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David F. Wallace

Traduttore: A. Cioni, M. Colombo
Editore: Einaudi
Anno edizione: 2006
Pagine: 382 p. , Brossura
  • EAN: 9788806182250
Immaginate che l'apocalisse abbia preso le sembianze di un cocktail-party. È molto probabile che abbiate immaginato un libro di David Foster Wallace. Del resto in questa raccolta di saggi e articoli trovate anche la sentenza "immaginate che l'apocalisse abbia preso le sembianze di un cocktail-party". Frase scritta mentre è intento a sviscerare la cultura della cinematografia per adulti americana in un resoconto dalla notte degli Oscar del porno: a metà tra il gonzo-reportage à la Hunter S. Thompson e l'osservazione antropologica, per venirne a capo Wallace impiega 54 pagine e 55 note a pie' di pagina (che spesso gemmano a loro volta in sottonote, glosse di glosse e digressioni varie lunghe intere pagine).
E questo non è che il primo e più controllato dei dieci pezzi che compongono l'antologia: senza particolare preoccupazione si passa dallo stile delle biografie sportive alla campagna elettorale del senatore McCain, da certi aspetti della comicità in Kafka ai mille modi (e tutti estremamente dolorosi) per cucinare (cioè: uccidere) un'aragosta, passando per l'undici settembre, l'idioletto accademico ("un cancro verbale"), Dostoevskij e altro ancora. Tutti i saggi trasudano, letteralmente, intelligenza, ogni argomento viene tallonato in tutte le sue possibili implicazioni e disparate derive, ogni ragionamento svolto fino alle sue più estreme, impreviste, conseguenze (non ultima quella di logorare la pazienza del lettore). E tra un'arguzia e l'altra ("il rapporto tra una pubblicità di Calvin Klein e un film porno hard-core è essenzialmente lo stesso che c'è fra una barzelletta e la spiegazione del perché fa ridere") si vede bene come l'intento di Wallace non è certo "la bella pagina", o qualche variante postmoderna dell'art pour l'art, quanto piuttosto portare alla luce le ricadute sociali, e in definitiva politiche, dei fenomeni culturali e linguistici in cui, piaccia o no, siamo immersi. Il tutto senza mai perdere il tono brillante quando non schiettamente comico, quello stile elegante e confidenziale a un tempo che lo caratterizza. Non mancano neanche gli spunti autobiografici, piuttosto inquietanti: "A cena si faceva spesso un gioco: se uno di noi figli commetteva un errore grammaticale, mamma faceva finta di avere un accesso di tosse che continuava finché il figlio in questione non identificava l'errore e lo correggeva. A ripensarci ora sembra un po' eccessivo fingere che se tuo figlio parla in modo scorretto vuol dire che ti sta negando l'ossigeno".
La frase più ricorrente in questi articoli è "si potrebbero scrivere intere monografie sull'argomento": per quanto marginale, futile, trascurabile l'oggetto possa apparire in prima battuta, se aguzziamo la vista – se applichiamo abbastanza intelligenza – riusciremo a scorgere i fili sottili che lo legano a tutti gli altri fino alle più ingombranti questioni della convivenza umana. Come il blakiano universo in un granello di sabbia, o meglio ancora come un frattale, l'oggetto matematico capace di contenere l'infinito in uno spazio finito grazie alla sua complessità. E l'ossessione di Wallace per l'infinito e la matematica si è concretizzata anche in un saggio sull'argomento (Tutto e di più. Storia compatta dell'infinito, Codice, 2005). Questo horror vacui che spinge lo scrittore a riempire la pagina di dati, note, precisazioni, a rincorrere la realtà in tutte le sue deviazioni, soprattutto le più tortuose, le più "schifose" (Brevi interviste a uomini schifosi, Einaudi, 2000), a scrivere il primo romanzo di cinquecento pagine e il capolavoro di più di mille (Infinite Jest, Fandango, 2000; Einaudi, 2006), non è tanto una scelta estetica di chi è intelligente e purtroppo sa di esserlo, come accusano i (non pochi) detrattori, quanto un doloroso desiderio di realismo, rispondono i sostenitori (altrettanto numerosi).
Le pagine di Wallace, narrative e no, sono impregnate dalla nostalgia per un tempo in cui la letteratura era proprio questo mettere in gioco "profonde convinzioni e domande disperate" facendone un linguaggio condiviso e in grado di legarci in una comunità. Oggi invece, Wallace è lucidissimo nell'autodiagnosi: chiediamo "alla nostra arte di tenere una distanza ironica da profonde convinzioni o domande disperate, costringendo così gli scrittori contemporanei a ridicolizzarle o a cercare di farle passare camuffandole con qualche trucco formale come citazioni intertestuali o accostamenti incongruenti, relegando le cose veramente pressanti fra asterischi come parte di qualche artificio polivalente di defamiliarizazione o qualche cagata del genere". Va da sé che proprio lo stesso testo, il saggio su Dostoevskij, sia intervallato da considerazioni dolenti e radicali relegate tra asterischi, tenute a distanza dall'ironica ma estenuante autocoscienza postmoderna.
Il fatto è che la consapevolezza di questa impossibilità (di dire "io" senza ricorrere a maschere, a meta-narrazioni, a note, a citazionismi o a una prosa ipermuscolare al limite del doping: tutte cose squisitamente wallaciane) non basta a sciogliere magicamente l'incantesimo, anzi non fa che aggravare la situazione. La soluzione di Wallace, da buon apocalittico, è fare di questo limite, di questa impossibilità, l'oggetto principale della propria scrittura. Così, anche discettando di porno, aragoste e linguistica, non fa che mettere in scena l'impossibilità della comunicazione, allegorizza il proprio suicidio (come nel racconto Caro vecchio neon in Oblio, Einaudi, 2004) e con lui della letteratura tutta. Riempire la pagina di un'ingombrante massa celebrale, e solo di quella, serve a far risaltare tutto ciò che rimane fuori – la solitudine, la disperazione, l'incomunicabilità, la morte del sentimento e dell'empatia – e che non riesce a diventare scrittura, a essere espresso direttamente.
Il pericolo è che ricalcando mimeticamente i linguaggi e i codici di una cultura che della letteratura fa tranquillamente a meno, i suoi lettori, che di questa cultura, come lui, sono figli, non riescano a cogliere la differenza tra Infinite Jest e una puntata dei Simpson particolarmente ben riuscita. O tra l'apocalisse e un cocktail-party.
  Francesco Guglieri

