Editore: Einaudi
Collana: Saggi
Anno edizione: 1998
  • EAN: 9788806141707
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recensione di De Luna, G., L'Indice 1998, n.10

Nicola Grosa, partigiano, commissario politico della II Divisione d'assalto "Garibaldi", era un uomo piccolo, secco, forte. "La mano di Nicola, se la stringe, è durissima, può spezzare quella di un avversario", scriveva di lui Franco Antonicelli. Con quelle mani, a partire dalla metà degli anni cinquanta, Grosa cominciò a scavare e a ricomporre i cadaveri dei suoi compagni, caduti nella lotta partigiana. In dieci anni visitò migliaia di piccoli cimiteri, tombe abbandonate, tumuli improvvisati, molti dei quali in alta montagna, dove si poteva arrivare solo a piedi o a dorso di mulo; lavorò a mani nude, senza nemmeno i guanti per prevenire la minaccia di malattie e infezioni, tanto da perdere, alla fine, il senso del tatto alle dita di entrambe le mani. Complessivamente, Nicola Grosa recuperò novecento salme, ricomposte in una definitiva sepoltura nel Campo della Gloria del Cimitero di Torino.
A quel punto, erano ormai passati più di venti anni dalla fine della guerra partigiana. Per tutto quel tempo, Nicola Grosa aveva agito sempre da solo, con la solidarietà (ma non i finanziamenti) dell'Anpi, ma completamente ignorato dalle istituzioni di una Repubblica che pure si diceva "nata dalla Resistenza". Seguendolo lungo i sentieri e nei villaggi alpini, non si ha certo l'impressione che quei corpi da lui scavati appartengano ai vincitori della guerra civile. Nell'Italia del centrismo (e per un pezzo anche in quella del centrosinistra), tombe, cippi, lapidi, corpi, tutto quanto metteva in scena il ricordo dei morti della guerra partigiana veniva guardato con sospetto e imbarazzo. I corpi dei partigiani uccisi recuperati da Nicola alimentano così una memoria separata, diversa da quella ufficiale; una memoria inquieta, carica di sofferenza e di frustrazione, minoritaria, più da sconfitti che da vincitori. L'"Osservatorio", la rubrica in "Il Ponte" che segnalava i fatti e gli episodi più curiosi e significativi della società italiana del dopoguerra, ci restituisce oggi un campionario di interventi censori di prefetti, questori, sindaci, tutti tesi a occultare, celare, rimuovere corpi e simboli, parole d'ordine e bandiere, il materiale e l'immaginario della Resistenza.
La piccola epopea di Nicola Grosa è l'altra faccia (in questo caso ovviamente omessa e taciuta) di quella guerra di corpi e di memorie raccontata con straordinaria efficacia nel libro di Sergio Luzzatto. Del corpo di Mussolini Luzzatto racconta la preistoria (le ferite della prima guerra mondiale), la storia da vivo e la storia da morto, proponendo al lettore un percorso di grande suggestione, una sorta di scorribanda nei complessi documentari più disparati, dalle fonti letterarie interpretate con sensibilità e rigore a quelle più tradizionali come le carte di polizia e i fascicoli processuali. Ne scaturiscono alcune conferme storiografiche, qualche lacuna interpretativa e, nel complesso, un libro pieno di fascino di un autore che scrive bene e legge ancora meglio.
