Una crisi fine di un secolo. La cultura italiana e la Francia fra Otto e Novecento

Luisa Mangoni

Editore: Einaudi
Anno edizione: 1985
In commercio dal: 01/01/1997
Pagine: 245 p.
  • EAN: 9788806580995

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recensione di Pogliano, C., L'Indice 1985, n. 9

Nella cornice, piuttosto tradizionale in Italia, di una storia della cultura intesa come storia degli "intellettuali" s'inserisce il libro della Mangoni. E tuttavia questa scelta non è ispirata da ossequio alla tradizione, c'è un motivo più forte che la determina, vale a dire il giudizio secondo cui a percepire ed esprimere prima di altri la crisi di fine Ottocento sarebbero stati uomini che dello scrivere, del dibattere e dello schierarsi erano venuti facendo una professione: gli intellettuali, appunto. Questi avrebbero sofferto e manifestato, in anticipo sui tempi politici e sociali, la debolezza dell'ormai secolare ideologia del liberalismo di fronte all'avvento, non più esorcizzabile, di una nuova dimensione dello sviluppo, di fronte all'irrompere delle masse e al loro agire finalizzato ed organizzato.
Un "milieu" di cultura comune a molti, lungo quella frontiera mobile tra Francia e Italia che la Mangoni esplora "per cerchi concentrici", ritrovandovi temi, letture e suggestioni tanto simili da far sospettare talora il plagio; quasi un'internazionale delle idee - verrebbe fatto di aggiungere-se non fosse che i paesi interessati sono, nel libro, due soltanto, e mancano purtroppo riferimenti non episodici a ciò che, nel contempo, andava accadendo in area germanica e anglosassone. Forse un ampliamento dello sguardo, e un'integrazione di fonti, se ci si provasse, ridimensionerebbero o correggerebbero almeno in parte la "centralità" attribuita dall'autrice alla Francia, "laboratorio" nientemeno che per le "classi dirigenti europee". Capita spesso, privilegiando con piena legittimità una direzione di ricerca, di trasferire il privilegio dal soggetto che opera e sceglie, all'oggetto studiato. Diffidare delle "centralità" - val la pena accennarvi - è acquisizione recente, e sempre raccomandabile, costata molti sforzi autocritici alla storiografia dell'età contemporanea.
Se si pensa all'Italia postunitaria, sino almeno allo scoppio della prima guerra, non se ne possono trascurare i debiti contratti con Austria e Germania: per fare un solo esempio, generazioni di medici, scienziati, giuristi ed economisti avviarono la carriera solo dopo aver ricevuto cresima a Lipsia, Berlino, Vienna ecc. Assai più di quanto accada oggi, il professionista colto di fine secolo leggeva e parlava correntemente il tedesco. E ancora: quale modello costituzionale e civile ebbero sempre in mente i conservatori illuminati alla Villari se non quello britannico?
Inizialmente la ricerca - informa l'autrice - avrebbe dovuto concludersi con l'"egemonia crociana" affermatasi ai primi del Novecento. Senonché l'imporsi della personalità di Croce le è parsa, ad un certo momento, non aver significato n‚ la sconfitta del positivismo, n‚ l'avvento dello stesso idealismo.- Assumere Croce come termine "ad quem" avrebbe pertanto comportato riproporre un luogo comune storiografico, logoro e ormai sfatato. Non fu lui - sostiene la Mangoni - a liquidare il positivismo in Italia; anzi, il suo prevalere "avvenne nei confronti di una cultura già profondamente corrosa al proprio interno".
Che la cosiddetta rivolta antipositivistica abbia tratto origine dal positivismo stesso, costretto a rinnegare alcuni propri postulati fondamentali, è opinione tutto sommato acquisita. Ma il germe della crisi - è la stessa Mangoni a riconoscerlo - lavorò e crebbe assai per tempo: "già dal 1870 degenerazione, evoluzione regressiva, fatale ostilità delle razze, inevitabile decadenza dei popoli civilizzati, erano stati concetti presenti nella cultura positivista". Già allora, la "civiltà" aveva smesso di contenere, per connaturato possesso, le garanzie della propria sopravvivenza. E i due filoni del positivismo italiano, che