Con le peggiori intenzioni

Alessandro Piperno

Editore: Mondadori
Anno edizione: 2005
Pagine: 304 p., Rilegato
  • EAN: 9788804538028
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Recensioni dei clienti

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    Cristina '77

    22/02/2013 17:05:42

    Piperno e' un assoluto narciso, scrive per autocompiacersi della sua conoscenza della lingua, in modo asettico, ridondante di paroloni astrusi, soporifero.. Era meglio se non lo terminavo, ho perso tempo nella speranza che almeno uno dei suoi personaggi negativi pensasse o combinasse qualcosa di positivo! Che delusione! Insopportabile anche la miriade di apostrofi che utilizza!

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    FrenzVerona

    17/10/2012 14:51:41

    Non è certo una lettura da ombrellone ma tantè...per me lo è stata. Leggendo le prime 20 pagine mi sembrava di affogare: il linguaggio molto aulico e le citazioni astruse parevano sopraffarmi. E poi, la rivelazione, sono riuscita a prendere il ritmo, non dovevo più rileggere le frasi per capirle, anzi le leggevo in velocità per vedere che altro piccolo capolavoro mi aspettava. Era da tanto che non leggevo un libro così...appagante, ironico e intelligente. Non è di facile lettura, è vero, ma stringete i denti per un po' e poi, ne sarete conquistati!

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    carla

    25/05/2012 22:13:04

    ragazzi io l'ho letto quando fu pubblicato cioè un bel po' di tempo fa ma ricordo bene che mi fece sorridere, ridere ed emozionare quindi ne consiglio vivamente la lettura :-)

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    Pippomix

    10/03/2012 22:09:39

    Non è la storia in sè che lascia il segno ma la cifra stilistica con cui Piperno la racconta. Il canovaccio si avvita su se stesso, fin quasi alla stasi ma il linguaggio denso, la maestria con cui viene raccontata una fetta della società riccastra, ebraica, della Roma bene lascia il segno. Piperno sa scrivere e racconta un romanzo borghese come in Italia ce ne sono pochi. Complimenti.

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    ciro

    28/02/2012 13:28:32

    ....ho a disposizione 2000 caratteri? .....troppi!!!! ...ECCEZIONALE!!!!!

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    Nicola Intrevado

    20/05/2011 17:25:48

    Piperno e' uno scrittore brillante di quelli che non fanno nulla per mostrarsi tali e che si muove con consumata disinvoltura tra il personale e il politico, i sogni e i bisogni reali, il pane e le rose, il tutto costruito da un lessico raffinato che mai come di questi tempi ci appare : colto. E, stupisce il suo successo di pubblico e non che sia immeritato, tutt' altro, stupisce perche' chi lo legge lo immagina un autore di nicchia, poi scopre il suo successo di pubblico, di un autore che a me appare come una sorta di Roth nostrano, di casa. Il Romanzo e' di grande intensita', di ben temperata capacita' espressiva e di simpatia nei confronti dei suoi personaggi pieni di umana fallibilita' con le loro debolezze e le loro misere vittorie, i quali si muovono in una sosprendente quanto divertentissima mescolanza di empatico e apologentico, di fatuo e serioso, di cialtronesco ed eroico, di serio e grottesco, il tutto mosso con uno stile di scrittura educato nel quale gli eventi assumono aspetti di episodi irrilevanti all' economia della storia, tanti episodi irrilevanti che nel loro insieme formano qualcosa di molto rilevante. Formano un vero romanzo.

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    Walter Giuntini

    17/05/2011 14:23:19

    Più che la storia in sé (un ritratto comunque seducente del mondo dorato e fastoso della "Roma bene" anni '80), ho apprezzato molto sia la capacità di penetrazione psicologica dello scrittore, sia la sua cifra stilistica, la sua felicità espressiva, il suo linguaggio vivido e intenso, di grande efficacia pittorica. Insomma, un bel saggio di maestria nell'uso della lingua italiana.

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    GIZZY

    02/02/2010 10:49:35

    Da tempo non leggevo un testo così ben scritto. Il forsennato uso di avverbi ed aggettivi è in costante equilibrio e non distoglie dal contenuto. La bellezza delle parole non è mai banale o fine a sè stessa. Che dire!? Io ho amato questo libro e, ad ogni pagina letta, temevo l'avvicinarsi della fine. Dopo una prima opera talmente bella vanto dei dubbi su cosa potrà produrre Piperno in futuro ma...rimango comunque suo debitore per il piacere elargito. Mi spiace per chi non ha apprezzato (o capito) questo libro..."de gustibus..." si dice cosi!? o forse dipende da quanto e cosa uno è abituato a leggere !? mah...io avrei già voglia di leggerlo daccapo! 5/5 COME MINIMO !

