Editore: Mondadori
Collana: Oscar saggi
Anno edizione: 1998
Formato: Tascabile
  • EAN: 9788804455042
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recensione di Fink, G., L'Indice 1995, n. 9

La prima cosa che sostiene Saul Bellow, in questa raccolta di saggi, articoli, interviste, appunti di viaggio e scritti occasionali, è di essere un dilettante. Lo dichiara, con comprensibile onestà, nel testo d'apertura, o meglio nell'ouverture, che sarebbe poi la conferenza tenuta a Firenze nel 1992 per il bicentenario di Mozart: da un punto di vista musicale, non c'è dubbio, Bellow può al massimo qualificarsi tale, anche se da bambino, nella Chicago degli anni venti, racconta di aver preso lezioni di violino da un profugo russo che a quanto pare non faceva che picchiarlo con l'archetto sulla testa; da un punto di vista critico le cose non cambiano, e lo scrittore non prova nemmeno a spiegare la seduzione irripetibile e contraddittoria di una musica come quella mozartiana, tanto facile che tutti possono capirla e tanto enigmatica che nessuno può coglierne il segreto.
Più avanti, non senza una certa perdonabile civetteria, arriva a dolersene, di essere sempre e soltanto un dilettante: siamo in realtà più avanti nella lettura ma più indietro nel tempo, a Washington nel 1976, alla vigilia della firma del trattato fra Egitto e Israele, e i commentatori sanno tutto su quel che pensano Begin, Carter, Sadat, Arafat che giura di "tagliare le mani" agli altri tre, definendoli rispettivamente terrorista, imperialista e fantoccio: "Che rabbia essere dei dilettanti, con tutti questi trattati, colloqui Salt, rivoluzioni iraniane, manovre sovietiche nello Yemen, visite cinesi, bisogna fare il possibile per comprendere ciò che è possibile comprendere".
Forse, senza confessarlo apertamente, Bellow si aspetta che il lettore gli dia torto: dopo tutto, in questo libro si parla di mille persone, di mille luoghi; di mille cose: Roosevelt, Chruscev, la differenza ontologica fra grassi e magri, Flaubert, Dostoevskji, Parigi, le arie che si danno i pur cortesi Moravia e Chiaromonte, "O Calcutta!" e i musical senza veli a Broadway, la tv e la nevrosi da telecomando, la bellezza del Vermont e la ricerca dei tartufi in Toscana; e su tutto l'autore, dilettante finché si vuole, ha sempre qualcosa di sensato e di garbatamente spiritoso da raccontare. E a ben vedere questa varietà e questo affollamento sono soltanto apparenti: Bellow alla fin fine parla di una cosa sola, di se stesso, della sua 'Bildung' e dei suoi incontri, soprattutto durante la sua giovinezza in quella Chicago che "sarebbe potuta essere un'altra Londra" se i suoi abitanti non avessero sentito che dovevano adeguarsi alla sua leggenda di "luogo da duri", e che comunque cambia vertiginosamente: "Si costruisce mattone su mattone, crolla di nuovo al suolo, raschia via le macerie e ricomincia da capo".
In questo senso, si può dire senz'altro che ci troviamo di fronte a una sorta di autobiografia indiretta, anche se spesso lo scrittore sembra volersi fare da parte, o accontentarsi di un ruolo marginale, di osservatore disponibile ma fino a un certo punto: e tutto potrebbe riassumersi nelle pagine finali, quelle dell'intervista in due tempi ("La prima metà della mia vita", 1990; "La seconda metà della mia vita", 1991) che Bellow ha concesso recentemente a Keith Bosford. Anche nelle occasioni per cui ci appare meno a suo agio e leggermente "togato" - per esempio nelle conferenze tenute a Oxford, o nelle cosiddette Jefferson Lectures - per fortuna salta sempre fuori qualche dettaglio saporosamente autentico, come, che so, la carta gialla da poco prezzo su cui il giovane Bellow scriveva da studente, o l'odore di certe camere d'affitto da tre dollari, la carta assorbente sulla scrivania girata dall'altra parte nella speranza di non trovarla macchiata di caffè.
