Con gli occhi chiusi. Ricordi di un impiegato

Federigo Tozzi

Curatore: O. Cecchi
Editore: Feltrinelli
Edizione: 3
Anno edizione: 1994
Formato: Tascabile
Pagine: L-166 p.
  • EAN: 9788807820922
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Recensioni dei clienti

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    Panda

    07/02/2014 22:57:42

    non posso dire sia un libro inutile perchè ne ho letti di peggiori, fatto sta che risulta una lettura veloce e sbrigativa, ma senza concretizzare nulla.. quello che la copertina annuncia, un rapporto complicato con il padre è solo di fatto accennato, la storia è banale , con poco approfondimento psicologico, realista sì ma decisamente poco interessante.. una lettura che non ti porta a nulla, che non ti lascia nulla..

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    Bartolomeo Di Monaco

    18/04/2003 21:04:47

    In men che non si dica, già subito nelle pagine di avvio ci troviamo immersi nei profumi della campagna toscana, nei dintorni di Siena, per la precisione. La scrittura sfrondata di ogni orpello, essenziale, verista, scavata nella roccia, e di cui ci vien nostalgia e si conserva volentieri memoria (come, del resto, di quella che impreziosisce l’altro capolavoro: “Tre croci”), odora di terra, di olivi, di vigne, di frutti. Non solo ci troviamo nella campagna, ma all’interno di uno spaccato di vita contadina, con il padrone Domenico che, quando non è a gestire la trattoria “Il Pesce Azzurro”, passa il suo tempo a controllare pignolescamente i lavori dei suoi “assalariati”, e se c’è qualcosa che non va “in presenza sua faceva rifare il lavoro”. Ecco un brano del suo ritratto, tra i più belli del libro: “Comprava un cappello all’anno, portandolo tutti i giorni; finché la tesa, che si adagiava sugli orecchi, rovesciandoli più giù, non fosse untuosa.” Gustate questi nomi: Giacco, Masa - che sono i vecchi genitori di Rebecca, la balia di Pietro, il figlio del trattore -, Ghìsola, Palloccola, Pipi, Nosse, Ceccaccio. Ma un’ombra pare vivere insieme coi personaggi; vi è un’attesa di fatalità che si mantiene lieve, non incombe, però la percepiamo, e ci dà il senso di un’esistenza tuffata nella natura che, per ciò stesso, è prigioniera del suo mistero. La superstizione è il suo tramite, e lo sono l’oscurità della sera sempre tetra, malinconica, lo sferragliare dello donne poco ciarliere, Ghìsola con la sua inquieta infanzia (“sentiva malvolentieri che tutto ciò che esiste non era soltanto in lei”), che la induce ad appropriarsi di un nido di “cinque passerotti” e “schiacciò con le dita la testa a tutti”, la parsimonia di Masa, che ha paura di finire troppo presto il pane che ha addentato. Lo stesso Pietro, coetaneo di Ghìsola, “Cercava di superare le sue malinconie; ma non poteva dimenticarle quanto avrebbe voluto” e “Stava bene sul letto, con gli occhi chiusi.” Non si poteva creare meglio uno spicchio di civiltà contadina,

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