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Paolo Crepet

Editore: Feltrinelli
Edizione: 5
Anno edizione: 2002
Formato: Tascabile
Pagine: 162 p.
  • EAN: 9788807814792
PONTI, GIANLUIGI, Il fascino del male

CREPET, PAOLO, Cuori violenti
(recensione pubblicata per l'edizione del 1995)

recensione di Frigessi, D., L'Indice 1996, n. 1

Mostri esibiti dai media, gli autori di crimini eccezionali, i serial killer, incarnano ai nostri occhi il culmine del male. Nel secolo scorso scrittori e romanzieri, uomini di scienza e sociologi avevano riflettuto a lungo sulla natura dell'uomo criminale e sulla genesi del delitto. Oggi le domande non si pongono allo stesso modo eppure l'inquietante riflessione sembra farsi ancora più attuale di fronte agli avvenimenti delittuosi che costeggiano ormai la nostra vita quotidiana.
Criminologi e psichiatri forensi di chiara fama, Gianluigi Ponti e Ugo Fornari prendono lo spunto dall'analisi di tre famosi casi di omicidi plurimi, avvenuti in questi ultimi anni in Italia, per darci un libro di eccellenti capacità divulgative. Divulgazione di livello alto, che espone quasi senza parere le posizioni assunte dalla psichiatria e dalla criminologia di fronte a drammatici problemi della psiche umana.
Giancarlo Giudice, Marco Bergamo, Luigi Chiatti mostrano alcune analogie nella loro condotta criminale, ma le differenze tra loro sono grandi e ben diversi i percorsi psicologici che li hanno condotti a delinquere. Perché tutti e tre hanno scelto il "male"? La scienza, rispondono i due studiosi, non può spiegare il perché, può solo gettare qualche luce sul "come" si producano tali "errori della psiche umana". Questa affermazione costituisce il nerbo del libro. Alla sua luce vengono analizzati gli aspetti più enigmatici di casi psichiatrici e giudiziari.
Possono i serial killer, che sembrano persone normali eppure compiono efferati delitti, considerarsi uomini liberi d'intendere e di volere? Sull'aspetto dell'imputabilità interviene la perizia psichiatrica e spesso si aprono discussioni tra giudici e psichiatri che mettono in luce profonde divergenze nei giudizi.
Oggi la mutata percezione della follia, della malattia mentale, il diverso modo di curarla, hanno consentito ai malati di riacquistare i diritti umani e stanno trasformando almeno in parte anche la perizia psichiatrica. In particolare la "perplessità" che i delitti mostruosi suscitano ha aperto la porta a una sorta di compromesso. Nel linguaggio della psichiatria forense e del diritto, accanto alle infermità o malattie compaiono le "anomalie", quei disturbi della personalità e del comportamento che influiscono sul funzionamento sociale dei soggetti ma che, per definizione o convenzione, non comportano abolizione della responsabilità. La nostra legge non ritiene imputabile chi ha agito in stato di "infermità", ma le anomalie psichiche e i disturbi della personalità che emergono nel caso dei serial killer non rientrano in questa definizione. I serial killer sono ritenuti responsabili della loro condotta; il diritto stabilisce, sempre in nome d'una convenzione, che gli impulsi debbano essere trattenuti dalla ragione. Resta tuttavia aperta, constatano i due criminologi, la domanda se i serial killer, e più in generale tutti i delinquenti, godano davvero della libertà di intendere e di volere, vale a dire della possibilità differenziata di rispondere a ogni sorta di stimoli e di situazioni, di scegliere, come usiamo dire, tra il bene e il male, di essere insomma moralmente responsabili. È l'annoso problema del libero arbitrio.
Gli autori non nascondono perplessità, la libertà non è identica per tutti. Fattori psicologici o psicopatologici, ambientali o sociali possono limitarla. Si può sostenere che il serial killer ha una libertà ridotta e il giudice può anche diminuire la pena. Questo non è stato il caso di Bergamo e di Chiatti, i loro impulsi sadici e perversi sono apparsi troppo gravi per attenuare la responsabilità morale. E del resto, tengono a sottolineare Carpi e Fornari, i ruoli del perito psichiatra e del giudice sono diversi. Al secondo compete una valutazione morale, mentre il perito cerca di comprendere senza giudicare.
Quali sono allora le cause dei delitti? La domanda aveva acquistato forza e centralità soprattutto nel corso dell'Ottocento; oggi non si ritiene più, come ai tempi del primo Lombroso, che il delinquente sia costretto al suo gesto da cause innate, che il criminale rappresenti una "razza" a sé, n‚ che il delitto sia causato solo da fattori ambientali esterni. Il delitto appare relativo alla cultura in cui nasce e si sviluppa, il crimine muta con il mutare delle norme e dei valori che trasgredisce e infrange.
In questa prospettiva perde significato la ricerca delle cause della criminalità, acquistano se mai importanza i "fattori facilitanti". Le scienze umane utilizzano piuttosto il principio della "causalità circolare", che agisce entro un sistema di cui fanno parte il singolo soggetto e tutti gli altri con cui il primo ha avuto qualche rapporto. La causa dei delitti, se ne conclude - e dato che una conclusione sia possibile -, sta nell'uomo che li compie. Proprio per questo il crimine, la scelta del "male" non è estranea a nessuno di noi e le molte ragioni che spingono, interagendo tra loro, ad attuarla non sono, da sole, determinanti.
C'è addirittura da chiedersi, allora, perché l'uomo delinqua così poco. A una constatazione analoga giunge anche un altro psichiatra, Paolo Crepet, che ha raccolto storie di ragazzi "cattivi" in carceri minorili, nelle comunità e nella strada. Il percorso di Crepet nel mondo della criminalità giovanile non approfondisce problemi attinenti alla difficoltà delle scelte ma porta alla luce un decadimento che è soprattutto nostro, un guasto profondo delle nostre relazioni quotidiane e delle reti affettive. Vuoto domestico, incapacità dell'ascolto, responsabilità di famiglie che appaiono svuotate di ogni credibilità: gli adulti sono colpevoli di far crescere degli adolescenti "replicanti", che riproducono i valori della sopraffazione e dell'idolatria del denaro di cui noi stessi siamo imbevuti.
In alcune pagine conclusive Crepet mette sotto accusa la generazione dei padri, ma più degli accenni alle nostre difficoltà di capire sono convincenti le parole dei protagonisti. La diciassettenne Loredana, che ha commesso rapine a mano armata, attratta da una vita irregolare e rischiosa: oggi la vera trasgressione le sembra quella del lavoro onesto, degli studi, del matrimonio. Maria Angelica la zingara, costretta per denaro a sposarsi a tredici anni: una brava ladra che per questa sua apprezzata abilità molti continuano a chiedere in sposa ma che afferma di aver "già vissuto troppo". E poi Luigi, spacciatore diciottenne con un padre in galera; Salvatore, ragazzo della camorra che nella comunità è diventato un piccolo boss, e ancora altri, cresciuti senza educazione e senza affetti, che nella delinquenza cercano anche un riconoscimento sociale. Questi ragazzi non hanno conosciuto vie di scampo, la violenza subita è più forte di quella commessa. Siamo ancora di fronte a un problema di libertà.

Recensioni dei clienti

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    francesco

    01/03/2003 16.07.25

    E'un libro vero e crudo, su una realtà che molti conoscono ma che pochi fanno qualcosa per cambiarla.L'ignoranza e il menefreghismo faranno sempre da padroni.

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