Il delitto, la legge, la pena. La contro-idea abolizionista

Vincenzo Ruggiero

Collana: Le staffette
Anno edizione: 2011
Pagine: 272 p., Brossura
  • EAN: 9788865790083
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"C'è chi ritiene l'abolizionismo una sorta di vascello che trasporta quantità variabili di esplosivo". Così Vincenzo Ruggiero apre l'introduzione del suo ultimo libro, Il delitto, la legge, la pena. La contro-idea abolizionista. Certo, non è questa la stagione culturale più idonea a proporre all'attenzione del ceto politico una simile tematica e le argomentazioni che la innervano. E però, indipendentemente dalla condivisione delle conclusioni alle quali giungono oggi gli esponenti di questa corrente di pensiero, è sempre utile richiamare l'attenzione sulle ragioni di una critica radicale del sistema penale che essi propongono. Il paese attraversa da anni una situazione drammatica per quanto riguarda il cosiddetto problema dell'affollamento in carcere. In realtà, in un contesto nel quale miti e sentimenti reazionari si intrecciano continuamente all'indifferenza per i diritti umani dei ceti marginali, il tema della pena propone un insieme di problemi che, al di là del sovraffollamento, riguardano da vicino la condizione della democrazia. Sembrano in crisi non solo le dottrine di giustificazione, sia quelle cosiddette "assolute" o della retribuzione, sia quelle della prevenzione speciale, ma anche quel pensiero riformatore che affianca all'utilità della pena, intesa come prezzo necessario per impedire danni maggiori ai consociati, la sua funzione rieducativa, come descritta nella costituzione repubblicana. Più in generale, i sistemi penali, a cominciare da quello italiano, si caratterizzano oggi per la loro dismisura.
Da qualche anno si è aperta una riflessione rinnovata sulla funzione e sui limiti dell'intervento penale, ma gli studiosi non sono giunti a conclusioni condivise. Anche per questo è utile soffermarsi sulle riflessioni di Ruggiero.
La vicenda dell'"abolizionismo" è articolata, complessa e ricca di spunti di riflessione. Inizialmente il movimento che si richiamava a tale concetto aveva come obiettivo l'abolizione della schiavitù, della pena di morte e della tortura. L'orizzonte si è poi allargato. Anche la cancellazione della pena dell'ergastolo e dei ricoveri manicomiali definitivi sono entrate nel panorama dei risultati da perseguire.
In tempi più vicini l'"abolizionismo penale", pur mantenendo al proprio interno un'articolazione di analisi e di proposte, ha ampiamente superato quei limiti. Attualmente si va da una sua prima componente che, partendo da una critica radicale all'intero sistema penale, ha proposto un cambiamento totale delle prospettive repressive (sostenendo la possibilità/necessità di rinunciare al sistema della sofferenza legale) ad altre componenti che, pur condividendo la valutazione secondo cui il sistema giuridico penale crea molti più problemi di quelli che contribuisce a risolvere, propongono non l'abolizione tout court della risposta penale, ma una prospettiva "altra" nell'analisi della criminalità e delle sue ragioni, e uno studio nuovo, originale, della legislazione, che con tali ragioni si misuri. Una teoria unificante dell'abolizionismo, dunque, non è proponibile; e Ruggiero ne dà atto.
Ma se questa sintesi degli attuali orientamenti è corretta, sorgono spontanee alcune domande, nelle due direzioni fondamentali appena ricordate.
Con riferimento all'ipotizzata rinuncia al diritto penale (che ha fra i suoi scopi – va ricordato – quello di prevenire reazioni informali al delitto), quali diversi strumenti di controllo sociale sarebbero ipotizzabili? E come si potrebbe gestire lo spirito di vendetta che, almeno in occasione dei crimini di sangue, percorre inevitabilmente la società? E con riferimento a quanto oggi l'area più ampia dell'abolizionismo propugna, che cosa la differenzia dalle filosofie penali riduzioniste, come quelle del diritto penale minimo (Luigi Ferrajoli, Alessandro Baratta) che invocano la pena, e in particolare il carcere, solo come ultima soluzione?
Nel trattare delle origini, delle contraddizioni e delle conquiste del pensiero abolizionista, Ruggiero incrocia inevitabilmente questo tipo di problemi.
