Diari (1920-1922). Appunti autobiografici 1920-1954

Bertolt Brecht

Traduttore: B. Zagari
Curatore: H. Ramthun
Editore: Einaudi
Collana: Gli struzzi
Anno edizione: 1983
Pagine: XVIII-238 p.
  • EAN: 9788806556570

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recensione di Cases, C., L'Indice 1984, n. 1

Sette o otto anni fa in Italia c'erano in cartellone undici opere teatrali di Brecht e qualcuno mi invitò a scrivere un articolo per spiegare la fenomenale perseveranza del suo successo. Quest'anno non so quante esecuzioni si annuncino, forse nessuna. Brecht è in ribasso. Per quanto tempo? La sola previsione che si puo fare è che prima o dopo tornerà a galla. È la statura linguistica che gli garantisce la sopravvivenza. Per dirla con un suo studioso, Reinhold Grimm, è un classico, e i classici possono subire eclissi parziali, non totali. Fatto sta che da noi per esempio sembra rimandata alle calende greche l'uscita di opere importanti come i racconti e soprattutto gli "Scritti sulla politica e la società" che documentano la ricerca di un marxismo non sistematico. Forse per pubblicarli si aspetta che, morto l'ultimo marxista ortodosso, muoia anche l'ultimo eterodosso, in modo che il libro non trovi di sicuro nessun acquirente.
ll declino attuale avrà varie ragioni, ma la principale sta senza dubbio nella rivolta contro il pedagogismo, la precettistica, la certezza di essere nel giusto e di avere l'avvenire in tasca. È un'atmosfera che si respira in Brecht nonostante e attraverso il suo spirito antisistematico. Negli anni '70 si contrappose lo scrittore giovane a quello maturo perché sembrava non avere questi difetti. Proprio i cosiddetti drammi didattici, ci fu spiegato, non servivano affatto a inculcare una dottrina bell'e pronta, bensi a proporre, inscenandoli, dei problemi di cui gli attori improvvisati dovevano trovare essi stessi la soluzione. Ma era un'interpretazione un po' forzata e comunque tardiva: la buona volontà dei promotori tedeschi di simili iniziative si urtò contro lo scarso numero di giovani rivoluzionari disposti ad attuarle.
Il principale inedito pubblicato da quelle misteriose potenze orientali-occidentali che amministrano l'eredità brechtiana, e cioè il "Diario di lavoro", rivelava un Brecht dell'ultimo periodo inteso a coltivare i proprio genio - cui nazismo e guerra mondiale servono solo da cornice alla sua infallibilità - e a ingiuriare coloro che non lo riconoscevano. Molto interessante per i brechtiani, dava dell'uomo un'immagine scarsamente entusiasmante, ribadita dalla pubblicazione (finora solo in tedesco) delle lettere, strettamente subordinate al lavoro e quasi prive di sentimenti.
Di questa immagine è rimasto vittima il solo inedito veramente affascinante, i "Diari 1920-22. Appunti autobiografci 1920-1954". Il libro, pubblicato nel 1975 in Germania a cura di Herta Ramthun, è uscito un anno e mezzo fa da Einaudi, ottimamente tradotto da Bianca Zagari, senza quasi nessuna eco. Eppure se ci sono scritti che non rientrano nel cliché del Brecht dogmatico e pedagogico sono proprio questi, che rivelano un io estremamente disponibile e duttile nella ricerca dell'avvicinamento alle "cose", come sottolinea Luciano Zagari nella sua notevole prefazione. Poiché qui non si tratta di "diari di lavoro", in cui il soggetto si sia completamente riversato nelle sue idee e nella sua attività, ma casomai l'opera letteraria di quegli anni-sulla cui genesi dal "Baal" alla "Giungla delle citta" agli abbozzi che daranno origine a "Un uomo è un uomo", si forniscono molte notizie-è parte integrante del tentativo di realizzarsi, e di realizzarsi appunto in modo da non fissarsi unilateralmente. Da una parte ciò significa mettersi in scena, dall'altra prendersi in giro. Brecht è contemporaneamente spaccone, onnivoro, esibizionista, smisurato come Baal e i! contrario di tutto ciò: incerto, insoddisfatto, impotente, avvilito. È il massimo drammaturgo del futuro e l'autore di roba da buttare nella spazzatura, il principe dei seduttori e l'ultimo dei cornuti. L'analisi psicoanalitica di certi interpreti della poesia giovanile per cui alla base dell'aggressività e della possessività ci sarebbero un fondamento masochistico e la paura del sesso, sembra trovare qui una conferma. Egli stesso stabilisce questo rapporto. " A volte mi prende un prurito: la mia maledetta propensione per ciò che è intenso-che non sia forse un sintomo di qualche punto debole nell'apparato?". E si paragona alle persone colpite da "tabes dorsalis" che "hanno un portamento mirabilmente eretto" perché "si danno un contegno per paura dei loro cuori di vetro''. " Insomma: sono della povera gente" .
