Traduttore: D. Vezzoli
Editore: Einaudi
Collana: Supercoralli
Anno edizione: 2016
In commercio dal: 15 novembre 2016
Pagine: 208 p., Rilegato
  • EAN: 9788806180034
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Descrizione


Dall'autrice della trilogia formata da Gilead, Casa e Lila, il vincitore del PEN/Hemingway Award 1982, inserito dal «Guardian Unlimited» fra i cento piú grandi romanzi di tutti i tempi.

«Non è un romanzo da leggere in fretta, perché ogni sua frase è una delizia.»Doris Lessing

«"Le cure domestiche" è tuttora un capolavoro, un'indimenticabile dichiarazione di intenti immaginativi e letterari.»The Guardian

Quando le acque gelide del lago di Fingerbone si chiudono su un'altra anima, in città a occuparsi di Ruth e Lucille, le due bambine rimaste orfane, torna la giovane zia Sylvie. Sylvie indossa abitini leggeri sotto il cappotto informe, ama la luce e gli spazi aperti e viaggia per l'America sui treni merci. Sa che il miglior antidoto alla perdita è non avere e crede che la casa sia piú un luogo dell'anima che di regole e mattoni. Ruth e Lucille non hanno mai visto Fingerbone, la cittadina del Midwest che ha dato i natali alla loro mamma Helen, né le acque fonde e cupe del lago intorno a cui sorge. Ma quel lago, che in passato è stato teatro di un tragico e spettacolare disastro ferroviario, divenendo luogo di eterno riposo per molti abitanti della zona, pretende un grande tributo dalle loro giovani vite. Lo esige il giorno in cui Helen decide di riconsegnare le bambine alle loro origini e, dopo aver affrontato il lungo viaggio da Seattle, le deposita sul portico della casa avita con un pacco di biscotti da sgranocchiare per ingannare l'attesa; quindi, senza una parola di commiato né una riga di spiegazioni, risale in macchina e va a gettarsi nel lago. Con questo romanzo poetico e potentissimo Marilynne Robinson, quasi venticinque anni prima di Gilead, entrava magistralmente nel mondo delle grandi lettere, oltre che nella mente e nel cuore dei lettori, per non abbandonarli più.

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Recensioni dei clienti

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    Giulietta

    18/09/2018 07:10:01

    Dolcissimo, delicato, nostalgico, tranquillo. Uno di quei libri che una volta finito lascia una sensazione dolceamara, e del quale ci si ritrova a sentire la mancanza. I personaggi sono talvolta bizzarri, ma le loro ragioni li spingono ad agire in modo realistico, anche quando le loro azioni si rivelano dolorose o tristi. Mi è piaciuto molto.

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    MARA REGONASCHI

    01/08/2018 14:26:40

    Non mi ha convinto questa autrice, celebratissima in patria. Libro lentissimo nel quale ho trovato più assurdità che poesia, più astrattezza che autenticità. Troppo immaginativo e a tratti triste, quasi violento, nel destino che travolge le due piccole protagoniste del racconto.

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    Loris

    24/07/2017 07:46:32

    Immergersi in questo romanzo richiede una certa dose di fatica, ma la perseveranza è ripagata dalla grande intensità emotiva e dal lirismo che accompagna le pagine migliori. La Robinson, decenni prima della trilogia di Gilead, si interroga sulla possibilità e sul senso di ‘casa’. Ovviamente non si parla di un edificio fisico, pure presente nella narrazione: quello è destinato a perire, usurato dal tempo e dalle intemperie, come ogni cosa nell’esperienza umana. Ciò non toglie che ci si affanni per dargli una parvenza di stabilità, per instaurare cure e consuetudini che ne facciano un rifugio rassicurante. Il vero legame però è con le persone care e paradossalmente si fa più forte e vincolante nel momento in cui spariscono, ancor più se la separazione avviene in modo traumatico. Le immagini popolano i ricordi, invadono I sogni e tracimano nella quotidianità come le acque del lago, sepolcro e soglia di un aldilà ammaliante e inquietante. Le azioni e le regole del vivere sociale diventano irrilevanti per Ruth e di contro offrono uno scudo a Lucille. Tra immagini iconiche legate all’acqua e al fuoco, la Bibbia torna come riferimento principe, dal diluvio universale alla moglie di Lot trasformata in statua per essersi fatta attrarre dal passato e dalle cose perdute. La riapparizione(resurrezione) di chi si è amato è promessa e desiderio ultimo nel vagabondaggio dell’esistenza.

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    Antonella

    28/01/2017 16:34:22

    Quanta poesia nell'impeccabile scrittura di questo romanzo. L’ambiente è dominato dalle acque del lago che accompagnano l’intera vicenda. L’assenza si fa presenza forte nella memoria e nella mancanza. Andarsene per trasformare il corso naturale degli eventi, uscire di scena per restare in vita per sempre.

Vedi tutte le 4 recensioni cliente (dalla più recente) Scrivi una recensione

Le prime frasi del romanzo

Mi chiamo Ruth. Sono stata allevata, insieme a mia sorella più piccola, Lucille, da mia nonna, Mrs Sylvia Foster, e quando lei morì, dalle sue cognate, Miss Lily e Miss Nona Foster, e quando loro scapparono via, da sua figlia, Mrs Sylvia Fisher. Siamo passate da una generazione all’altra, ma abbiamo sempre vissuto nella stessa casa, la casa della nonna, costruita per lei da suo marito, Edmund Foster, un impiegato delle ferrovie che lasciò questo mondo molti anni prima che io ci entrassi. Fu lui che ci relegò quaggiù in questo posto inverosimile. Era cresciuto nel Midwest, in una casa scavata nella terra, con le finestre esattamente a livello del suolo ed esattamente a livello dell’occhio, in modo che dall’esterno la casa sembrava solo un tumulo, più simile a una tomba che a un’abitazione umana, e dall’interno la perfetta orizzontalità del mondo in quel posto tracciava così rigorosamente la prospettiva che l’orizzonte sembrava circoscrivere quella zolla di casa e nient’altro. Così mio nonno incominciò a leggere tutto quel che riusciva a trovare in fatto di viaggi, diari di spedizioni sulle montagne dell’Africa, sulle Alpi, le Ande, l’Himalaya, le Montagne Rocciose. Comprò una scatola di colori e copiò da una rivista la riproduzione di un dipinto giapponese del monte Fuji. Dipinse anche molte altre montagne, nessuna delle quali identificabile, ammesso che qualcuna esistesse davvero. Erano tutte a forma di morbidi coni o cunette, solitarie, o a mucchi, a grappoli, verdi, marroni o bianche, a seconda della stagione, ma sempre con cime innevate, cime che erano rosa, bianche o d’oro, a seconda dell’ora del giorno. In un grande quadro aveva messo in primissimo piano una montagna a forma di campana e l’aveva coperta di alberi dipinti meticolosamente, ciascuno dei quali spuntava ad angolo retto dal suolo, come il pelo ritto sulle pieghe di un tessuto peluche. Ogni albero era carico di frutti multicolori, e uccelli vivaci si annidavano nei suoi rami, e ogni frutto e uccello seguiva la curvatura della terra. Vi si potevano scorgere bestie dalle dimensioni spropositate, maculate e a strisce, che correvano senza rallentare su per il fianco destro della montagna e senza accelerare scendevano giù per il fianco sinistro. Non riuscii mai a decidere se la genialità di questo quadro fosse dovuta all’ignoranza o alla fantasia.