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Deserto rosso. Un decennio da comunista - Renato Mieli - copertina

Deserto rosso. Un decennio da comunista

Renato Mieli

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Editore: Il Mulino
Collana: Intersezioni
Anno edizione: 1996
Pagine: 136 p.
  • EAN: 9788815054968

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Deserto rosso. Un decennio da comunista

Renato Mieli

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Gaia la libraia

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Ebreo, arrivato in Italia per l'Università e poi fuoriuscito per le leggi razziali Mieli rientra in Italia nel 1943. Incaricato del controllo sulla stampa, fonda l'ANSA, ma presto lascia l'impresa per entrare come caporedattore all'"Unità" di Roma. Sarà in seguito direttore dell'"Unità" di Milano, poi a capo di un ufficio studi del PCI. La sua è la storia di uno slancio ideale che si impantana nella routine di redazione, nello scollamento progressivo tra convinzioni ed agire, insomma in una "estraneità" che investe anche la sfera privata. E' una storia non eroica: una vita di tensioni fra colleghi, di crisi matrimoniali, di cose fatte per inerzia. In questa storia si specchia una stagione dura della storia italiana.
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    claudio

    17/09/2014 10:24:54

    Autobiografia di un decennio passato nelle file del PCI, dalla fine della guerra alla rivolta di Budapest. L'autore, padre di Paolo Mieli, si racconta anche nella sfera privata.

MIELI, RENATO, Deserto Rosso - Un decennio da comunista

FLORES, MARCELLO, .1956
recensione di Argentieri, F., L'Indice 1996, n.10

Come già era accaduto dieci anni fa, in occasione del trentennale, anche questo autunno 1996 sta registrando un interesse accentuato per l'anno 1956, e in particolare per la rivoluzione ungherese. La differenza è che mentre dieci anni fa il Pci cominciava a farfugliare qualche parola di autocritica, oggi la battaglia, all'interno del Pds, sembra essere tra chi vuole rivendicare l'eredità positiva di quell'avvenimento, il suo progetto politico pluralista e democratico, e chi invece rimane tenacemente ancorato alle vecchie calunnie togliattiane, attualmente rappresentate in modo insuperabilmente efficace dalla farisaica espressione "fatti d'Ungheria": il termine "controrivoluzione", infatti, non è più utilizzabile, perlomeno da chi non intenda fare la figura del fossile.
I due libri pubblicati dal Mulino in occasione dell'anniversario sono, in primo luogo, utili strumenti per informare i più giovani e per ravvivare la memoria degli adulti. Marcello Flores, cui si devono diversi studi importanti sul comunismo, ripercorre nel suo volume tutte le vicende di quell'anno, dal XX congresso del Pcus alla crisi di Suez, dall'Ottobre polacco a quello ungherese, poggiando prevalentemente sulla storiografia già esistente - se si eccettua qualche documento recentemente reso noto da una rivista americana specializzata - e individuandone in modo efficace il significato. A giudizio di chi scrive, il contributo più importante di questo libro, dedicato allo scomparso Nicola Gallerano, è nell'interpretazione della famosa intervista a "Nuovi Argomenti", rilasciata da Togliatti nel giugno 1956 e celebrata per decenni dal Pci come una straordinaria innovazione: "Sembrava una critica più radicale e più in profondità di quella compiuta da Chruscëv al XX congresso, ma era in realtà una giustificazione più ampia e un'assoluzione più piena"; perfettamente coerente, si potrebbe aggiungere, con l'incoraggiamento dato il 30 ottobre al Pcus a intervenire con i carri armati a Budapest, e con il contributo prestato, attraverso il "Memoriale di Jal-ta" dell'agosto 1964, all'affossamento di Chruscëv stesso da parte di Breznev.
Per quanto riguarda gli avvenimenti polacchi e l'ascesa al potere di Gomulka, lo studio di Flores elenca i fattori che determinarono la soluzione di compromesso, omettendone però uno di importanza non trascurabile, riguardante la politica estera: tra i motivi che indussero la Polonia ad accettare il comunismo in versione nazionale e revisionista e la permanenza nel blocco sovietico vi fu anche il timore nutrito nei confronti della Germania Ovest, in cui importanti settori politici continuavano a rivendicare la restituzione dei territori orientali attribuiti a Varsavia dal trattato di pace, di cui l'Urss era il principale garante; la controprova di ciò sta nel fatto che la caduta di Gomulka avvenne, non a caso, nel 1971, poco tempo dopo l'inizio della Östpolitik e della firma, da parte dell'allora cancelliere tedesco-occidentale Willy Brandt, dei trattati di pace con l'Urss e con la stessa Polonia, che riconoscevano definitivamente l'assetto territoriale frutto della Seconda Guerra Mondiale.
Profondamente diverso, ma ugualmente utile a comprendere le vicende di quell'anno, è il libro di memorie di Renato Mieli, concentrato sul periodo da lui trascorso nel Pci. Si tratta di un testo molto amaro, che ricostruisce alla perfezione l'atmosfera di quegli anni ma che lascia, forse di proposito, molte domande senza risposta, la principale delle quali è la seguente: perché tante persone colte e intelligenti si fecero affascinare, se non sedurre, da Giuseppe Stalin? L'avversione per il nazismo e il fascismo, l'attrazione per il "partito nuovo" di Togliatti, la solidarietà con le classi oppresse sono certamente delle risposte, ma non esaurienti: manca ancora qualcosa per completare il quadro. Questa non vuole però essere una critica allo scomparso autore, che ebbe tra l'altro il merito, dopo il 1956, di fondare e dirigere il miglior istituto italiano di ricerca sui problemi del "socialismo reale" (il cui archivio e la cui preziosa biblioteca, come informa la vedova nella premessa al volume, giacciono purtroppo abbandonati in un deposito): è piuttosto una riflessione sulla necessità di approfondire e completare le ricerche su quel periodo, così importante e decisivo per la storia e la cultura politica di questo paese.
Renato Mieli scriveva benissimo, in maniera concisa ed efficace: non è sorprendente, per chi ebbe la fortuna di conoscerlo di persona e di seguire i suoi articoli, trovare nel libro dei fulminei ritratti di noti personaggi dell'epoca, alcuni dei quali tuttora imperanti. Anche in questo testo gli avvenimenti incombenti sono due, il rapporto Chruscëv e la rivoluzione ungherese, e l'autore riesce perfettamente a descrivere in poche righe il vizio d'origine del "nuovo Pci" che nasceva nel 1956: quando racconta le conversazioni con l'allora direttore Ingrao sull'opportunità o meno di pubblicare il "rapporto segreto" sul quotidiano "l'Unità", concluse con un nulla di fatto, e soprattutto quando definisce il gruppo dirigente eletto all'VIII congresso del Pci come "un'oligarchia", scelta da Amendola "tra i giovani aspiranti al potere, pronti a rinnegare le loro pseudoconvinzioni democratiche in cambio della loro immediata promozione gerarchica (...) sovrapponendo alla fedeltà a Mosca (che restava immutata) uno strato superficiale di intenti democratici con essa incompatibili". Ecco spiegato un trentennio e più di calunnie sulla rivoluzione ungherese: i dirigenti promossi allora avevano barattato tranquillamente la loro coscienza con una menzogna per motivi di carriera.
Note legali