De senectute e altri scritti autobiografici

Norberto Bobbio

Curatore: P. Polito
Editore: Einaudi
Collana: Gli struzzi
Anno edizione: 1996
Pagine: VI-200 p.
  • EAN: 9788806136086
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recensione di Papuzzi, A., L'Indice 1997, n. 1

Come "Destra e sinistra", anche questo "De senectute" è salito ai primi posti delle classifiche che ci informano sulle vendite librarie. Il successo imprevisto di "Destra e sinistra" era stato ragionevolmente spiegato con il momento politico con cui il libro aveva coinciso: la prima sfida, nella primavera del 1994, fra i conservatori e i progressisti, che alimentava il ritorno a due parole chiave della competizione politica. Ma il "De senectute" parla di quanto è più distante dalla sfera politica: il perché della vita e, naturalmente, il perché della morte, considerati attraverso il filtro della vecchiaia. Siamo da tutt'altra parte, rispetto alla filosofia politica, terreno del magistero bobbiano. Il successo del "De senectute" si spiega invece con il bisogno di una saggezza esistenziale cui affidarsi quando i valori impallidiscono e le incertezze aumentano.
A ottantasette anni Bobbio si pone le stesse domande che assillano tanti di noi - non a caso il libro è preceduto da un'introduzione di dieci pagine intitolata "A me stesso" -, cercando le risposte non in teorie e in dottrine, ma nell'esperienza quotidiana, nell'interiorità affettiva e nell'abitudine a una razionalità metodica e scettica (deposito di una vita di studi filosofici). Come quando si ricorda della preghiera cattolica per i defunti "Requiem aeternam dona eis, Domine. Et lux perpetua luceat eis", imparata da bambino, "ripetuta non so quante volte", e da vecchio ne contesta il senso logico: "Il riposo perfetto, tanto più se eterno, richiede non soltanto il silenzio ma anche l'oscurità. L'immagine del riposo e quella della luce sono tra loro contrastanti. Abitualmente associate, invece, sono quelle del sonno e della notte".
Il filtro della vecchiaia possiede un sapore acre perché la vecchiaia è un'età espropriata del futuro. Come scriveva Italo Svevo, "la vita del vecchio è veramente selvaggia". Perché è la vita ridotta a presente con una sola possibilità: trasformarsi in passato. E come passato essere ripensata e rivissuta. Ormai privata di domani, se mai ne ebbe uno, come insegna la letteratura mitteleuropea. In questa gamma di riflessioni ed emozioni scorrono le pagine del "De senectute" di Bobbio: "Chi ha raggiunto l'età che ho io, mi pare che dovrebbe avere un solo desiderio - si legge infatti - e una sola speranza: riposare in pace". Cioè una speranza che non si può neppure considerare tale. Non speranza di qualcosa, non speranza per qualcuno, ma la speranza di essere liberati da ogni affanno, potremmo dire la speranza di non più sperare. Non può non venire in mente l'antica filastrocca di Carlo Michelstaedter in una pagina di "La persuasione e la rettorica". Comincia con i versi "Se spera che i sassi deventa paneti" e finisce con una strofa carica di un beffardo e disperato pessimismo: "Se spera sperando / che vegnerà l'ora / de andar in malora / per più non sperar".
Può apparire persino sorprendente che il grande filosofo del diritto, il polemista di "Politica e cultura", l'editorialista de "La Stampa" impegnato a discutere questioni della giornaliera lotta politica, si muova su questo sfondo mitteleuropeo e percorra la china del proprio pessimismo e della propria vulnerabilità, con una irriducibilità dolorosa: "La vita - scrive ancora - non può essere pensata senza la morte". Infatti nello stesso brano cita un sarcastico interrogativo di Elias Canetti ("Quante persone scoprirebbero che vale la pena di vivere una volta che non dovranno più morire?"). Talvolta la pagina di Bobbio sembra avvicinarsi a quella tragica conclusione di Svevo per cui la nostra vita non è che "una malattia della materia", una specie di infiammazione che interrompe lo stato di inanimazione della materia. Per esempio dove Bobbio spiega perché la morte sia "la fine ultima", nel senso che non c'è un'altra fine: "La fine della vita è insieme la prima fine e l'ultima fine. Anche chi ammette una seconda vita dopo la morte non ammette una seconda morte, perché la seconda vita, se c'è, è eterna, è una vita senza morte". La morte introduce uno stato che non muta.