Gran parte delle riflessioni qui contenute potrebbero riassumersi nel titolo adottato per la seconda parte, "Scrittori, intellettuali, politica": in fondo, il libro altro non è che un lungo monologo sui rapporti che lo scrittore americano può e deve intrattenere con la società, l'ideologia, il mercato, il pubblico, il potere, dai giovanili entusiasmi per il trockismo al Nobel e all'invito kennediano alla Casa Bianca, per un ricevimento in onore di Malraux, insieme al pittore Mark Rothko e a vari scrittori reduci dal Fronte Popolare ma accompagnati da mogli in abito da sera.
Sostiene ancora, Saul Bellow, di provare una sola, vera soddisfazione davanti alla raccolta di quelle che chiama "le sciocchezze che ho scritto": la soddisfazione di aver sbagliato ma di essersi saputo correggere, la speranza mai abbandonata di poter "uscire dagli errori del passato per entrare in un'epoca di errori migliori" (e sarebbe stato meglio che anche alla Mondadori si trovasse qualcuno analogamente disposto a emendare il testo, fra l'altro tradotto in modo non proprio brillante e corredato di note solo quando si parla di poesia inglese dell'Ottocento, dagli irritanti svarioni tipografici che lo costellano).
Ma allo scrittore, anche in questo caso, si potrebbe senz'altro rispondere che, a giudicare da queste pagine, non ha mai sbagliato molto: ai tempi degli entusiasmi rivoluzionari, ad esempio, a salvarlo dagli eccessivi fervori filosovietici e stalinisti bastavano l'origine russa dei suoi genitori - che, saggiamente, non si fidavano molto dei loro connazionali - e quel certo "scetticismo ebraico" da cui, pur nella sua decisa vocazione assimilazionista, non si doveva mai, per fortuna, distaccare.
Personalmente non ho difficoltà a dichiarare, tra l'altro, che in questo filtro mi hanno coinvolto di più i 'repechages' del giovane Bellow, come quella "Lettera dalla Spagna" datata 1953 e ancora pervasa di tutti gli umori libertari della "Partisan Review" (dove in effetti è originariamente apparsa), oltre a rimandarci, per lo sfondo e il clima "poliziesco", a un bellissimo racconto degli anni cinquanta, "The Gonzaga Manuscripts", rispetto ai testi più recenti in cui lo scrittore lamenta il degrado della metropoli, le miserie dell'istruzione pubblica, l'anticultura in cui sprofonda il pubblico drogato dalla tv, gli eccessi ermeneutici dell'accademia o della 'political correctness' in termini che potrebbero conquistargli il plauso dei moderati se ancora una volta a salvarlo non intervenissero l'ebraica consapevolezza che in fondo siamo emarginati e 'outsiders' anche noi, o lo siamo stati, o possiamo esserlo di nuovo. Di qui la capacità di cogliere, durante una visita a una scuola nel ghetto nero e portoricano di Chicago, dove non si capiva cosa si insegnasse e tutti i ragazzi sembravano occupati solo dai loro transistor, la profonda disperazione di cui inconsciamente quei ragazzi soffrivano.
È una pagina che ricorda un ormai lontano Bellow 1969, quello già distaccato e in parte retrivo ma ancora efficacissimo del "Pianeta di Mr Sammler": del resto, anche se è ovvio che il romanziere non ci emoziona più come ai tempi di "La resa dei conti" (1956) o di "Herzog" (1964), è pur vero che ancora di recente è stato in grado di darci, accanto a oggetti inutili e irrilevanti come "La sparizione" (1989), le variazioni sottili e, queste sì, mozartiane de "Il circolo Bellarosa" (sempre 1989). Ragionevolmente soddisfatto, l'autore può concludere davanti alla sua autobiografia intellettuale che "i conti tornano", con se stesso e con l'America: quell'America con cui il giovane Bellow, figlio di emigrati e per vocazione proiettato verso la cultura europea, sente a tratti di essere in sintonia, come a esempio nella bellissima pagina in cui descrive se stesso sulla Chicago Midway, fermo ad ascoltare la voce di Roosevelt che gli giunge dalle radio di tante automobili parcheggiate lungo la via ("ci si sentiva una cosa sola con tutti quegli automobilisti sconosciuti...").