Ritorna lo scrittore piú originale degli Stati Uniti, la penna piú folle e coraggiosa degli ultimi anni: David Foster Wallace.

Reportage, indagini erudite, pezzi di costume, commenti, diari intimi: ecco l'America di oggi come non l'avete mai letta. L'America tutta intera, dalle aragoste ai repubblicani, dagli scrittori ai tennisti, dai video porno ai salotti delle vecchiette del Midwest. David Foster Wallace si conferma non solo autore di grandi opere narrative, ma anche - come nel caso di questo libro - osservatore finissimo, dotato di uno sguardo totale capace di attraversare un continente immenso per dimensioni e complessità e restituirne ogni dettaglio, ogni voce, ogni piega di dolore e di significato.
Raccontare l'11 settembre o l'ascesa della tennista Tracy Austin; analizzare l'ironia di Kafka o riflettere sul tragico destino delle aragoste; recarsi agli Oscar del cinema porno o unirsi alla carovana mediatica di un avversario di Bush nelle primarie repubblicane oppure seguire un talk-show reazionario: in questi scritti che vanno dal reportage all'indagine colta, dal pezzo di costume al diario intimo, Wallace ascolta la voce profonda dell'America rivelandosi un geniale pittore dell'ipermoderno e della cultura pop.

Recensioni dei clienti

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    Angelo Cennamo

    30/10/2016 21.29.28

    Distinguere il DFW saggista dal DFW narratore e' un'operazione complicata e forse inutile; il suo massimalismo argomentativo finisce infatti per annullare la distinzione tra saggio e fiction. Wallace ci conduce alla scoperta di un'America insolita, mai conosciuta prima. Agli oscar del cinema porno, tra protesi siliconate e battute trash; al seguito di un candidato repubblicano eroe del Vietnam, e ad un curioso festival gastronomico nel Maine, dove servono prelibate aragoste ai turisti, dopo averle bollite vive. Una straordinaria carrellata di eventi e di personaggi singolari, intervallate da dotte lezioni sull'uso della lingua e recensioni letterarie. Un'altra grande prova d'autore firmata dal genio della letteratura moderna.

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    giusi

    09/06/2016 15.51.12

    Non avevo finora letto nulla di DFW e, cosparsami il capo di cenere, mi impegno a recuperare il tempo (i libri)perduto. Non credevo possibile leggere di un libro, avidamente, anche le note a piè pagina, le postille alle note ecc. Grandissimo, che purtroppo ha voluto andarsene così presto. STTL

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    Claudio S.

    03/09/2013 19.22.22

    Scoperto per il tramite del tennis e delle sue pagine dedicate a Roger Federer, come esperienza religiosa. Capacità di analisi e di percezione del dettaglio strabilianti. Riesce a percepire minuzie che sfuggono all'occhio normale. Divertenti le pagine dedicate agli Oscar del porno con la descrizione di una fauna derelitta. Come inviato di RS segue la campagna di McCain e, alla fine riesce a tirar fuori delle considerazioni socio-politiche degne di un politologo. Peccato non averlo più tra di noi.

