Con gli occhi chiusi. Ricordi di un impiegato

Federigo Tozzi

Curatore: O. Cecchi
Editore: Feltrinelli
Edizione: 7
Anno edizione: 2017
Formato: Tascabile
In commercio dal: 9 novembre 2017
Pagine: 164 p., Brossura
  • EAN: 9788807902369

99° nella classifica Bestseller di IBS Libri - Narrativa italiana - Classica (prima del 1945)

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    Sara

    21/09/2018 16:54:41

    Un giovane insicuro e sognatore "castrato" da un padre padrone violento si innamora della contadinella di facili costumi a servizio nella trattoria del genitore. Il periodo è quello dell'inizio 900 e l'ambientazione è tra Firenze e Siena. È una storia cruda e cupa resa quasi asettica dallo stile asciutto e pessimista dell'autore che usa periodi e dialoghi brevi. Tozzi è un efficace paesaggista proietta il lettore in un ambiente illuminato da una penna viva e pittorica. La storia è abbastanza opprimente, latita nella parte centrale, lenta e un po’ farraginosa, nel compenso riprende nel finale con le ultime tre o quattro pagine di grande intensità.

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    Cristiano Cant

    25/04/2018 09:09:54

    Un figlio immerso in un abisso schiacciato, una famiglia estranea, un padre despota lontano anni luce da ogni minima linea di comprensione verso il ragazzo. E' in poche parole la vera biografia di Tozzi, qui traslata nel germe di un idillio condannato solo a rovine d'amarezza: "Si chiese perché le persone e le cose attorno a lui non gli potessero sembrare altro che un incubo pesante". L'incompreso, il sognatore, aggrappato a redini di fumo e tuttavia pronto a tutto pur di non barattare se non con se stesso: "Pietro prediligeva i fiori di campo, i fiori sbiaditi dagli odori incerti e quasi rassomiglianti". Ghisola arriverà così nel suo destino, spaurita e candida nel suo disegno ignorante, "come un'anfora che alla fine s'apre tutta secondo una sua incrinatura" e che Pietro non capirà se non in fondo, oltre le sofferte trame di promessa che pure tentavano di darsi. Si matura così, ci dice l'autore, a colpi di carenze e di scoperte che sanno educare meglio di ogni vuota astrazione. E ulteriormente irrisolto è anche il ritratto che finisce per mostrarsi nei Ricordi, diario di un giovane impiegato delle Ferrovie che vede attorno a sé come una cinta di volgarità senza uscita: "Se piovesse anche dentro la mia anima! sentirei, dopo, quella freschezza che resta nell'oliveta". Un grumo invincibile allora, il non saper uscire o almeno misurare forze e stati d'animo propri contro l'andatura del mondo e della sua gente varia, inetta, credula, spontanea nelle proprie bassezze e lontana da binari più delicati. Anche qui il tema si snoda per contrasto, ed è il conflitto fra il singolo e i suoi pensieri profondi e una massa spessissimo sorda a richiami più interiori: "A piangere mi piace come a ridere, è la stessa allegrezza, ma un poco dolorosa e aspra, come una fanfara improvvisa fa tremare anche la finestra". Un filo che si tende e che si annoda insieme, un luogo chiaro dove il cuore può sentire la propria verità, e tuttavia ostaggio di luoghi ancora più grandi che lo annullano.

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    Panda

    07/02/2014 22:57:42

    non posso dire sia un libro inutile perchè ne ho letti di peggiori, fatto sta che risulta una lettura veloce e sbrigativa, ma senza concretizzare nulla.. quello che la copertina annuncia, un rapporto complicato con il padre è solo di fatto accennato, la storia è banale , con poco approfondimento psicologico, realista sì ma decisamente poco interessante.. una lettura che non ti porta a nulla, che non ti lascia nulla..

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    Bartolomeo Di Monaco

    18/04/2003 21:04:47

    In men che non si dica, già subito nelle pagine di avvio ci troviamo immersi nei profumi della campagna toscana, nei dintorni di Siena, per la precisione. La scrittura sfrondata di ogni orpello, essenziale, verista, scavata nella roccia, e di cui ci vien nostalgia e si conserva volentieri memoria (come, del resto, di quella che impreziosisce l’altro capolavoro: “Tre croci”), odora di terra, di olivi, di vigne, di frutti. Non solo ci troviamo nella campagna, ma all’interno di uno spaccato di vita contadina, con il padrone Domenico che, quando non è a gestire la trattoria “Il Pesce Azzurro”, passa il suo tempo a controllare pignolescamente i lavori dei suoi “assalariati”, e se c’è qualcosa che non va “in presenza sua faceva rifare il lavoro”. Ecco un brano del suo ritratto, tra i più belli del libro: “Comprava un cappello all’anno, portandolo tutti i giorni; finché la tesa, che si adagiava sugli orecchi, rovesciandoli più giù, non fosse untuosa.” Gustate questi nomi: Giacco, Masa - che sono i vecchi genitori di Rebecca, la balia di Pietro, il figlio del trattore -, Ghìsola, Palloccola, Pipi, Nosse, Ceccaccio. Ma un’ombra pare vivere insieme coi personaggi; vi è un’attesa di fatalità che si mantiene lieve, non incombe, però la percepiamo, e ci dà il senso di un’esistenza tuffata nella natura che, per ciò stesso, è prigioniera del suo mistero. La superstizione è il suo tramite, e lo sono l’oscurità della sera sempre tetra, malinconica, lo sferragliare dello donne poco ciarliere, Ghìsola con la sua inquieta infanzia (“sentiva malvolentieri che tutto ciò che esiste non era soltanto in lei”), che la induce ad appropriarsi di un nido di “cinque passerotti” e “schiacciò con le dita la testa a tutti”, la parsimonia di Masa, che ha paura di finire troppo presto il pane che ha addentato. Lo stesso Pietro, coetaneo di Ghìsola, “Cercava di superare le sue malinconie; ma non poteva dimenticarle quanto avrebbe voluto” e “Stava bene sul letto, con gli occhi chiusi.” Non si poteva creare meglio uno spicchio di civiltà contadina,

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