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Simon Levis Sullam

Editore: Unicopli
Anno edizione: 2001
Pagine: 274 p.
  • EAN: 9788840007335
Usato su Libraccio.it € 9,18

Nella ormai nutrita schiera di studi dedicati alla storia dell'ebraismo italiano in età contemporanea, mancava fino a oggi una monografia dedicata alla comunità di Venezia. Fosse solo questo il contributo offerto da Levis Sullam, sarebbe già un'opera meritoria, preso atto - come ormai sembra opportuno - che la storia degli ebrei in Italia si può fare solo attraverso una sommatoria delle singole realtà comunitarie, l'unica che dia ragione nel lungo periodo del permanere delle forti disparità municipali. La rilevanza di questo libro non si limita però a colmare una lacuna, anche vistosa. Come è suggerito fin dal titolo - preso di peso da un fortunatissimo saggio dello studioso americano Benedict Anderson sulla formazione dei nazionalismi - Levis Sullam propone una chiave di lettura dell'ebraismo veneziano fortemente innovativa, in cui il coraggio intellettuale nulla cede alla serietà del ricercatore.

Questa "comunità immaginata" è sì infatti una descrizione a tutto tondo dell'ebraismo veneziano nei primi anni del Novecento, nei suoi aspetti demografici e sociali, nella sua intensa vita culturale, nelle vicende quasi giornaliere delle sue istituzioni di vertice e in quelle in cui si esprime la sua socialità. Tuttavia, ciò che distanzia questa descrizione da qualsiasi altra congenere è che l'oggetto convenzionale "comunità ebraica" non è acriticamente assunto come un dato atemporale, ma ridiscusso e reinserito nel suo contesto storico. Come fare storia dell'ebraismo, si è chiesto Levis Sullam, in quella che per convenzione si definisce età dell'assimilazione? È sufficiente limitarsi a descrivere le vicende delle organizzazioni ufficiali per attingere alla consapevolezza identitaria dei suoi protagonisti? E ancora: dato il tasso di forte integrazione che contraddistingue l'ebraismo italiano, non solo veneziano, che influenza ha avuto la rapida e drammatica trasformazione dell'Italia tra le due guerre sulle rappresentazioni individuali e collettive degli ebrei di Venezia?

Sono domande già affrontate dalla storiografia sull'ebraismo in altri contesti nazionali e di recente iniziate a circolare anche in Italia. Ma è la prima volta, a quanto mi consta, che queste suggestioni metodologiche, in uno con quelle provenienti dall'antropologia storica interessata al problema delle appartenenze, vengono calate nel vivo di una ricerca sul campo. Il risultato è questa "comunità immaginata", che conviene innanzi tutto scomporre nei suoi due elementi costitutivi più importanti. Da una parte, in un contesto di accentuata nazionalizzazione, come quello italiano dei primi anni del Novecento, l'ebraismo merita di essere indagato alla luce della categoria di subcultura, piuttosto che con quella, notevolmente più rigida e ascrittiva, di gruppo etnico. E non solo perché la più opportuna a dar conto della duplice condizione del gruppo ebraico dopo l'emancipazione, fortemente immerso nella cultura di maggioranza e ciononostante capace di mantenere un profilo, più o meno inteso, d'identità differenziata. La focalizzazione della categoria di subcultura ci ricorda anche che la sua permanenza come la sua mutazione dipende dalla variabilità interna alla comune partecipazione di un sistema di valori condiviso. È alla luce di questa consapevolezza teorica che vanno comprese alcune delle vicende politiche e intellettuali descritte con meritoria spregiudicatezza da Levis Sullam. A partire proprio dalla diaspora occorsa ai protagonisti del Gruppo sionistico veneto, scioltosi nel 1911 e descritto in apertura del volume: l'imperativo di riappropriazione del patrimonio culturale ebraico fatto proprio dal sionismo dei primi anni del secolo si frantuma, all'indomani del dopoguerra, in un pulviscolo di percorsi individuali, non esclusa la militanza fascista.