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    andrew

    23/07/2012 15.24.56

    semplicemente GENIO

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    Alberto

    21/03/2010 09.56.00

    Di Wallace avevo letto Infinite Jest, trovando la sua scrittura eccezzionale e dirompente. Anche in questa raccolta di articoli permane la sua capacità di affabulatore coinvolgendoci come se si trattasse di un romanzo. Fulminate il capitolo sul mondo del porno; Wallace riesce ad appassionare anche su argomenti piu' ostici come il lungo capitolo sull'utilizzo della lingua inglese (quante analogie col massacro che viene fatto della lingua italiana!)su una campagna politica mettendo a nudo vizi e virtù di un paese. Rimane sempre una lettura che implica una concentrazione continua che la miriade di note non sempre aiuta a mantenere. Ma avercene di scrittori così.

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    davide venticinque

    12/06/2009 19.45.13

    D.F.W. non è uno scrittore come gli altri. Daccordo, nessuno scrittore è uguale ad un altro e ciò vale anche per tutti gli esseri umani. Bene, allora diciamo che D.F.W. è lo scrittore che più incarna questo principio. -Considera l'aragosta e altri saggi- è uno degli esempi di come questo straordinario autore scomparso troppo presto, si differenzi dagli altri scrittori in circolazione proprio per non avere un genere di appartenenza, anzi, per fuggirlo. In questo leggerissimo, complicato e piacevole "mattone" D.F.W. passa con l'ironia tutta sua: dall'esaminare l'ultimo dizionario snob pubblicato in America (dando prova a chi non lo conoscesse della vastità del suo cervello e dalla roba ivi contenuta), all'esaminare l'impatto psicologico sugli abitanti di una piccola cittadina al crollo delle torri gemelle, al far interrogare il lettore su ciò che il candidato McCaine sembra voler chiedere ai suoi elettori, all'osservare il festival del cinema hard, i suoi lustrini e le sue contraddizioni di plastica... I saggi abbracciano tanti argomenti, gli stili di scrittura si susseguono deliziando il lettore, la sperimentazione, addirittura l'ipertesto, fanno capire quello che più stava a cuore a questo grande autore: stimolare, aprire gli occhi (cit. Bisogna star svegli!)e comunicare. Si coglie quasi una bulimia-comunicativa, un bisogno spasmodico di toccare il lettore, di fargli capire quanto lui (Wallace) lo ama e stima, quanto è importante visto il tempo prezioso che gli dedica leggendolo. Se volessimo ridurre il Tutto a una Sola Cosa...abbiamo solo Tempo, tempo da usare a nostro piacimento. Usate il vostro tempo come meglio credete. Io un po' del mio a -Considera l'aragosta e altri saggi- l'ho dedicato. Davide Venticinque

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    Emiliano

    08/01/2009 19.58.20

    Non vorrei andare contro corrente, ma il voto è per il libro non per l'autore...e il libro non mi ha fatto impazzire. Troppo pesanti da leggere tutti questi saggi uno dopo l'altro e troppo pretenziose le note interminabili a pié pagina. L'autore ha fama e approccio da genialoide, trova spunti dove non tutti ne vedrebbero, ma i giudizi qui mi sembrano eccessivi. Il saggio sulla filmografia porno e anche quello sulla campagna USA 2000 sono tirati davvero per le lunghe e a tratti ripetitivi. Quello sulla linguistica è davvero brillante ma volendo approfondire un argomento così difficile ci sono filosofi del linguaggio che vanno ben oltre. Divertente quello sulle aragoste ma non sono ostriche e scusate ma non ci vedo perle! Leggerò senz'altro uno dei romanzi di Wallace perché mi aspetto siano molto migliori di questa raccolta...

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    hankfan

    18/09/2008 14.44.37

    ciao caro vecchio David

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    Liborio

    17/09/2008 16.48.04

    due anni fa ho scritto proprio qui di questo libro, adesso voglio solo piangere. un amico che non ho mai conosciuto è morto, rest in peace.

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    antonio d'agostino

    16/09/2008 11.52.50

    .....buon riposo David....

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    leo

    15/09/2008 21.23.28

    Riposa in pace, ovunque tu sia, David,

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    himiko

    01/04/2008 22.22.32

    Non solo è estremamente colto e intelligente, ma scrive in maniera così accattivante e divertente che è impossibile resistere, anche se i temi di cui tratta sono spesso 'pesanti'. Un genio.