Ma le analogie finiscono quando si passa dalla consapevolezza di ciò che siamo e di ciò che ci aspetta alla considerazione di come siamo e come viviamo. Questo passaggio segna un bivio, davanti al quale il filosofo che esplora se stesso da vecchio sembra allontanarsi dalle vie battute dalla grande letteratura mitteleuropea e triestina. Una volta messa a nudo la tragicità della condizione umana, non è l'ironia sveviana l'uscita d'emergenza, ma una sorta di pietas, quasi un velo di pudore steso sopra la piaga. È come se il rigore razionale venisse interrotto e sospeso da una pascaliana sublimazione, che ci restituisce la forza degli affetti e delle emozioni. Illuminante il ricordo di una sorellina mai conosciuta, opposto al vano desiderio o speranza dell'immortalità.
"Prima di mio fratello primogenito, era nata dai miei genitori una bambina, vissuta tre giorni. Papà e mamma ne parlavano spesso quando eravamo piccoli. Ma poi a poco a poco loro stessi ne hanno parlato sempre meno. Di quella breve vita è rimasta soltanto una lieve traccia nella mia memoria e in una minuscola lapide nel cimitero di famiglia. Quando anch'io sarò morto, nessuno più si ricorderà di lei. Il giorno in cui uno dei miei figli, uno dei miei nipotini, visiteranno quella tomba e leggeranno il nome su quella piccola lapide, si domanderanno: 'Chi era?' Non ci sarà nessuno a dar loro una risposta. Si può dare un senso, e quale?, a quel soffio di vita, di cui nell'intero universo io solo ho ancora un ricordo sempre più evanescente?".
Questo nocciolo del libro è condensato nelle prime cinquanta pagine che comprendono l'introduzione "A me stesso" e il primo capitolo, il "De senectute" vero e proprio, diviso in due parti: un discorso tenuto all'Università di Sassari nel maggio 1994, per il conferimento della laurea honoris causa, e un testo inedito, composto appositamente per questo volume. Le altre centoventi pagine raccolgono scritti autobiografici, originati da occasioni le più diverse (convegni di studi, l'addio all'insegnamento, i festeggiamenti per i settantacinque anni e gli ottant'anni, il Premio Balzan). Nell'insieme compongono il quadro che ci mancava di una biografia dispersa, integrato sapientemente, per quanto riguarda le date chiave e le informazioni fondamentali, da una "Nota biografica" di Pietro Polito.
Questi testi propongono ovviamente numerosi riferimenti all'impegno politico di Bobbio per instaurare e difendere la democrazia. Perciò il libro è stato letto in chiave politica in gran parte delle recensioni apparse su quotidiani e settimanali. Un po' per una deformazione della stampa italiana, che tende a leggere con le lenti della politica ogni avvenimento e ogni fenomeno, un po' per un concorso di circostanze fortuite, dalle difficoltà di governo dello schieramento progressista al ritiro dalla scena dello stesso Bobbio. Ma è una lettura fuorviante. Che in ogni caso non aggiunge nulla alla vasta bibliografia del filosofo politico. Mentre è nuovo e spesso emozionante l'inquieto confronto tra l'esperienza intellettuale di Bobbio e gli interrogativi che gli propone la vecchiaia, a cominciare da quelli sulla propria identità.
Ai quali si sforza di rispondere con una sincerità scevra dalle malizie della dialettica, accettando l'imprevedibilità della storia, riconoscendo i segni della decadenza, guardando in faccia la vita che si allontana, con la "coscienza tranquilla", come scrive, di esse-re arrivato soltanto ai piedi della conoscenza. "Tranquilla ma infelice".