Editore: Einaudi
Collana: I coralli
Anno edizione: 1998
Pagine: 155 p.
  • EAN: 9788806147334
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recensione di Sinibaldi, M., L'Indice 1998, n. 7

Nella più suggestiva delle storie che Maurizio Bettini racconta nel suo libro, troviamo la giovane Cidippe in pellegrinaggio a Delo. Proprio lì, di fronte al tempio di Artemide, l'astuto Aconzio fa rotolare ai suoi piedi una mela. Sul frutto è incisa una frase fatale. "Giuro per Artemide di non sposare altri se non Aconzio". Cidippe legge e da quel momento la sua vita sarà incatenata dal giuramento: esempio perfetto della potenza dei libri che si esercita nel legame singolare, conflittuale, sempre decisivo che c'è - o meglio: ci dovrebbe essere - tra le loro parole e la vita. Le sedici brevi storie che Maurizio Bettini racconta hanno tutte a che fare con questo nodo. Sono storie strane. Vi si incontrano amanti che attraverso i libri si scambiano le proprie vite, poveri diavoli che rivivono sulla loro pelle il lutto dell'invenzione della scrittura e del declino dell'oralità, scrittori immortali, autori di diari mediocri, autori di lettere virtuali, idraulici appassionati alla cronaca nera; e tra tutti fa capolino un io narrante quasi paralizzato dai ripetuti errori medici, costretto a nutrirsi, più che dei libri improvvisamente irraggiungibili, della loro memoria.
È qui che queste pagine, spesso divaganti come le fantasie di un lettore donchisciottesco, trovano invece un centro stabile e nitido. È quel rapporto tra libri e vita che si presenta in maniera diversa ma sempre decisiva: perché è vero, come pensava Ovidio, che "scrivere è l'unico modo per capire il mondo e, soprattutto, per capire se medesimo"; ma non ha torto nemmeno l'anonimo Antonio Réndine, a sostenere che "sono gli uomini, i lettori che, credendo in buona fede di attingere significati, trame, idee dai libri, in realtà gliele attribuiscono, facendosi così "succhiare" vita e midollo dalle lettere dell'alfabeto": proprio così, i libri arricchiscono l'esistenza, i libri succhiano vita; come un dio, danno e tolgono. Ciò che non cambia è la potenza delle loro pagine, la loro rilevanza.
È proprio contro l'irrilevanza della lettura e della scrittura, contro l'impotenza dei libri, che questi racconti sono stati inventati. Libri che parlano di altri libri, racconti borgesianamente fatti di carta non sono certo il massimo che la letteratura possa dare ai suoi lettori. I testi di Bettini, pure così iperletterari, traggono però forza e suggestione dall'idea che lo specchio incantato rappresentato per generazioni e generazioni di uomini dai libri sta per scomparire, per diventare superfluo. Il fascino di questi racconti sta dunque nella finale e fatale accensione delle "infinite finestre luminose che punteggiano la nostra vita", "specchi più facili e completi" di quello sempre ostico e parziale della letteratura. È il declino del libro che in controluce anima questi racconti; è su quel destino che fanno riflettere. Da questo punto di vista il termine "specchio" non ha nulla di casuale, perché il potere della scrittura è, per riprendere ancora l'Ovidio reinventato da Bettini, quello di "raddoppiare" chi vi ci si misura: non solo chi legge o scrive conosce un altro ma è un altro egli stesso.
La stessa idea del raddoppiamento occupa fin dal titolo il piccolo libro di Ferrarotti: leggere è leggersi, "leggere vuol dire uscire da sé solo per rientrarvi, tornare dentro di sé arricchiti, scossi, forse per sempre strappati al torpore quieto e stagnante, svegliati dal sonnambulismo del quotidiano". A questa dichiarazione di amore per i libri troviamo intrecciate divagazioni biografiche e sociologiche spesso interessanti, per esempio sulla scuola e l'università, la globalizzazione, la storia dell'Einaudi. Ma al cuore c'è, mi sembra, lo stesso tentativo di raccontare e definire la potenza dei libri, di mostrarla con "exempla" tratti non più, come in Bettini, dal materiale della mitologia e dell'invenzione ma da quello della vita di un uomo che attraverso i libri, grazie al proficuo piacere della lettura, è sfuggito a un destino di immobilità culturale e sociale e ha conquistato la propria libertà intellettuale.
Il problema però nasce qui: sono ancora questo i libri? rappresentano ancora la via per questa liberazione? Innamorato com'è, Ferrarotti preferisce evitare una risposta definitiva, anche se le sue pagine assumono spesso una tonalità nostalgica ed esprimono la consapevolezza di un declino consumato, un'agonia in corso, una morte annunciata. Ma coglie il cuore della questione quando individua il frutto delle grandi trasformazioni tecnologiche e culturali degli ultimi decenni nel passaggio dall'"homo sapiens" all'"homo sentiens": un mutamento antropologico che contiene una radicale trasformazione dei modelli percettivi. Il destino del libro andrebbe visto dentro questo passaggio e sotto un duplice punto di vista: quello della sua crescente marginalità nel processo di acculturazione delle giovani generazioni, che infiniti altri canali ha a disposizione; e quello del piacere, del godimento che riempie le pagine (e la vita) di Ferrarotti e Bettini, e che appare oggi largamente incomunicabile.
I libri insomma oggi appaiono irrilevanti, la loro potenza emotiva e conoscitiva è diventata invisibile. E questo conta di più di mille statistiche e mille sondaggi di cui del resto è ora di denunciare l'approssimazione: possibile che non abbiano spostato di una virgola le percentuali dei lettori e dei non lettori italiani anni di libri a mille lire o addirittura allegati gratis a quotidiani e periodici come "Famiglia Cristiana" (più di un milione di copie a settimana)? Il problema evidentemente non è questo, non è più questo. E dunque anche le riflessioni e le strategie di chi ha a cuore il destino della lettura dovrebbero mutare ottica. Ma naturalmente qui inizia tutto un altro discorso; che però libri come questi mi sembra possano aiutare.