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    sabrina

    14/01/2010 16:37:46

    Un libro noioso e irritante. Credevo di trovare una bella storia, una saga familiare, invece è un assemblaggio di aneddoti che descrivono i personaggi di due famiglie problematiche, corrotte, negative. Manca il filo conduttore. Lo scrittore si è troppo preoccupato di ostentare il suo italiano perfetto, usando vocaboli inusuali, di esibire la sua conoscenza più che narrare una bella storia. Tra l'altro ha abusato nell'uso degli stessi vocaboli: efebico, ieratico vengono nominati infinite volte. Scrive rattenute invece di trattenute, contentare invece di accontentare, empire invece di riempire. Buon conoscitore della lingua, non si può dire altrimenti ma che noia la lettura, il dover sempre rileggere le frasi per interpretare i suoi capolavori. "il rapporto si sposta dalle siderali altezze d'un Empireo sognato e desiderato alla frustrante tolstoiana consuetudine matrimoniale" ma che è???? e poi questo continuo utilizzo di "tolstoiano, darwiniana, shakespeariana, hitchcockiano, dostoevskiane"... è chiaro, lo scrittore ha una buona cultura ma non serve sottolinearla continuamente per poter dire di aver scritto un bel libro. Forse la sua scrittura è più adatta ad una lezione universitaria che alla crazione di una storia interessante!!! Un libro borioso

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    andrea

    28/05/2009 13:14:36

    uno zero assoluto

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    silvia

    16/02/2009 12:04:58

    Quanto parlare di questo romanzo! Pareri discordanti, addirittura opposti. Non capisco perchè, forse è tutta colpa di D'Orrico?! Comincio col dire che la scrittura è superlativa! Un italiano corretto, grammaticalmete impeccabile, musicale, raffinato, ma mai aulico o pomposo. Ogni tanto un termine insolito, un aggettivo inusuale, ma questa è la nostra bellissima lingua. Magari ci fossero altri autori capaci di usare l'italiano nella sua totalità, senza sbragarsi e senza cedere ad un linguaggio colloquiale! Quando si scrive si seguono delle regole, quando si parla se seguono altre. La prosa, per me, merita un 10 e lode! La trama, invece, è piuttosto banale. La prima parte risulta comunque spassossima! Piperno è ironico, acuto e quel tantino dissacrante che non guasta.Riesce a delineare dei personaggi possenti! Nella seconda parte, purtroppo, si chiude sulla sua adolescenza in modo un po' ossessivo. Risulta un po' noiso e proilisso,perdendo ritmo. Talvolta, tocca perfino un cinismo piuttosto fastidioso. Peccato! Si tratta in ogni caso di un'opera di spessore e attendo con ansia il suo prossimo romazo!

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    Francesco

    12/01/2009 12:34:48

    Un eccellente lavoro. Ricercato nel linguaggio? Può darsi. Ma è pur vero che c'è molto da leggere nel mondo. Ci si può sempre orientare su Dan Brown.

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    Libero Mos

    01/10/2008 20:08:24

    Ho appena finito di leggere questo pseudoromanzo sul nulla. Non capisco davvero come altri lettori abbiano potuto trovarlo addirittura "splendido" ed altri additarlo come un "caso letterario". Io innanzitutto trovo sconcertante come una un giovane di 32 anni possa esprimersi in questo italiano così farraginoso, pomposo, vertiginoso, barocco e inutile... Questo libro è un monumento (vacuo ed insulso) alla vanità della parola: quando la parola diviene fine a sè stessa ed incapace di comunicare alcunchè... Cambi mestiere il Piperno, la letteratura è tutt'altra cosa

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    Miguel

    13/02/2008 10:09:58

    Scritto magnificamente, in alcuni tratti con una ricercatezza persino esasperata; purtroppo, spesso risulta prolisso e "ridondante". Sembra che la principale occupazione dell'autore sia quella di andare a scovare termini il più possibile ricercati, lasciando che la trama ristagni. Diciamo che il libro risulta "intermittente", si accende e spegne con la stessa frequenza. A mio parere comunque un buon libro.