l'autrice individua (Villari e Lombroso), manifestarono sin da subito propensioni tutt'altro che ottimistiche, più inclini a registrare difetti e tare della giovane nazione, che a celebrarne i progressi. Da questa angolatura, gli anni novanta non fecero che amplificare disagio e malessere, tanto che non è agevole reperirvi una linea netta di demarcazione tra promotori della rinascita idealistica e positivisti in crisi. Così, a ritenere infondata l'ipotesi di una bontà naturale dell'uomo, poterono essere tanto il Brunetière neocattolico e restauratore della "Revue des deux mondes", quanto il Le Bon della psicologia delle folle, ossessionato dal trionfo imminente della plebe. Dalla rocca assediata della scienza ottocentesca - così si esprime l'autrice - s'alzarono parole d'ordine non diverse da quelle degli assedianti. O forse meglio, assediati e assedianti si scambiarono non di rado postazione. Angelo Mosso, citato nel libro come colui che mise in guardia, nel 1895, contro insorgenze mistiche d'ogni genere, partecipò poi anche a quella riduzione convenzionalistica che alla Scienza del secolo di Comte venne depennando la maiuscola.
Tesi della Mangoni è che dell'"esprit nouveau" propugnato oltralpe da Brunetière e soci, fu tramite verso l'Italia la scuola di Cesare Lombroso: sull'incidenza di questa il discorso sarebbe lungo, e non certo per negarla, quanto piuttosto per coglierne i caratteri differenziali, per distinguere e precisare. Appare francamente eccessiva la stima di un dominio lombrosiano durato vent'anni; se a dominare fu qualcosa, si trattò di un complesso di pronunciamenti sul mondo, dove Lombroso dovette battersi non poco perché la sua antropologia criminale ricevesse ascolto. Com'è noto, egli non sfondò in ambiente giuridico e politico; suscitò fideismi assai presto disillusi tra i medici; gli antropologi non smisero di guardarlo in tralice. Ebbe, sì, intorno un manipolo di seguaci - si pensi a Guglielmo Ferrero -, quelli che, per dirla con Pareto, vennero scrivendo "romanzi socialisti". È curioso che la Mangoni presenti Enrico Morselli come "collaboratore" di Lombroso: a prescindere dalla scarsa simpatia che intercorse tra loro, la multiforme attività e presenza del primo - filosofo, antropologo, psichiatra, igienista, sessuologo ecc. - meglio di altre, in piena autonomia, configurano la vocazione del medico a farsi scienziato sociale, tipica del secondo Ottocento.
Ha ragione l'autrice nel suggerire come la ripulsa cui andò incontro, ai primi del nuovo secolo, quella peculiare scienza sociale-naturalistica, deterministica, catalogatrice, misuratrice ecc.-, non fu mai capace di un vero vaglio critico; cosi si spiegano tanto la parzialità del "superamento", quanto il fatto che un'intera cultura se ne sarebbe ancora servita, magari inconsapevolmente, per non pochi decenni. Una tenace continuità che dovrebbe far rivedere - qui sta il punto - la nozione stessa di "crisi": un conto è ciò che ai protagonisti del tempo parve di vivere, altro conto ciò che, a giudicare col senno del poi, ebbe effettivamente luogo. Che crisi vi sia stata, nessuno potrebbe negarlo; che essa esplodesse e si svolgesse nelle forme drammatizzate dalla coscienza degli "intellettuali", è quantomeno problematico.
"Unirsi nel mondo umano vuol dunque dire peggiorarsi", aveva scritto nel 1894 Sighele a Gabriel Tarde; ed è vero che il pensare per gruppi, per aggregati, per organismi complessi, poté sembrare a taluni la risposta più efficace al mutare dello spettro sociale. E tuttavia la "psicologia delle folle" recava in sé troppa della paura che a Sighele aveva fatto coniare il termine di "folla delinquente". Non è casuale che, di li a poco, mentre uomini come Barrès e Maurras irrobustivano il nascente nazionalismo con iniezioni tardopositivistiche, il discredito calasse sulle modeste prove che aveva dato di sé quella variopinta letteratura: già alla vigilia della guerra il motto che prese ad affermarsi, principalmente tra gli psicologi, avrebbe consigliato di tornare all'individuo".