Solo nei brani più tardi lo scrittore, che a partire dalle righe di apertura di "La vittima" (1947: "In certe sere New York è calda come Bangkok...") esprimeva come nessun altro la progressiva americanizzazione dell'ebreo e la contemporanea ebraicizzazione o almeno orientalizzazione dell'America, decide di fermarsi, d¡ rifiutare ulteriori osmosi e 'mésalliances': di fronte al fenomeno Michael Jackson - e non è che un pretesto - esprime il suo netto rifiuto per questa eccessiva caduta dei confini, questa fusione delle razze e dei sessi che gli sembra pericolosa e degradante. Sono i momenti in cui Saul Bellow corregge gli errori degli altri: Sartre, "il cui contributo alla pace mondiale è stato quello di esortare gli oppressi del terzo mondo a massacrare indiscriminatamente i bianchi"; Lincoln Steffens, che credeva nella Russia sovietica; Freud, che definiva l'America un grande esperimento destinato a fallire. Anche qui, si capisce, i conti tornano: ma è lo stesso Bellow a ricordarci, parlando di Koestler, che anche un grande scrittore "può avere un corredo di luoghi comuni pari a quelli del primo che passa per la strada".


recensione di Bulgheroni, M., L'Indice 1995, n. 9

Al nostro primo incontro, a Milano nel 1959, Saul Bellow mi sorprese per qualcosa di inspiegabilmente familiare nei gesti e nella figura: etichettato, allora, come "romanziere degli intellettuali", sembrava piuttosto un personaggio romanzesco così a lungo frequentato nelle pagine di un libro da illuderci di averlo già conosciuto chissà dove. Di ritorno da un viaggio per l'Europa, con il cappotto pesante e il colbacco di astrakan grigio acquistato in Polonia, era il febbrile giocatore di Dostoevskij, segnato da un destino d'inquietudine, e l'Hans Castorp di Thomas Mann, disceso dalla montagna incantata. Un uomo modellato dalla letteratura, come se l'avesse assorbita fisicamente, e, suo malgrado, la lasciasse trasparire, contagiando l'interlocutore. Da questa prima, potente impressione, modificata a ogni nuovo incontro ma mai sbiadita, trovo una conferma nel suo "I conti tornano" ora che non lo vedo da anni e sogno di andare a Chicago solo per parlargli. Torna, il conto, anche per me. Non c'è, in questi saggi, la nostalgia di un tempo ormai lontano, quando il libro aveva il peso, l'odore, l'ingombro di un oggetto fisico e le profondità di un luogo da abitare, quando la letteratura era un'avventura di formazione, la conquista di un'etica inseguita lungo i capricciosi crocevia di un cimento estetico. Ebreo russo d'origine, ma americano per vocazione, sempre in ossessivo ascolto del futuro, Saul Bellow sa che il passato è irrecuperabile, che l'oggi è, come la sua funambolica Chicago, una città di macerie rapidamente rimosse per far spazio al nuovo. I grandi amici scomparsi - John Berryman o John Cheever - scavano vuoti irreparabili soltanto nella memoria, come ci lasciano intendere i ritratti di "Qualche addio", commosse e scaltre istantanee di vite che si prolungano infinitamente in una parola e in un gesto romanzesco.
Nostalgia no, dunque, e neppure disperazione. "Le sembro disperato ?" ribatte Bellow a una domanda del suo intervistatore in "L'altra metà della mia vita". E continua: "Il mio morale è alto come sempre. Il mio tono non è di disperazione, ma di collera...". La distrazione del pubblico è tale che, secondo lui, "anche i classici hanno cominciato la loro corsa, non un lento fluire, verso il Lete". Esiste il pericolo di un avveramento mentale rovinoso come una catastrofe ecologica: le forti voci che ci hanno a lungo parlato dal fondo di ogni grande libro taceranno, se inascoltate, per sempre.
È questo l'allarme che "I conti tornano" ci trasmette. A tanto potrebbe portarci il "tradimento di accademici e intellettuali dalla testa di gesso", l'inadeguatezza di scrittori incapaci di "impressioni vere", la spocchia di opinionisti "patinati" ma ignoranti della storia.
Con quale felicità, allora, l'incollerito Saul Bellow, ottimista per sfida, si allontana dai campi minati della letteratura alla ricerca di inediti personaggi romanzeschi: un Mozart prodigioso nell'evocare, in parole o in musica, un altro mondo, o uno Yellow Kid Weil, il grande truffatore della Chicago anni trenta, abile nell'ordire trame come uno scrittore di genio. Per salvare non tanto la letteratura quanto le dinamiche dell'immaginazione che essa incorpora, Bellow ce le indica così, in controluce.