Con le donne è spesso duro "come un mercante di bestiame", ma poi scrive: "Il cielo avrebbe l'obbligo di darmi ogni tanto una mazzata in testa, vista la mia tendenza a mentire e a essere vanitoso". Le pagine in cui le contraddizioni sono più acute sono quelle sulla tempestosa relazione con la prima moglie, Marianne Zoff, legata a un uomo, tale Recht, con cui continua ad avere rapporti anche dopo il matrimonio e che Brecht odia mortalmente, mentre per parte sua si consola con il suo vecchio grande amore di Augusta, Paula Banholzer detta Bi. Il compiacimento con cui egli indugia su questo quadrilatero, sui propri furori e la propria debolezza, fa parte dell'automessa in scena, compresa l'autocritica: "forse sono solo un imbroglione, capace di vivere al di là dei miei mezzi, alquanto freddo, in sommo grado apolitico".
Per suo padre, però, era gia un comunista. "A pranzo papà dice sciocchezze a proposito del comunismo. Hanno rubato due mele in giardino e io difendo il ladro: ciò che gli alberi producono non è proprietà di nessuno". Dove si vede che l'atteggiamento della poesia "Il ladro di ciliege" c'era gia qui, nel Brecht ventiduenne, così come altre intuizioni che rimarranno costanti, per esempio l'inesorabilità della pioggia che cade dall'alto in basso. " Quanto è triste quello scrosciare, ogni cosa è costretta a cadere dall'alto verso il basso, non può fare, diversamente...''. Un'immagine deterministica che sarà poi spesso applicata al sistema capitalista.
Come si effettua il passaggio al Brecht marxista? Magari mette in guardia dalle semplificazioni di cui è anzitutto responsabile lo stesso autore. Non c'è un ribaltamento totale dal nichilismo al marxismo. Proprio atttaverso l'estrema durezza, rivendicata come unico comportamento individuale adeguato di fronte alla giungla del presente, Brecht si apre la via al giudizio su di questa come fenomeno storico. Franco Buono lo ha mostrato nel suo studio sulle opere più difficili di questo periodo il racconto "Bargan se ne infischia" e "Nella giungla delle città (Poesia, mito e gioventù. Bertolt Brecht 1917-l922", Bari 1983). Tuttavia, nonostante i tentativi di Brecht di rinnegare o di reinterpretare la sua gioventù, molti filoni restano immutati e vengono a spezzare gli schemi formatisi nel frattempo.
I diari ritrovati vanno dal giugno 1920 al febbraio 1922 (con una lacuna di quattro mesi). Ma la curatrice tedesca ha aggiunto una serie di appunti autobiografici sparsi che giungono al 1954, dando così l'impressione (difficilmente verificabile) che il volume contenga tutti i rari testi autobiografici che ci sono rimasti. Gli appunti non sono meno interessanti dei diari continuati. Brecht, lo sappiamo, non ha molto da dire di se stesso, la famosa "interiorità tedesca" sembra essersi spenta in lui nel gelo della città. Ha paura della sua aridità, ma questo forse lo salva agli occhi del Signore. Si sa quanto fu colpito dalla morte di Margarete Steffin e qui dice chiaramente di non essere in grado di esprimere il suo dolore. " È gia quasi un anno che mi sento depresso per la morte della mia collaboratrice e compagna Stoffin. Temo non tanto il dolore quanto il fatto che ne proverei vergogna. Ma soprattutto non ho abbastanza idee in proposito. Quel che so di certo è che non riesco a consolarmi di questa perdita, tutt'al più posso nasconderla a me stesso."
Parlava poco di sé, ma sapeva che la sua gioventù, per confusa che fosse o proprio per questo, era una stagione irripetibile. Lo sapeva prima, scrivendo nel 1925: "... è adesso il tuo tempo migliore, anche se ti sembra troppo poca cosa, ed è il tuo giorno buono, anche se non te ne accorgi''. E lo sapeva pochi anni prima di morire, rileggendo vecchie cose: "Si capisce che anch'io avevo talento, soprattutto quarant'anni fa. I giovani sono per lo più pieni di talento; si tratta di una malattia venerea". Forse invecchiando non si è sottratto al pericolo dell'irrigidimento e dell'andatura "mirabilmente eretta"' come succede a molti che dalla malattia venerea hanno ereditato la "tabes dorsalis". Ma la colpa non era tutta sua, come credono coloro che oggi immaginano che fosse facilissimo navigare tra nazismo e stalinismo. E basta sfogliare questo libro per concordare con Luciano Zagari quando afferma che il presunto "cane morto" è uno scrittore, nonostante tutto, fra i più vivi del nostro secolo".