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Agostino Paravicini Bagliani

Editore: Einaudi
Anno edizione: 1994
Pagine: XXII-394 p. , ill.
  • EAN: 9788806135638

recensione di Chiffoleau, J., L'Indice 1995, n. 7

Nel 1277, a Viterbo, una straordinaria concentrazione di studiosi si forma attorno al papa Giovanni XXI: il polacco Witelo studia ottica e prepara la redazione di un trattato sulla prospettiva, come già prima di lui il francescano inglese John Peckam, che è pure presente a Viterbo e vi insegna teologia. Contemporaneamente, Campano da Novara commenta gli "Elementi" di Euclide, molto utili per chi si occupa di prospettiva, mentre Guglielmo di Moerbeke, il traduttore di Aristotele, si dedica ai suoi studi dotti sulla luce. E, naturalmente, Giovanni XXI, prima del suo accesso al pontificato, quando si chiamava ancora Pietro di Spagna, aveva scritto, anche lui, un trattato di oftalmologia. Ma non basta il suo interesse personale per l'ottica e per la vista a spiegare questa massiccia presenza di studiosi attorno a lui, come non basta il suo passato brillante a spiegare, da solo, il posto importante occupato dalla medicina nella sua corte e i numerosi studi che vi si compiono sui regimi alimentari, le cure del corpo e anche la possibilità di ritardare la vecchiaia. I medici, infatti, sono molto numerosi nella corte dei papi a partire almeno dall'inizio del secolo, ed è già diffusa da un po' di tempo la riflessione sulla 'cura corporis' e sulla 'prolungatio vitae'. Che l'interesse dei pontefici per le scienze in questo periodo sia qualcosa di più di una semplice eco dello sviluppo scientifico verificatosi tra la fine del XII e il XIII secolo e che assuma invece un ruolo più importante, costitutivo, in questo stesso sviluppo, lo avevano già dimostrato in modo molto convincente gli studi di Agostino Paravicini Bagliani pubblicati alcuni anni fa a Spoleto ("Medicina e scienze della natura alla corte di papi nel Duecento", Centro Italiano di Studi sull'Alto Medioevo, Spoleto 1991). Ma che questo interesse abbia anche dei legami essenziali con la natura del potere pontificio è quanto l'autore ci spiega oggi in questo nuovo libro, in cui ci invita a ripercorrere gli anni - almeno fino alla metà dell'XI secolo - e a seguire la storia di quell'oggetto sconosciuto fino a oggi, ma estremamente rivelatore delle complesse costruzioni istituzionali della Chiesa romana: il corpo del papa.
Fin dalla Riforma gregoriana, si ricorda la fragilità corporea del papa, lo si vede promesso a una morte rapida. Pier Damiani lo scrive ad Alessandro II fin dal 1064: nessun papa è stato sul trono di san Pietro più a lungo di Pietro stesso, cioè venticinque anni, ed e assai raro che i pontificati della maggior parte di loro superino i dieci anni. Ma per i teorici del potere pontificio non si tratta di constatare un semplice fatto demografico: nel corso del XII e del XIII secolo, sono numerosi i riti che mettono in scena la persona del papa, come testimoniano i primi libri di cerimonie giunti fino a noi. Tutti insistono sul carattere transitorio del potere del successore di san Pietro, ricordando la caducità del suo corpo carnale.
Per queste ragioni, a far tempo dalla metà del XII secolo e soprattutto nel secolo successivo, i riti che accompagnano il decesso di un papa, la sua sepoltura e infine quel periodo inquietante di latenza e di lutto che precede l'elezione del suo successore, in cui il collegio dei cardinali svolge un ruolo fondamentale, diventano sempre più complessi, sofisticati, ma anche perfettamente rivelatori, ai nostri occhi, dei mutamenti del potere pontificale durante tutto questo periodo. È pur vero che lo storico, grazie agli studi più antichi sui testamenti dei cardinali del XIII secolo, era perfettamente preparato allo studio di questi riti funebri ("I testamenti dei cardinali nel Duecento", Società Romana di Storia Patria, Roma 1980). Tutta la seconda parte del suo libro analizza quindi i saccheggi rituali che segnano spesso la morte di un papa, l'abbandono o al contrario la cura che ci si prende del suo cadavere, l'organizzazione progressiva della novena che precede il conclave, la costruzione delle tombe.
Questo studio esemplare permette ancora una volta di collegare con intelligenza le variazioni del rituale con le costruzioni istituzionali che richiedono questa messa in scena della morte e della decadenza del corpo del papa, per meglio esaltare la perennità della Chiesa e il trionfo del Corpo di Cristo. Scoprendo nei capitoli seguenti l'estremo interesse dei successori di Cristo per la propria salute, gli agi dei loro soggiorni fuori città, i medici efficaci e gli strani regimi alimentari che avrebbero potuto assicurare loro una 'prolungatio vitae', Paravicini sembra innanzitutto porre in evidenza una contraddizione tra le esigenze rigorose dell'istituzione e i bisogni umani, troppo umani, dei pontefici del XIII secolo. È solo un'apparenza, e la forza del saggio è proprio quella di mostrare come questa attenzione per il corpo, che si evidenzia in vari modi alla corte dei papi, non sia per nulla contraddittoria con il richiamo insistente alla morte incombente del pontefice. Anzi, si tratta in realtà di un altro aspetto della riflessione che si sviluppa allo stesso tempo sulla "pienezza della potenza", e della pratica quotidiana della teocrazia che nel XIII secolo fa tanti progressi.
L'esempio di Bonifacio VIII conclude magistralmente questo saggio. E con ragione, in quanto la personalità e le azioni di questo pontefice, grazie alle numerose fonti, possono essere meglio capite, ma anche perché in questo caso si vedono portate all'estremo le conseguenze di quella posizione istituzionale sviluppata a partire dalla riforma gregoriana di cui Paravicini ha ripercorso così bene la storia. All'estremo, cioè fino ai limiti al di là dei quali il papato stesso sarà posto in discussione, al tempo di Filippo il Bello e in seguito al tempo dell'esilio avignonese e durante il Grande Scisma. Il problema che il clero doveva risolvere era in effetti quello della perpetuità di un'istituzione confrontata con la morte dell'uomo che ne era alla testa. E poiché il papa non era che un vicario e la Chiesa era innanzitutto il corpo mistico di Cristo, si è scelto di risolvere il problema, senza negare la morte del papa, ma esaltandolo ritualmente e anche, talvolta, tentando di farne un'occasione di perpetua memoria. Ricorrendo in seguito alla finzione dei due corpi del re - un corpo naturale e un corpo mistico, assimilabile al regno - i teorici dello Stato moderno prenderanno, come è noto, un'altra strada: creeranno una sacralità specifica immaginando un corpo immortale del re per meglio imporre la sovranità dello Stato. Ma il problema che risolsero in questo modo particolare era già stato posto dalla Chiesa, che su questo come su altri punti pare essere all'origine di una buona parte delle istituzioni occidentali. Mentre, come aveva intuito bene Kantorowicz, il re non doveva mal morire per imporre la perpetuità dello Stato, il papa doveva morire per esaltare la perpetuità della Chiesa, ma in entrambi i casi erano in causa proprio la durata e la forza dell'istituzione.