Debussy. Gli anni del simbolismo

François Lesure

Traduttore: C. Gazzelli
Editore: EDT
Collana: Improvvisi
Anno edizione: 1994
In commercio dal: 12 marzo 1996
Pagine: 288 p.
  • EAN: 9788870631661
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scheda di Campogrande, N., L'Indice 1994, n.10

Procede per anni, per blocchi di anni, questa biografia, muovendo dall'esperienza comunarda del padre di Claude-Achille per arrivare alla messa in scena del "Pelléas" (Parigi, 1902). Lesure non cerca di dimostrare delle tesi ma preferisce fornire al lettore i dati necessari affinché sia egli stesso capace di dare una propria interpretazione del materiale. La prosa è amabile, invitante, rivela scelte accurate e a tratti fa pensare a un copione per il teatro o il cinema, eppure il rigore dell'autore - massimo esperto della materia - gli impedisce di scivolare nell'oleografia gratuita, nel pettegolezzo. Se viene presentata un'informazione è sempre perché questa porta un contributo al disegno generale, o perché serve a sfatare leggende infondate, o perché lascia intravedere al lettore possibili aperture ancora da indagare. Non c'è presunzione, in queste pagine, se non quella di illuminare con intelligenza la vita bohémienne e tormentata del compositore, sempre in cerca di quattrini, sempre infilato in avventure amorose già in partenza destinate al fallimento.
Di musica, in senso stretto, Lesure parla pochissimo. Lascia spazio ai mille documenti, alle testimonianze degli amici e dei compagni di Debussy, alle ricorrenti critiche musicali. Il valore di un'opera o la sua importanza storica sono elementi che, giustamente, rimangono fra le righe. Ciò che conta è raccontare il nascere e l'evolversi dell'esperienza simbolista, frugando tra riviste e programmi di concerto per cercar di capire che cosa realmente quegli anni abbiano significato per un'intera generazione di artisti. Il punto lo fa in coda al volume, in quattro paragrafi raccolti sotto il titolo "L'uomo a quarant'anni"; Debussy, senza Baudelaire, Mallarmé, Poe, Laforgue, Maeterlinck, non sarebbe diventato Debussy: "Si cercherebbe invano un poeta, un pittore, un drammaturgo che abbia a tal punto saputo trarre profitto da una corrente di cui non si ripeterà mai abbastanza che non fu un vero movimento, ma una comunità senza dogmi, con un'etica per cui la musica occupava il posto dei sogni".
Unica fastidiosa pecca sono i numerosi refusi e le evidenti distrazioni (chissà perché, ad esempio, senza mai ricorrere a corsivi si avvicendano "mélodie", con l'accento, e poi "lieder", minuscolo). Data l'importanza del volume, viene già da sperare in una riedizione corretta.