Dalla guerra fredda alla grande crisi. Il nuovo mondo delle relazioni internazionali

Ottavio Barié

Editore: Il Mulino
Anno edizione: 2013
In commercio dal: 9 maggio 2013
Pagine: 280 p., Brossura
  • EAN: 9788815244581

nella classifica Bestseller di IBS Libri - Storia e archeologia - Storia - Specifici eventi e argomenti - Guerra Fredda

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  Nel percorso attraverso la storia delle relazioni internazionali degli ultimi venticinque anni proposto dal libro di Barié spiccano tre questioni cruciali. In primo luogo, l'autore si interroga su quali fattori abbiano contribuito al delinearsi di un "nuovo mondo delle relazioni internazionali" dopo la fine della guerra fredda. In particolare si sofferma sugli esiti della crisi di entrambi i modelli di sviluppo dell'era bipolare sopraggiunta negli anni settanta. Mentre le difficoltà incontrate dal modello sovietico si rivelarono di lì in poi croniche e irreversibili, la ripresa del capitalismo, pur non consentendo un facile ritorno all'età dell'oro, poté contare sulla dinamicità del Giappone, sull'emergere delle "tigri asiatiche" (Hong Kong, Singapore, Corea del Sud, Taiwan) e sulla graduale svolta della Cina verso una nuova forma, appunto, di capitalismo. L'instabilità economica e monetaria provocata dalla rinuncia statunitense a mantenere il sistema di Bretton Woods e il cambio fisso del dollaro favorì inoltre una maggiore spinta al coordinamento e alla solidarietà tra i paesi dell'Europa occidentale. Richiamandosi allo studio di Pierre Lellouche, allievo di Raymond Aron, Il nuovo mondo. Dall'ordine di Yalta al disordine delle nazioni (il Mulino, 1994), Barié può a questo punto mettere a fuoco sostanzialmente due conseguenze della "vittoria" del capitalismo. La prima è che l'Occidente, mentre si è impegnato nel promuovere i valori liberaldemocratici a livello globale, paradossalmente ha lasciato che i propri metodi di governo e i principi su cui si reggono si deteriorino in casa propria; la seconda è che il capitalismo asiatico, nel contribuire alla ripresa di quello occidentale, ha finito per riscriverne le regole, rendendolo in generale "più efficiente e produttivo, ma anche più spietato" (queste le parole di Lellouche), e mettendo altresì in un angolo il modello europeo di democrazia. Barié individua poi una fase cruciale per il "nuovo mondo delle relazioni internazionali" nell'ultimo decennio del Novecento, decisivo in quanto per un verso plasmato dalle conseguenze del passato, ma per un altro verso "con la prospettiva di costruire un avvenire". Siamo così alla seconda questione a cui il volume pare conferire particolare rilievo. Quel decennio si aprì con una serie di scelte compiute dall'amministrazione Bush che Barié giudica "di successo", a partire dalla decisione statunitense di astenersi con discrezione da ogni pressione nel configurare il nuovo assetto dell'Europa centro-orientale: il presidente americano evitò, in tal modo, che una proclamazione trionfale della vittoria dell'Occidente mettesse in pericolo la disponibilità di Mosca a rinunciare gradualmente al proprio ruolo di superpotenza. Ma, soprattutto, Bush gestì con grande saggezza la crisi mediorientale causata dall'occupazione irachena del Kuwait. Washington dimostrò di voler affrontare il problema con un'impostazione collettiva, nell'ambito delle Nazioni Unite, come non faceva da molto tempo. Fra il 2 agosto e il 29 novembre 1990 il Consiglio di sicurezza dell'Onu emanò ben dodici risoluzioni rivolte all'Iraq. Alla fine decise di ricorrere all'intervento armato (iniziato il 17 gennaio 1991), ma quest'ultimo avvenne con i paesi arabi che si schierarono accanto ai paesi occidentali contro uno stato arabo. Anche di fronte al tentativo del dittatore iracheno Saddam Hussein di provocare defezioni sul fronte opposto sottoponendo a bombardamento missilistico Israele, Washington dimostrò di sapersi muovere con intelligenza: convinse Israele a non intervenire, evitando così che la guerra di Saddam potesse assumere una valenza antisionista e ottenendo che gli alleati musulmani rimanessero nell'alleanza. Furono molteplici i risultati in tal modo ottenuti dalla gestione della crisi mediorientale da parte dell'amministrazione Bush: gli Stati Uniti confermarono il proprio controllo militare sul Medio Oriente; ottennero rilevanti vantaggi economici, sia dalla difesa dei propri interessi petroliferi, sia dalla condivisione delle spese di guerra con gli altri membri della coalizione; dimostrarono poi la propria indiscussa abilità