recensione di Campioni, G., L'Indice 1985, n. 9

Merito indubbio del volume della Mangoni è di aver portato alla luce alcuni momenti del fitto e spesso confuso dibattito di fine secolo capaci di dar la ragione di questo apparente paradosso: di avere visto la dissoluzione del positivismo e l'emergere di istanze idealistiche e di restaurazione religiosa come frutto di una corrosione progressiva anche nell'interno dello stesso movimento positivista, in una ricchezza virtuale di prospettive spesso tra loro divergenti (dalla nascita di nuove scienze sociali all'affermarsi di miti palingenetici e reazionari). Emerge, nella ricostruzione, il ruolo egemone, in quegli anni, della cultura francese e della "Revue des deux mondes" diretta da Brunetière, capace, di fronte a ricorrenti crisi di direzione sociale con caratteristiche comuni, di riassumere a livello europeo con maggiore forza le inquietudini e i problemi in formule di vasta popolarità. Vorrei qui accennare brevemente a due aspetti della ricostruzione della Mangoni che mi sembrano particolarmente fecondi.
A Lombroso, ed alla scuola lombrosiana nel suo complesso, viene restituita quella funzione di gruppo, anche se non del tutto omogeneo, di opinioni con funzione di denuncia e di guida nei confronti dell'Italia post-risorgimentale e dei suoi gravi problemi, contro le astrattezze e le confusioni dei politici di professione. Lombroso, fin dagli anni '70, accoglie il mito ideologico, diffuso sulle orme di Taine dopo la Comune, di una "politica sperimentale" di cui lo scienziato, il tecnico positivista si fa garante: una sorta di ingegneria sociale ostile alle astrattezze dei giacobini e della "ragione classica" creatrice dei diritti universali e del contratto sociale che avevano portato alla rovina la Francia.
Se l'attività pubblicistica di Lombroso e della sua scuola emerge nel suo significato, mi sembra discutibile invece l'esorcizzazione degli aspetti più apertamente reazionari e repressivi. In realtà la pretesa scienza non solo si costruisce a stretto contatto della realtà sociale ma appare spesso una risposta rassicurante a contraddizioni e disagi risolti dall'antropologia criminale nella naturalizzazione biologica.
Altro contributo del saggio è l'avere individuato, in Taine e Renan due punti di riferimento centrali anche nel dibattito di fine secolo. Alla luce di questo si tratta di verificare quanti temi, divulgati e divenuti ossessivi nelle ripetizioni della pubblicistica, trovino la loro origine nella cultura degli anni precedenti, successiva al trauma della Comune.
Se in Renan la forza disgregante della scienza portava a un "voluttuoso" scetticismo, si recuperava però pienamente la tensione metafisica alla totalità ed all'ideale (la realizzazione del "Dio nascosto"). Ed è proprio per caratterizzare l'idealismo sociale che Brunetière riprende nel suo saggio sulla nascita dell'idealismo la metafora, cara a Renan, della "devozione" dell'operaio che, chiuso nella sua prospettiva settoriale, lavora ad un edificio che una mano invisibile rende coerente. Ed è nella riflessione successiva alla Comune che possiamo trovare ancora i primi germi della psicologia delle folle, la critica del suffragio universale, dei sacri diritti e addirittura l'invocazione di provvidenziali uomini nuovi. Con questo clima culturale francese Nietzsche si confronta negli anni '80. Per questo spesso abbiamo l'impressione di trovarci di fronte a semplificazioni unilaterali e drammatiche di posizioni più complesse nate in anni precedenti.