Come ci ricordano queste esperienze, tuttavia non basta pensare il rapporto tra l'identità ebraica e quella italiana come soggette a continua trasformazione e a condizionamenti, anche reciproci. Pensare l'ebraismo come "comunità immaginata" significa anche attingere ai luoghi, formali e informali, in cui questa subcultura viene continuamente riformulata e messa in circolo: che sono naturalmente le istituzioni comunitarie e i circoli e i gruppi che vi gravitano attorno, ma sono anche i "luoghi della memoria" condivisi, le reti di relazioni, i linguaggi, le rappresentazioni di sé e le riformulazioni di quanto viene trasmesso dallo specchio degli altri. È questo il secondo elemento innovativo della ricerca. Dal punto di vista della narrazione, tutto ciò si rileva nel dare spazio a "oggetti" atipici secondo i canoni delle tradizionali storie dell'ebraismo. Innanzi tutto, proprio i "luoghi della memoria" fisici e simbolici intorno ai quali si raccoglie l'ebraismo veneziano integrato. È forse questa l'unica parte del libro che meritava di essere ulteriormente sviluppata. Levis Sullam vi include in effetti il ghetto - quel ghetto che la borghesia ebraica si è lasciata anche fisicamente alle spalle, trasferendosi in quartieri più "dignitosi", ma che continuerà ben oltre le vicende narrate in questo libro a rappresentare in positivo e in negativo l'immagine viva dell'ebraismo veneziano -, il Risorgimento (e in particolare la figura esemplare di Daniele Manin) e la Grande guerra. È lui stesso però a suggerire en passant che l'indagine meriterebbe di essere estesa a luoghi meno scontati, ma forse altrettanto simbolici per quella generazione di ebrei: ad esempio la figura di Shylock, l'ebreo del Mercante di Venezia, di cui ci piacerebbe conoscere il ruolo svolto nel mantenere sempre alta l'attenzione cosmopolita per l'ebraismo veneziano.

Ma i "luoghi della memoria" non esauriscono l'identità culturale di questa generazione di ebrei ormai del tutto integrati. Per raggiungere un più raffinato livello di analisi è necessario abbandonare le dimensioni collettive, comunque formulate, e addentrarsi nei singoli percorsi individuali. Le cinque brevi biografie di alcuni dei protagonisti di queste vicende (Cesare Musatti, Gino Luzzatto, Alberto Musatti, Angelo Fano, Max Ravà), scelte in base all'esemplarità delle loro scelte di vita, rappresentano a mio avviso, più che un utile integrazione alla descrizione della vita comunitaria, un tassello essenziale di questa innovativa proposta metodologica. Solo dando parola alla sfera soggettiva, culturale e immaginaria dei singoli, infatti, la comunità diventa davvero "immaginata", come proiezione e rappresentazione composita del cangiante e plurale processo di identificazione ebraica. Che poi nel ricostruire le tante voci in cui si esprime l'ebraismo veneziano fino al 1938, Levis Sullam non abbia mai ceduto alla tentazione di far apparire il baratro della legislazione razziale come un esito scontato è merito ulteriore, e non piccolo, di questo squarcio significativo di "destini ebraici".

Nelle pagine finali del volume, Alberto Cavaglion si domanda se l'indubbio fascino rappresentato da questa metodologia intonata al soggettivismo e alla rappresentazione culturale sia davvero capace di rendere meno provinciale lo studio dell'ebraismo contemporaneo, perché nei fatti mette tra parentesi il suo problema cruciale: il fallimento del processo d'integrazione e le responsabilità della disfatta. Ma a parte che una tale domanda viene costantemente elusa anche da una storiografia più tradizionale, siamo certi, una volta presa sul serio la categoria di "integrazione" come appunto fa questo libro, che la risposta spetti in primo luogo alla componente ebraica, e non invece a un'analisi, per adesso appena iniziata, dei limiti liberali del processo di nazionalizzazione in Italia, fatte salve le note e sempre menzionate eccezioni?