Le conferme si riferiscono direttamente alla "storia da vivo", e in particolare al rapporto tra Mussolini e il potere e a quello tra il fascismo e il mussolinismo. Luzzatto illustra con dovizia di particolari la relazione simbiotica intrattenuta fra Mussolini e l'esercizio del potere, così come documenta, nel solco della storiografia più avveduta, l'accentuata "personalizzazione" dell'adesione al fascismo, con eccessi come quelli di un'opinione pubblica che faceva dipendere direttamente dallo stato di salute del Duce le sorti dell'Italia in guerra. Prestando il proprio corpo alla costruzione del Regime, Mussolini finì con l'espropriarlo di ogni dimensione privata lungo i percorsi ossessivi che portarono Rachele a sfiancarsi in una serie di gravidanze tardive per illustrare la prolificità della Patria, o la relazione con la Petacci a incarnare quel triangolo con "moglie e amante" in cui si riconosceva interamente l'immaginario maschile della piccola borghesia italiana. Ma non era solo questo. I dati quantitativi a cui ricorreva per illustrare la sua attività di statista ("L'opera di legislazione, di avviamento, di controllo e di creazione di nuovi istituti non è stata che una parte della mia fatica - aveva affermato all'Assemblea quinquennale del regime. - Ve ne è un'altra non tanto nota... Ho concesso 60 mila udienze; mi sono interessato di un milione 887.112 pratiche di cittadini, giunte direttamente alla mia segreteria particolare"). Il ricorso all'aridità di metafore meccaniche come quella usata nello stesso discorso - "per reggere a questo sforzo, ho messo il mio motore a regime, ho razionalizzato il mio quotidiano lavoro, ho ridotto al minimo ogni dispersione di tempo e di energia (...) il lavoro ordinario deve svolgersi con un automatismo quasi meccanico" - lasciavano intravedere una straordinaria consapevolezza del tipo di relazione avviata con il potere; alla fine, il Duce avrebbe preso definitivamente il sopravvento sull'uomo, e l'esercizio del potere, più che una corazza, sarebbe diventato un sorta di esoscheletro. La frantumazione di quel potere avrebbe poi spezzato qualcosa nella sua identità più profonda; l'esoscheletro sarebbe finito in mille pezzi, facendolo afflosciare come una marionetta non più sostenuta dai fili.
Se la storia del corpo vivo ci restituisce quindi molte conferme consolidate, la storia della sua morte, quella più strettamente legata a Piazzale Loreto, è la parte del libro che ci offre le sue primizie interpretative più stimolanti e più dense di novità storiografiche. In qualche punto ("la vita dell'Italia libera comincia così, con una festa della morte. Nella sua versione milanese, il mito di fondazione dell'Italia comprende gesta poco edificanti"), Luzzatto sembra adombrare una conclusione interpretativa definitiva e assoluta su un Piazzale Loreto come mito di fondazione e luogo storico in cui si realizza un decisivo "passaggio di sovranità". In realtà, questo passaggio di sovranità appare tutt'altro che compiuto e definitivo, se è vero che solo tre anni dopo, nel 1948, il Questore di Milano vietò agli antifascisti l'uso della piazza in occasione dell'anniversario del 25 aprile. Proprio le ricerche di Luzzatto tendono invece ad ampliare il quadro di riferimento in cui collocare adeguatamente la morte di Mussolini e l'esposizione del suo cadavere. In realtà Piazzale Loreto non si lascia appiattire nella simultaneità dell'evento, e per "spiegarlo" occorre distinguere al suo interno un "prima", un "durante" e un "dopo".
Il "prima" era strettamente legato alle passioni e alle fedi addensatesi su quel corpo nei venti anni di regime. Oggetto di culto direttamente nella sua fisicità, il corpo del Duce divenne oggetto di ira e disprezzo ancora direttamente nella sua fisicità (non si può disgiungere l'enfasi con cui Mussolini aveva sempre vantato la propria "blindatura cranica" dall'orribile, ripetuto sfondamento di quel cranio).
Il "durante" ha come elemento essenziale l'applicazione di una "legge del taglione", tipica della guerra civile: si trattava essenzialmente di vendicare i martiri del 15 agosto 1944, i 15 partigiani fucilati e lasciati in mostra in piazzale Loreto. L'uccisore di Mussolini, Walter Audisio, ne trascina il cadavere nello stesso posto, obbedendo essenzialmente a quell'impulso - la grottesca versione fornita dal Pci ai compagni del Pcus era incentrata proprio su questo aspetto: "Il colonnello Valerio racconta che in Piazzale Loreto erano stati impiccati dei partigiani ed era stata innalzata la scritta che sarebbero rimasti appesi lì finché nel paese non ci fosse stato più neppure un partigiano. Loro hanno trascinato a Milano il cadavere di Mussolini con quelli della sua cerchia e, di notte, hanno tolto i partigiani dalla forca e sollevato Mussolini e gli altri. E la mattina, invece dei partigiani, i milanesi hanno trovato Mussolini".