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    Marco

    29/12/2007 16:28:56

    Un libro scritto divinamente che racconta la "discesa" generazionale di una famiglia, molto originale e dettagliato nel descrivere i protagonisti, le loro turbe, gli insuccessi e i successi della vita, potrebbe essere definito quasi come un "classico" della letteratura. non capisco la gente che lo ha valutato così negativamente, probabilmente è un autore che o lo si odia o lo si ama, ma resta il fatto che i giudizi negativi mi sono sembrati tutti molto deboli e privi di fondamento (non commento poi chi legge solo le prime 50 pagine di un libro e si arroga il diritto poi di giudicarlo)... per queste persone consiglio un bel Moccia o una Melissa P, sotto l'ombrellone, tra una pausa in trattoria e un giro nella borgata.

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    Giulio ZV

    14/12/2007 17:11:02

    Lo lessi appena uscì osannato dalla critica. Solo ora mi accorgo di non aver mai depositato un mio commento: lo sconsiglio vivamente, questo di Piperno è un goffo e prolisso tentativo di spacciarsi per il Roth italico.

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    francesco Coli

    11/12/2007 11:27:19

    scritto molto bene (anche troppo?) ma storia molto noiosa. purtroppo non terminato.

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    MARILISA

    11/11/2007 18:36:07

    E'UNO DEI ROMANZI PIù CONIVOLGENTI DELLA LETTERATURA DELI ULTIMI ANNI. SUPERLATIVO! OLTRE ALLO STILE NARRATIVO UNICO, CIO' CHE COINVOLGE E' LA NOVITA' DI UNA STORIA NON BANALE NARRATA CON UNO STILE AFFABULATORIO INSUPERABILE.

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    Giancarlo D'Antuono

    28/08/2007 00:52:27

    Sveglia gente!!! Questo libro non è Il codice da Vinci nè uno di quei romanzetti tanto vuoti qnt acclamati...E' un vero e proprio gioello della letteratura moderna e post-moderna! Piperno ha miscelato con magistrale abilità gli elementi più preziosi che costituiscono tutta la genialità dell'opera! In quale romanzo si sono mai visti personaggi così psicologicamente complessi e affascinanti? Ognuno diverso dall'altro eppure tutti estremamente attraenti... Piperno è stato accusato di aver utilizzato uno stile troppo arduo, un inutile sfoggio di retorica ed esibizionismo intellualistico...Il fatto stesso di pubblicare un libro, un qualsiasi libro (qst vale x tutti gli autori!!) implica un tentativo di realizzazione narcisistica, ma Piperno ha dimostrato con il suo stile di meritarla in pieno questa realizzazione a differenza di scrittori da 4 soldi ke pensano basti solo stampare copie... Ke dire poi del geniale tessuto romanzesco? Non il semplice racconto di una dinastia dell'alta borghesia romana, ma il ritratto spietato e l'autentika elencazione di tutti i difetti, le invidie, le manie, le nevrosi, le ombre, le perversioni delle grandi famiglie della Roma Bene... Senza Parole. Fulminante. Unico. Da Nobel!

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    elisabetta

    25/07/2007 19:27:49

    L'opposto di ciò che io considero buona letteratura.Sorprendentemente inconcludente.Pagine e pagine per descrivere certi personaggi (Jane Austen ci riusciva in una frase) senza riuscire a coglierne l'essenza ,e quindi irritante come il toscano che a un certo punto David accende nel bar.Mi ricorda quei libri farraginosi che certi pseudoscrittori di provincia si autofinanziano la pubblicazione,e sanno già che che tutta la cerchia di amici riconscerà i personaggi e le situazioni,quindi perchè sforzarsi?.Vanitoso,provinciale,insopportabile.

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"Nathan, il tuo racconto, per quanto riguarda i gentili, è su una cosa e una cosa sola – dice accorato il padre al giovane Zuckerman nello Scrittore fantasma di Philip Roth. – È sui giudei. Sui giudei e sulla loro sete di denaro". Il romanzo di esordio di Alessandro Piperno, invece, è su tutt'altro: è sul complesso d'inferiorità, sulla frustrazione sessuale e sulla sete di rivalsa che un giovane aspirante scrittore riversa nelle pagine della letteratura, destinata a riscattare le sconfitte della sua vita.

"Questa è la storia della festa di Gaia" dichiara in maniera eloquente la quarta di copertina, riprendendo uno dei passi iniziali dell'ultimo, lunghissimo, capitolo. Più di ottanta pagine che conducono verso la scena primaria in cui la storia culmina: il giovane Daniel Sonnino colto ad annusare le mutande dell'irraggiungibile Gaia, nel bagno di camera sua, la sera della festa dei suoi diciotto anni. La conseguenza è la "cacciata dall'Eden", ovvero, ci dice il narratore, ormai giunti a p. 223, "la storia che sin dal principio io m'ero proposto di raccontare, prima di perdermi in un labirinto d'inutili dietrologie".

