è cieco, te l’ho detto…» borbottò il commissario.
«In effetti c’entra un cieco… Ma non capisco», balbettò Musumeci stupito.
«Non farci caso, è un discorso fra noi», spiegò il commissario accennando a sé e Angela. «Dimmi cos’è successo. È di turno Juvara… Nanetti l’avete avvertito?» «Sì, c’è già la Scientifica», rassicurò l’ispettore. «Comunque potrebbe anche essere successo in orario d’ufficio», concluse serio.
Angela avrebbe voluto ridere: quel ragazzo le faceva tenerezza.
Soneri, invece, ammiccò e gli accennò di continuare.
«Be’, dottore, io gliela racconto come l’ho sentita, ma è tutto da confermare. È così strana e confusa…»
«Vai avanti.»
«I colleghi della Polfer sono intervenuti per bloccare un anziano che camminava sui binari.»
«Ubriaco? Pazzo?»
«No, cieco. Aveva il bastone bianco e lo batteva in giro come se cercasse qualcosa di familiare. Da quando hanno ristrutturato la stazione tanti sono spaesati.»
«E cosa c’entra col morto?» chiese un po’ spazientito il commissario.
«Eh, c’entra, c’entra…» disse Musumeci. «Le ho detto che è una storia strana e complicata, no? Insomma, quando i colleghi l’hanno accompagnato in ufficio, il vecchio ha detto che si era perso. Ha riferito che qualcuno doveva venire a prenderlo, ma non vedendolo…»
«Eh! Per forza!» intervenne Angela con sarcasmo.
«Già, sì… È ovvio. Volevo dire che non si era presentato nessuno. Be’, sta di fatto che aveva provato a incamminarsi da solo, ma si era confuso dirigendosi dalla parte opposta all’uscita, verso i binari a nord, quelli delle linee per Suzzara e Brescia.»
«Va bene, fin qui abbiamo un vecchietto cieco che si è perso…» riassunse Soneri.
«I colleghi gli hanno chiesto se aveva qualche amico o parente che avrebbero potuto chiamare e lui ha risposto che sì, qualcuno l’aveva, ma era proprio quello che doveva accompagnarlo e non si era presentato.»
«Chi?»
«Uno straniero, un tale Hamed Kalimi. Non so se nordafricano o di dove… Ma ’sto cieco non sapeva manco il numero! Non sapeva proprio una forca di niente. Uno svanito, perdio!»
«Quindi come hanno risolto?»
«Hanno aspettato che ci fosse una macchina disponibile e l’hanno accompagnato a casa.»
«Dove?»
«Via Venti Settembre 11. Non è molto distante dalla stazione: ecco perché il vecchio ha cercato di andare da solo.»
«Il morto, Musumeci! Il morto dov’è?»
«A casa di ’sto cieco, commissario! Quando il collega della Polfer s’è fermato davanti al portone, ha notato che il vecchio era nervoso. Per tutto il viaggio ’sto smemorato ha continuato a ripetere che casa sua è uno schifo, che è tutto in disordine, che la signora delle pulizie non veniva da dieci giorni, che era meglio lo lasciasse al cancello che poi si sarebbe arrangiato… Va a finire che, dai e dai, l’agente s’è insospettito. O forse ha pensato che fosse così imbesuito da perdersi ancora e a quel punto ci sarebbe andato di mezzo lui.»
«Allora è salito in casa e ha trovato un cadavere?» concluse il commissario.
«Proprio così. Il vecchio voleva smollarlo sul pianerottolo, ma questo Hamed era riverso in corridoio e appena ha scostato la porta…»
«Be’, ci ha risparmiato una parte della fatica e forse ha semplificato le cose», concluse Soneri alzandosi per avviarsi. «Ci vediamo a casa tua?» chiese poi rivolto ad Angela.
«No, è tardi», rispose lei con voce atona. «Mi accompagna lei, Musumeci? Le assicuro che da me non ci sono cadaveri. Fantasmi, forse…»
Il commissario colse l’allusione, ma non ribatté. Uscì nell’aria pesante d’umidità sotto gli alberi spogli che sgocciolavano e s’incamminò verso via Venti Settembre, sforzandosi di ricordare il significato di quella data. L’ultimo scatto d’anzianità, ma non era certo storia. Ecco, sì, i bersaglieri! Porta Pia e la fine dello Stato pontificio! Mica era un caso che fosse una traversa di via Garibaldi. Che poi incrociava via Mazzini, che proseguiva con via Repubblica intersecando via Cavour e via Farini… Era un tripudio risorgimentale, il centro di Parma. Un’orgogliosa laicità fin sulla soglia del Duomo. Mentre s’immaginava coccarde tricolori, vide sfilare la mortuaria con il sarcofago d’acciaio che baluginava sotto i lampioni. Tirò dritto e salì vecchi gradini scalcinati. Nella via si alternavano abitazioni ristrutturate a edifici fatiscenti. Quello del cieco era uno di questi, puzzolente di muffa e di umidità. Nanetti gli venne incontro sul pianerottolo illuminato da una lampadina penzolante senza paralume.
«Allora? Com’è?» chiese Soneri.
«Brutta», rispose il capo della Scientifica. «Come tutte le altre, del resto.»
Il commissario si guardò intorno. I muri erano in parte scrostati, e in un angolo si vedevano degli strani segni rossi di vernice; parevano tracce per un lavoro mai fatto.
«L’ambiente non è dei più invitanti», commentò Nanetti. «E anche dentro…» aggiunse con un cenno eloquente del capo a indicare l’appartamento.
«Sei sicuro che sia stato ammazzato?»
Il collega annuì. «Uno non si sfonda la nuca a quel modo inciampando e cadendo. E poi non c’è traccia d’impatto contro qualcosa. Controlleremo il pavimento e ogni spigolo, ma a occhio… Sai che non mi sbaglio… Aggiungi che ci sono segni di piccoli traumi sulla schiena, sulle braccia…»
«Ha cercato di difendersi», tirò le conclusioni il commissario. «Hai anche idea di cos’è stato usato?»
«Qualcosa di grosso, tipo un bastone o una mazza da baseball. Il fatto è che non abbiamo trovato niente. L’arma è stata portata via. Domani vedremo se è rimasta qualche traccia sul cranio di ’sto cristiano. Almeno capire il materiale.»
«Dal nome che mi ha riferito Musumeci non mi pareva cristiano.»
«Ti pare il momento di fare dell’ironia? È tunisino, e musulmano.»
«Abita qualcuno qua a fianco?» domandò il commissario senza far caso al collega.
«Pare di no. Sta informandosi Juvara. Da quel che ho capito, l’unico appartamento occupato è quello al piano di sopra: una vecchia col cane. Questo palazzo è un reperto archeologico.»
La definizione colse il commissario nel momento in cui riaffioravano ricordi d’infanzia. Gli interni di scale degli anni Sessanta che l’avevano accolto bambino, condotto per mano dalla madre a visitare parenti in tempo di nascite o di funerali.
«A che ora è morto?» domandò.
«Il medico legale ha detto metà pomeriggio: fra le tre e le quattro.»
«E che rapporto c’era tra il vecchio e il morto?»
«Oh commissario! Questo non è il mio mestiere. Chiedilo a Juvara, oppure scoprilo. Io sono uno scienziato!»