A questi comportamenti dell'Italia antifascista, si intrecciano, in quella stessa piazza, una miriade di altri percorsi che appartengono invece contemporaneamente a molte altre "Italie": l'Italia profonda, quella della "zona grigia" (la morbosa attrazione per le calze della Petacci o per le sue vesti scomposte); l'Italia fascista (l'abitudine a esser folla e spettatori, a passare senza soluzione di continuità dall'osanna al crucifige); l'Italia contadina e rurale (gli ortaggi e il pane nero gettati su chi ha fatto patire agli altri la fame); l'Italia delle "minoranze eroiche" del Partito d'Azione, quella che descrive una sua immaginaria Piazzale Loreto, inseguendone una utopica realtà virtuosa, attraverso un resoconto dell'"Italia Libera" ("Davanti ai resti mortali dei maggiori colpevoli delle rovine dell'Italia, in muto composto corteo, sfila la folla. È una folla di uomini, di donne, che per un momento nella glaciale atmosfera di morte che incombe sul piazzale Quindici Martiri ha cessato le sue grida, le sue manifestazioni di gioia per l'avvenuta liberazione. Non un gesto inconsulto davanti ai cadaveri di questi uomini che hanno espiato con la morte le loro gravi colpe, ma unicamente una certezza: che la giustizia popolare ha fatto il suo corso"), tanto "falso" quanto profondamente rivelatore di quale "avrebbe dovuto essere", secondo il PdA, la "vera" Piazzale Loreto; l'Italia dei comunisti, ansiosa di legittimazione e di normalizzazione, tanto che solo "una campagna di stampa di matrice neofascista avrebbe convinto il Pci a rivendicare l'uccisione del duce come atto meritorio".
La storia del "corpo morto", infine, prende spunto dalla narrazione del trafugamento della salma di Mussolini, il 23 aprile 1946, e dalle vicende che ne seguirono (l'arresto del suo esecutore, Domenico Leccisi, il coinvolgimento dei due frati francescani, Zucca e Parini, e dei neofascisti Rana, Gasparini, Parozzi), fino alla sua definitiva tumulazione, il 31 agosto 1957, nel cimitero di Predappio. "Per oltre dieci anni dopo la messa a morte del dittatore - scrive Luzzatto - la Repubblica non si è sentita abbastanza forte da sopportare l'esistenza di un sepolcro presso il quale gli epigoni del ventennio potessero celebrare riti nostalgici. Trattando la salma di Mussolini come un ostaggio, la neonata istituzione si è inchinata alla potenza del simbolo funerario". In realtà, solo quel poco di antifascismo che era riuscito a "passare" nelle istituzioni repubblicane risparmiò a questo paese una immediata riabilitazione del Duce. Le premesse politiche (anticomunismo) e culturali (il qualunquismo) c'erano tutte. Era cominciato subito il processo al "rutto del Nord" e l'Italia democristiana si ritrovava unita nell'additare nella Resistenza, intesa come "guerra fratricida", un disvalore più che l'atto costitutivo della Repubblica. Ai Giannini e ai Guareschi, già a suo tempo citati da Silvio Lanaro per rappresentare quell'Italia, Luzzatto aggiunge opportunamente il Montanelli del 1945, del "Qui non riposano", e quello del 1947, del "testamento di Mussolini" in cui, egli scrive, è contenuto già l'essenziale delle successive tesi revisioniste: "Far discendere la marcia su Roma dalla vittoria dei bolscevichi a Pietrogrado; ridurre la crisi del fascismo al formato della congiura di palazzo; svilire la resistenza al rango di stratagemma dei fascisti voltagabbana; riconoscere sul corpo di Mussolini le stimmate del martire; smascherare il carattere mistificatorio dell'unità ciellenistica".
Non è vero quindi, come dimostra l'esperienza eroica e isolata di Nicola Grosa, che, come scrive Luzzatto, "dopo la fine della guerra, il potere cimiteriale sta nelle mani dei reduci della resistenza, mentre sono i sopravvissuti di Salò che devono lottare per sottrarre i camerati uccisi al destino di un'illusoria sepoltura". La riorganizzazione del neofascismo fu immediata e si avvalse di una sostanziale inerzia delle forze di polizia, oscillanti tra una sua rassicurante visione delinquenziale e la complicità diretta. Ritornando alla salma di Mussolini, Edgardo Sogno, ad esempio, non ebbe esitazioni a schierarsi con i "trafugatori", contro gli "assassini comunisti". In questo senso, lo slogan che proruppe dai cortei dei primi anni settanta, "Piazzale Loreto c'è ancora tanto posto", appare solo come il suggello di una sconfitta, un grido che riecheggia una rigida continuità tra fascismo e Italia repubblicana, non scalfita nemmeno da un gesto di estrema rottura come il tirannicidio.