Daniel sa quello che dice e ama mostrare a chi legge di sapere molto bene quello che fa. Come quando – dopo aver irritato il lettore disseminando a piene mani avverbi in -mente (basti la coppia "imbarazzantemente sgrammaticata", "imprevedibilmente imbarazzante") – verso la fine del libro si confessa apertamente "predisposto all'abuso avverbiale" e ne perora la causa: "è come se l'avverbio s'incaricasse di preparare la grande entrée dell'aggettivo sul palcoscenico della frase".

D'altronde, l'aveva dichiarato fin dall'inizio che "l'idea del mezzo ebreo incazzato con gli ebrei" era "un po' vecchiotta forse, ma sempre in auge". Un topos: proprio come quello della saga familiare che prende le mosse dal funerale del patriarca e passa in rassegna i principali componenti della schiatta. Il nonno biscazziere che prima ha fatto fortuna e poi è caduto in rovina; lo zio contestatore emigrato in Israele; il padre, "albino affetto da gigantismo", elegantissimo e sempre in viaggio per lavoro, tanto da rappresentare "la versione altolocata dell'ebreo errante". A caratterizzare la famiglia non è certo l'appartenenza religiosa, quanto piuttosto una positiva e concreta estroversione: "i Sonnino – è bene tenerlo a mente – sono allergici all'interiorità". Tutto il contrario di quel ciarliero masochistico autocommiseratore di Dani-Dedalus, incapace di stabilire, come gli altri, un "rapporto sfacciatamente convesso" col mondo che lo circonda e anzi rinserrato in una "ottusa concavità".

Piperno ha il passo del narratore di razza e i suoi personaggi si stagliano nitidi dall'affresco, ognuno coi suoi tratti ben delineati, anche nell'aspetto fisico (l'apoteosi è la descrizione di Gaia, in cui si concede "il più inebriante e demodé tra i privilegi letterari: l'ecfrasi della donna amata"). Sa cogliere il "fluorescente splendore" della bellezza adolescenziale e il sapore di una bocca "impastata dei microrganismi dell'angoscia". Sa rendere il senso di un personaggio minore con una similitudine indovinata ("il viso di Giorgio ricordava quei rumori di fondo del cui disturbo ti rendi conto allorché improvvisamente cessano di molestarti"). Scrivendo come un romanziere d'altri tempi, può anche permettersi di dire allorché, cessare e molestare: tocchi vintage che non stonano nell'architettura tradizionale dell'insieme. Perché Piperno prende molto sul serio la letteratura, si vede: ha in mente modelli alti e lavora su quelli.

Ma non può essere altro che il frutto di postmoderna ironia l'evidente – verrebbe da dire eroicomica – sproporzione tra quell'affollato presepe di parenti e amici e la ridicola tragedia personale che viene posta al centro del quadro. Tra l'articolato dipanarsi di due alberi genealogici paralleli (l'altro è quello dei Cittadini, i cattolici – ancor più ricchi – antenati di Gaia) e la trascurabile pochezza della vicenda a cui fanno da prologo. "I Sonnino non c'entrano. I Cittadini non c'entrano. Gli ebrei non c'entrano. I cattolici non c'entrano": è solo la vicenda di un brutto anatroccolo ("l'intellettualino della classe", il "quattrocchi", "nano in abito scuro") che viene rifiutato dal frivolo mondo dei ricchi ("la gente mostra una naturale indulgenza per la bellezza e una cronica irritazione per lo sforzo intellettuale"). Non gli resta, allora, che diventare il miglior amico dell'idolo della scuola (Dav, lo svedese dei Parioli "smagliante controfigura di Tom Cruise" dalla "personalità spumeggiante e convessa") e al tempo stesso "il groupie personale di Gaia; il suo occhialuto adoratore che non la scoperà mai". Fingere di ignorare che i due stanno insieme e sublimare il pansesessualismo di "tutto quel nutrito segmento di arrapatissimi ebrei che unisce Sigmund Freud a Philiph Roth" nel sogno del romanzo vagheggiato per quasi vent'anni. "Cosa penserà Gaia Cittadini di me? Questa domanda aveva la stessa disperata intonazione di quella che mi sarei rivolto molti anni dopo sull'effetto che i miei scritti avrebbero potuto produrre su qualche crudele e indifferente editore di massa".