Contro l'architettura

Franco La Cecla

Collana: Temi
Anno edizione: 2008
Pagine: 117 p., Brossura
  • EAN: 9788833918792
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    S.Carta

    24/08/2009 12:05:27

    Un saggio ingegnere (e professore) soleva riprendere i suoi giovani colleghi che sbagliavano grossolanamente nel loro lavoro affermando che sarebbero pure stati ingegneri per lo stato italiano, il quale gliene aveva dato titolo, ma non per lui. In altre parole, c'è chi ritiene che, per potersi definire architetti, si dovrebbe fare o aver fatto l'architetto. Cosa, come si sa', ben lontana dal dare un numero predeterminato di esami. Non basta un titolo scritto su un foglio di carta. Con a mente questa premessa si legga il libro di La Cecla. Buono nelle intenzioni, almeno nel titolo, coraggioso ed intrigante, ma mediocre nella trattazione. Sono presenti alcuni spunti di riflessione che seppur in nuce potrebbero portare ad analisi percorribili, ma, per il modo in cui vengono svolti, diventano inutili. La forma è più vicina ad un blog che ad un pamphlet, come è stato definito in un precedente commento. Fin qui, con delle convinzioni del tutto personali a cui non seguono debite giustificazioni, una marea di tautologie (per supportare l'affermazione che Rebecca Solnit sia una delle “menti più acute che si occupano oggi di città, ambiente, storia” tesa a sminuire K.Frampton, il quale afferma di non conoscerla, cita una riflessione della scrittrice di San Francisco sulla rovina delle città, argomentata con l'assioma che “le città decadono per natura” pag.21) ed una serie non indifferente di raggruppamenti categorici universali (gli architetti, gli artisti, gli americani ecc.), il libro potrebbe tranquillamente passare tra quelli da non prendere in considerazione, se non in noiose sere d'estate poiché affrontato in modo poco scientifico per essere un saggio e di trama alquanto debole per essere un romanzo. In effetti sono apprezzabili anche dei maldestri inserti stilistici (la storia degli yelling, screaming pipes, i quali gli suggeriscono l'immagine di un palazzo che “si sta lamentando nelle sue ossa, accusandone i reumatismi” pag.16) di chiara (ma lontana) memoria metaforica Cortázar o Calviniana.

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    manlio brusatin

    23/06/2008 16:48:31

    Librino lastricato di buone intenzioni, scritto per intervalli di follia urbana. Né bello né inutile.Titolare "Contro l'Architettura" è come dire "Contro l'Antropologia" cioè "Contro la Mamma... Suggerimento: "Dimenticare l'architettura, per ricordare tutto il resto"- editore permettendo. Mandare al patibolo tutte (dico tutte)le archistars anche quando si tratti di amici che sono diventati maestri per aver letto un libro solo? Lo sa solo Renzo Piano (vedi "Che cos'è l'architettura?). L'architettura senza architetti c'è sempre stata e lo sapeva un vero maestro (anche suo) come Carlo Doglio. Ora Franco La Cecla però deve mostrami di sapere quanto pesavano* le macerie delle Twin Towers e quanto costa un chilo* di patate al mercato. Risposte: * Le macerie delle Twin Towers pesavano un milione e mezzo di tonnellate (New York produce 15 milioni di tonnellate annue di spazzatura). * Un chilo di patate costa(va) 1 euro. Cifre emotive più che quantitative. Ma,dove eravamo?

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    FRANCO

    04/06/2008 16:15:34

    Il pamphlet di La Cecla merita un buon voto perchè è colto e piacevole, prima ancora che per i propri meriti relativi alla tesi che vuole supportare. Essere contro l'architettura significa secondo l'autore essere contro un certo tipo di architetto, troppo prono alla volontà del committente. Quando il progetto che il cliente ha in mente tende ad essere calato dall'alto su una realtà che ne riceverebbe un potenziale impatto negativo, l'architetto dovrebbe avere la forza e la capacità di fare un passo indietro e rinunciare all'incarico, oppure di opporsi fieramente al committente stesso. Belle parole, da parte di un intellettuale che peraltro gode di uno stipendio sicuro dalla propria università. Le archistars, come l'autore chiama i grandi nomi della disciplina, dal suo amico Renzo Piano (in parte assolto dalla critica, ma solo in parte) a Rem Koolhaas a Frank Gehry, ragionano ormai sostanzialmente sull'involucro, e sul ruolo di brand e di rilancio urbano che la presenza dell'involucro può garantire. Ragionano quasi in modo bidimensionale, cercando di massimizzare l'effetto marketing e branding dell'operazione, talvolta a scapito della funzionalità dei contenuti. Pur apprezzando molto la qualità della scrittura e l'onestà della tesi, mi pare che quest'ultima sia un pò forzata. Assolutamente condivisibile invece la sotto - tesi in base alla quale ormai per intervenire in un tessuto urbano di qualche rilievo non sia più possibile delegare tutto ad un architetto; occorre un approccio multidisciplinare (architetti, economisti, sociologi, urbanisti, storici, ingegneri ecc.). Da qui si può senz'altro ripartire, senza negare a priori la bontà del lavoro delle archistars.

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