L'apparato filosofico che sostiene l'abolizionismo è sostanzialmente contrassegnato dal rifiuto della distinzione fra bene e male, e trova interpreti autorevoli secondo i quali nulla è in sé male essendo ogni cosa il prodotto di un determinato assetto sociale o una componente dell'infinità della natura. Più propriamente: ordine e disordine, bene e male, giustizia e ingiustizia sono concetti vuoti se ignorano da un lato la prospettiva della scelta, dall'altro il momento in cui il giudizio viene formulato. In ogni caso, se è vero che il male è generalmente considerato uno dei problemi centrali delle società contemporanee, si dovrebbe dare vita a una nuova etica i cui principi siano in grado di accettare questo male, di comprenderne le ragioni e di integrarlo.
A partire da qui, da un'analisi approfondita di queste proposte, Ruggiero esamina anche le risposte alle domande che si sono poco sopra formulate e propone le critiche dell'abolizionismo alle varie posizioni che ne contrastano l'essenza.
Per quel che concerne l'abolizionismo radicale, escluso il ricorso alla pena intesa come forma di violenza e minaccia, meccanismo di produzione del terrore che informa il tessuto della vita dei detenuti, si prospettano, da un lato, la punizione come lutto dell'intera comunità (che pertanto deve, in qualche misura, esserne partecipe) e, dall'altro, il controllo sociale come cordialità, nella prospettiva di un modello di giustizia basato sull'idea di "incontro con lo sconosciuto" e sull'"etica dell'ospitalità" (pur se un discorso del genere può riguardare solo una sfera delimitata di illeciti: quelli ideologici, quelli la cui natura consente meccanismi civilistici di compensazione e risarcimento, quelli di ridotta gravità che consentono il dialogo fra le parti).
Per quel che concerne l'altro (meno drastico) orientamento, secondo Ruggiero il punto di distinzione rispetto al riduzionismo è dato "dall'enfasi sulla partecipazione, sull'autonomia e sugli elementi teorico-organizzativi che rendono la pratica dell'abolizionismo simile a quella di un movimento sociale". Accanto alle critiche, spesso puntuali, alle concrete caratteristiche dei sistemi penali, a livello propositivo le suggestioni dell'abolizionismo si riassumono nella necessità di dare al criminale una risposta sociale positiva (il che peraltro, con le necessarie puntualizzazioni e distinzioni, non è necessariamente escluso dalle teorie riduzioniste). E poi, a chi afferma che l'intervento dello stato è inevitabile quando si tratta di rimuovere le mancanze di rispetto alla libertà di qualcuno (per cui la coercizione è legittima in quanto sanziona un atto che ha negato l'altrui libertà), si replica che argomentazioni di questo tipo sono valide solo nelle società, difficilmente individuabili, nelle quali l'equo accesso alla giustizia si accompagna all'equo accesso alle risorse. E a chi sostiene che vi sono società nelle quali l'ordinamento persegue tendenzialmente la libertà di tutti, ragion per cui non lo si potrebbe rifiutare, si risponde che in ogni caso la legge penale riafferma valori prescindendo dagli individui ai quali si rivolge, dai loro caratteri e dalla loro storia.
Il libro affronta poi la questione del carcere per individuare gli avversari e gli alleati teorici dell'abolizionismo (con una rassegna delle culture della punizione, con attenzione a una serie di teorizzazioni, tra le quali quelle di Kant e di Hegel), e il tema dei limiti alla sofferenza. Ma qui, rispetto alle altre teorie critiche dell'attuale sistema penale, le distanze forse si accorciano.
L'analisi dell'autore, che riprende la gamma degli argomenti delle varie componenti dell'abolizionismo, conferma, anche se non esplicitamente, un giudizio di a-scientificità di quella che è un'ipotesi morale e filosofica. Vi è chi, a suo tempo, ha rilevato che "il motivo ispiratore [dell'abolizionismo] è di natura decisamente volontaristica e moralistica, dichiaratamente originato da un moto irrefrenabile di indignazione morale nei confronti della 'barbarie' del diritto penale" (Massimo Pavarini, Il sistema della giustizia penale tra riduzionismo e abolizionismo, in "Dei delitti e delle pene", 1985, n. 3).
È difficile dissentire da tale giudizio. Anche Ruggiero finisce per riconoscerlo, laddove afferma che, in definitiva, ripercorrere i testi abolizionisti ha lo scopo di collegare il loro radicalismo, il loro utopismo "alle interpretazioni della criminalità e della legge che appartengono alla tradizione culturale occidentale e alle sue opzioni, concrete e ragionevoli, di ridurre la sofferenza". Giovanni Palombarini