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Diario (1939-1945) - Pierre Drieu La Rochelle - copertina

Diario (1939-1945)

Pierre Drieu La Rochelle

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Traduttore: R. Ferrara
Editore: Il Mulino
Collana: Storia/Memoria
Anno edizione: 1995
In commercio dal: 2 febbraio 1995
Pagine: 504 p.
  • EAN: 9788815047878
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Pierre Drieu La Rochelle

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Rimasto inedito per quasi cinquant'anni questo diario raccoglie le confessioni di Drieu dall'inizio della guerra alle soglie della morte: le ultime righe sono scritte due giorni prima del suicidio. Fra queste due date, la guerra, l'invasione della Francia, Vichy e la collaborazione, la liberazione di Parigi. E' la lenta cronaca di una fine: ed è questa consapevolezza a dare un'acerba tensione alle pagine del diario, dove l'analisi dei propri fallimenti si unisce alle riflessioni sull'inarrestabilità della decadenza europea, sulla "fine delle patrie", sui limiti dei nazionalismi, sui rapporti tra fascismo e comunismo, che acquistano oggi una strana attualità.
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recensione di Bongiovanni, B., L'Indice 1995, n. 4

Occhi blu, alto, atletico, sempre ben vestito, ammiratissimo dalle donne. Due matrimoni, nessun figlio, un numero imprecisato e comunque altissimo di amanti, tra cui Christiane Renault, la moglie del grande industriale di automobili. Scrittore di gran talento, ma forse non di genio, animatore della ribalta letteraria parigina negli anni di Gide, Malraux, Mauriac, Maurois, Aragon e Giraudoux, narcisisticamente consapevole del proprio fascino, perennemente afflitto, a suo dire, dalla noia, incline a sperperare il denaro e non alieno dall'accettare il "mecenatismo femminile", vale a dire dal farsi mantenere dalle amanti. Assiduo frequentatore di bordelli, bevitore, nicotinomane, e tuttavia inappagato, ora solitario e ora mondano, versatile e dilettantesco, mistico e anticlericale, tipico esemplare, insomma, al più alto livello, del 'dandy' fascista. Questo fu Drieu La Rochelle, morto cinquantaduenne e suicida nel 1945, braccato dal morboso richiamo del suicidio e dal gusto del crepuscolo e della catastrofe, collaborazionista algido e senza entusiasmi ideologici, un uomo insomma destinato dopo la morte a diventare un personaggio oggetto di un vero e proprio culto da parte dell'intelligencija di estrema destra, almeno di quella amante dei gesti supremi, della retorica autocelebrativa dei "vinti", nonché dello frasi sublimi distillate con amaro distacco mentre il mondo è in fiamme.
Il "Diario", che copre gli anni che vanno dall'entrata della Francia in guerra alla vigilia del suicidio, pubblicato in Francia da Gallimard solo nel 1992, è un documento straordinario, per la sua contraddittoria sincerità e talvolta anche per la qualità della scrittura, un documento che non coinvolge semplicemente una pur interessante biografia, ma anche, più in generale, la psicologia dell'intellettuale collaborazionista. Il testo, si può ben congetturare sulla base di mezze frasi pronunciate qua e là era certamente scritto per essere pubblicato, ma non in questa forma. La morte volontaria dell'autore ce lo ha consegnato in tutta la sua immediatezza e in tutta la sua rovente contraddittorietà.
Quando, nel 1939, la guerra scoppia, Drieu è del resto incerto se arruolarsi o meno. Si fa poi riformare. Molti sono i malanni che si affretta a enumerare. Ma è soprattutto la promiscuità, la mensa collettiva, le chiacchiere dei soldati, che si dice non disposto a sopportare. D'altra parte, a lui, fascista dai fatti del febbraio 1934, iscritto al Pnf di Doriot tra il 1936 e il 1939, la Francia della 'radicanaille' non può piacere. La Repubblica senescente dei professori, dei retori, dei 'normaliens', giudaica, massonica, insieme liberalcapitalistica e progressista, ottusamente laica, è certo condannata davanti alla prorompente giovinezza del Terzo Reich. Né migliore possibilità sembra avere l'Inghilterra, nazione un tempo apprezzatissima da Drieu, cultore dei popoli nordici e buon conoscitore della lingua e della letteratura inglese: la perfida Albione, "plutodemocratica" come la Francia, sta infatti affogando nel suo sordido imperialismo e nella fiacchezza liberale. Il socialismo germanico