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    Ciro

    16/10/2007 17.32.37

    Prima di questo libro pensavate di appassionarvi al conflitto tra Descrittivisti e Prescrittivisti del linguaggio? Pensavate di interessarvi alla campagna elettorale di Mc Cain? Sicuramente no, ma Wallace riesce in queste imprese! Quello che stupisce in Wallace è la tenuta della scrittura. Divagazioni, divagazioni al quadrato e e al cubo che non diminuiscono l'interesse del lettore, anzi lo tengo legato e stupito dalle considerazioni improvvise e sorprendenti di Wallace. Alcuni racconti mi sono piaciuti di meno, forse perchè descrivono realtà molto americane, ma altre come Forza Simba o Considera l'aragosta sono veramente ben scritti e coinvolgenti.

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    nico siciliano

    13/09/2006 18.01.22

    interpolazione: "la verità è che la maggior parte della prosa accademica(USA)è agghiacciante- pomposa,astrusa,claustrale,ampollosa, eufuistica,pleonastica,solecistica,sesquipedale,eliogabalesca,chiusa,oscura,infestata di termini specialistici,vuota:fulgidamente morta"... [cenni d' assenso, grida, standing ovation] e standing ovation per l' italianomedio che continua a nutrirsi, senza vomitare ahinoi, dei moccia, dei brown, delle melisse q. r. e x., della spazzatura, dei reality...d'altra parte i baroni delle nostre università pubblicano perlopiù saggi astrusi e vacui(saggi in cui decine di pagine girano stupidamente attorno ad una sola frase...)mantre i geni come DFW sono quasi sconosciuti, addirittura allontanati dai d' orrico di turno. leggete e rileggete i DFW!

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    Vincent

    28/08/2006 16.40.53

    Un modo, tra i più efficaci, per conoscere e tentare di comprendere l’America di oggi, un mondo per tanti versi molto vicino al nostro ma per altri profondamente differente e lontano, è leggere D.F. Wallace. Succede con lui, infatti, qualcosa di molto simile a quanto accadeva con Pasolini, rispetto al nostro Paese e al suo sguardo su di esso, negli anni sessanta e settanta. Ancor più che per il fatto di essere uno straordinario talento letterario, un pregio che paradossalmente nel caso di DFW si è rivelato talvolta anche il suo limite principale, sono lo spirito di osservazione, la capacità di analisi, la coerenza e lo spessore morale a impressionare e, soprattutto, a fare di DFW una voce tra le più autorevoli e sincere nel panorama odierno della letteratura americana. Succede anche, di conseguenza, che sia tra i pochi autori che meritano di essere ascoltati al di là dei propri romanzi e racconti. Come Pasolini, DFW è infatti uno di quegli scrittori per i quali si nutre la curiosità di conoscere l’opinione sugli aspetti più disparati dell’esistenza. I saggi e gli articoli di questa raccolta, vedono un DFW in veste di osservatore agli Oscar del cinema porno e in una talk-radio reazionaria o di cronista per Rolling Stone durante la campagna repubblicana alle presidenziali 2000 del senatore McCain. Ma sono interessanti anche i brevi saggi sulla difficoltà di far comprendere agli studenti l’ironia di Kafka e sull’11 settembre visto da un salotto di anziane signore del Midwest, così come le recensioni di alcuni libri che permettono a DFW di parlare di Dostoevskij e dello “scetticismo congenito” dei nostri tempi, del rapporto tra autorità e uso della lingua inglese, delle biografie dei campioni dello sport fino ad arrivare al saggio sul tragico destino delle aragoste. Considera l’aragosta non è un libro facile, richiede impegno e anche una buona dose di pazienza, come tutto quello che scrive DFW, ma l’esito della lettura è esaltante, il miglior carburante in circolazione per far girare il motore del nostro pensiero.

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    Francesco Galllo

    24/07/2006 00.19.11

    Proprio così, gente: il genio è tornato.

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    Liborio

    15/07/2006 11.57.19

    Ho conosciuto DFW l'estate di due anni fa, tramite la raccolta "la ragazza dai capelli strani". Nonostante il racconto non sia il mio genere preferito, la scrittura di Wallace mi ha subito affascinato. Subito dopo ho letto "La scopa del sistema", un libro che ricordo con grande piacere, e che forse dovrei rileggere.. In quest'inizio di estate mi sono ritrovato davanti questa raccolta di saggi e reportage, e li ho letti con ricercata lentezza, come mi capita di fare quando incontro un libro da gustare fino in fondo. La scrittura è limpida, precisa, piena di sfumature, appassionante. Oserei dire perfetta. Wallace è riuscito a farmi appassionare al dibattito interno americano tra "puristi" e "democratici" della lingua. Mi ha fatto entrare nei panni di un'aragosta, e capire molto del mondo politico americano attuale. La grandezza di Wallace è tutta qui, nella combinazione quasi sempre riuscita tra stile orignale/scoppiettante - avete presente il modo in cui utilizza le note? - e nella passione con cui tratta argomenti alti o "pop", riuscendo a trasmettere sempre qualcosa di incredibilmente interessante.

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    j

    15/07/2006 11.25.37

    il genio è tornato

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