militare, cancellando le ombre che ancora provenivano dalla guerra in Vietnam; rimisero al suo posto, almeno temporaneamente, una potenza regionale ambiziosa e destabilizzante come l'Iraq; dimostrarono di saper riportare in primo piano un'organizzazione internazionale, l'Onu, di cui peraltro erano stati i promotori alla fine della seconda guerra mondiale; infine, interrompendo l'operazione militare con la liberazione del Kuwait, risparmiarono molte vite umane. L'America di Bush seppe insomma comportarsi da "mentore discreto della 'terza ondata' dell'espansione della democrazia", dopo quella iniziata nel 1828 con il suffragio universale maschile negli Stati dell'Unione americana e quella del secondo dopoguerra (la tesi delle tre "ondate", come è noto, è di Samuel P. Huntington). L'era Clinton può essere invece divisa, secondo Barié, in due fasi, la prima delle quali con risultati prevalentemente negativi. Clinton vinse le elezioni americane del '92 puntando sui temi legati alla condizione economica interna, e l'economia fu la categoria mentale applicata pure alla politica internazionale: di lì discesero gli impegni "neowilsoniani" come il rilancio dell'accordo sulle tariffe e il commercio internazionali (Gatt) o la creazione dell'Organizzazione mondiale per il commercio (Wto). La presidenza democratica cavalcò dunque l'espansione economico-finanziaria mondiale, la quale peraltro già iniziava a rivelare i suoi rischi, con l'enorme aumento dei capitali da investimento e le prime avvisaglie di una loro inquietante trasformazione. All'impegno americano in tale direzione si accompagnarono inoltre il ritiro dalla Somalia nell'ottobre del 1993 (a causa della morte di diciotto membri delle truppe speciali), il mancato intervento poco tempo dopo nella crisi del Ruanda (gravissima sul piano umanitario) e il ritardo nel prendere in mano la questione jugoslava (complessa più di ogni altra nell'Europa contemporanea per numero di etnie coinvolte, radicalismo delle fedi religiose contrapposte ed eccessi come stragi e "pulizie etniche"). Un'inazione, quella di Washington, "che ripetute missioni diplomatiche di personalità americane non potevano compensare". Inoltre è ambivalente il bilancio del comportamento statunitense nel corso degli anni novanta di fronte al progredire del terrorismo. Si rivelarono spartiacque, per molti versi, i sanguinosi attacchi alle ambasciate americane in Kenya e in Tanzania del 1998. Ma fu tempestivo l'avvio di un'intensa attività antiterroristica? Il terzo nodo cruciale del volume non può che essere rappresentato dalla svolta del "primo XXI secolo": dopo la linea di "internazionalismo delle Nazioni Unite" tenuta dalle due presidenze statunitensi degli anni novanta, l'11 settembre 2001 offrì l'occasione per la Bush revolution, di fatto non veramente opera di George W. Bush (proveniente da un contesto "provinciale", quello dello stato del Texas, e non interessato fino ad allora al mondo esterno agli Stati Uniti), ma dei neoconservatori, che riuscirono ad assumere un ruolo attivo all'interno della sua amministrazione. Con la Bush revolution il "Medio Oriente allargato" divenne "l'epicentro della situazione internazionale", nella quale, in realtà, non meno significativi avrebbero dovuto essere considerati l'ascesa di una "grande potenza di nuovo tipo", la "terza Russia" di Putin, sulla base del controllo di una parte consistente delle risorse naturali del pianeta e sul loro percorso verso l'Europa, e di una "superpotenza di nuovo tipo", la Cina post-maoista, dallo sviluppo economico e commerciale eccezionale, un "altro mondo" rispetto alle stesse società asiatiche circostanti e fortemente nazionalista pur essendo costituita al suo interno da "500 Cine". Il disastro iracheno seguito alla caduta di Saddam Hussein indusse nel 2009 il nuovo presidente americano Barack Obama a sostenere la linea secondo cui l'errore statunitense era stato di concentrarsi sul "nemico sbagliato". Quello "giusto" era invece rappresentato dall'Afghanistan, nella presunzione che in Iraq "la penetrazione del terrorismo islamico dopo Saddam Hussein non trovi il terreno favorevole per farne un'altra base strategica stabile". Da queste scelte è dunque discesa negli ultimi anni tutta una serie di "crisi non risolte" nel "Medio Oriente allargato", il quale, aggiunge Barié, "di crisi incombenti, non chiuse, aperte ne vede o ne vedrà presto altre". Promesse, sviluppi incompiuti e grandi incertezze non possono pertanto che connotare il "nuovo mondo delle relazioni internazionali".   Giovanni Borgognone