hitleriano, temperato dai residui capitalistici, è l'avvenire del mondo. La guerra, tuttavia, sembra procedere a rilento. È questa, del resto la 'drôle de guerre'. Drieu, che vuole vedere correre la storia, si lamenta. Questi "figli di operai", Mussolini, Hitler e Stalin, "non sono granché". La guerra infatti, ormai è chiaro, sarà vinta o dai tedeschi o dagli ebrei, davanti ai quali Drieu squaderna la prima delle sue atroci contraddizioni: mediocri, poco intelligenti (apprezza solo Bergson e in parte Proust), eppure in grado di influenzare e di dominare il mondo. Gli è che il mondo stesso è sceso nei gironi infernali della decadenza: e gli ebrei, non importa se liberali o comunisti, di tale decadenza sono il simbolo, la metafora, il motore, l'essenza. Il problema principale del presente riguarda la possibilità, o meno, di arrestare il tramonto di una civiltà che sta deragliando. L'antisemitismo di Drieu, che si definirà più volte "razzista e internazionalista", vale a dire eurofascista, è comunque freddo, privo di passioni, ammantato di argomentazioni razionalistiche. È apparentemente ben lontano dagli eccessi gargantueschi e ossessivi di Cèline. Ma non meno maniacale, a ben vedere. E altrettanto abietto.
Vita privata, risentimenti personali, velleità perdute, si mescolano sempre con la tragedia in atto. Se Paulhan, infatti, chiama il comunista Aragon alla "Nouvelle Revue Franèaise", la Francia merita per Drieu di diventare succube della Germania. L'uomo del risentimento, e il piccolo borghese frustrato (ecco un caso in cui quest'espressione può ancora essere utilizzata) vedono spesso negli erratici rovesciamenti della Storia un atto di giustizia e di fremente riparazione delle piccole ambizioni mancate. I comunisti, comunque, nel 1939-40, sembrano a Drieu fuori gioco. La fallimentare guerra in Finlandia lo dimostra. Quanto al marxismo, esso è l'impotenza degli ebrei divorati dallo spirito moderno. Una gran quantità di persone, ormai, sono del resto per Drieu ebrei, o mezzo ebrei, o un quarto ebrei, persino Marat, che certo non lo fu, contrapposto da Drieu al "rivoluzionario nordico" Robespierre, che a lui piace quasi quanto Napoleone. Dopo lo sfortunato tentativo di quest'ultimo, solo Hitler, d'altra parte, può diventare l'artefice dell'Europa.
Drieu è convinto, sin dalla fine del '39, della vittoria della Germania. Ormai si erge, quasi si inturgidisce, l'ammirazione per la sana bestialità dell'hitlerismo, "una di quelle brusche reazioni con cui l'umanità di tanto in tanto cerca di darsi una sferzata". Quando il socialismo nazionale tedesco invade la plutodemocrazia francese e si insedia a Parigi, Drieu, tuttavia, preferisce andare in campagna, non prima di avere detto che gli sarebbe piaciuto vedere "che faccia farà la gente della NRF e del Figaro, i radicali, gli ebrei, tutti quelli che mi hanno umiliato e ferito". Eccolo qui il segreto del collaborazionismo di Drieu e di altri, nonché di tanti revanscismi personali prossimi venturi. Si pensi, 'si minima licet componere maximis', ai tanti smaniosi assalti alla diligenza che si sono visti nell'Italia del 1994, alla rumorosa voglia di esserci di tante mezze figure che si sentivano escluse. Non è lo sfondo storico che fortunatamente può essere paragonato, n‚ la non comune personalità di Drieu, ma l'eterna psicologia del risentito finalmente in libera uscita.
Drieu, così, pur potendo, non emigra. Meglio l'inferno di fuoco in Francia, scrive, che l'inferno di fango in America. La Germania socialista farà l'Europa internazionalista e il fascismo compirà l'opera di Ginevra, vale a dire della Società delle Nazioni. Gli ebrei saranno mandati in Madagascar. L'editore Gallimard in pensione. Ovunque sarà fatta una pulizia etnica che riomogeneizzerà le diverse aree del continente e persino della Francia. "Quanto alla NRF, striscerà ai miei piedi". E proprio quest'ultimo auspicio, anche se non proprio in questi termini, si avvererà nel periodo in cui il "Diario" purtroppo rimane muto.
Quando però Drieu riprende a scrivere il "Journal", lo scenario si sta modificando. L'Urss è in guerra con la Germania, anche se sembra soccombere. Ancora una volta, tuttavia, l'intuito politico e la capacità di previsione di Drieu sono sorprendenti. Diffida dell'espansione a est, teme che la Germania possa essere incastrata nell'inverno russo. La Germania, del resto, non sta facendo l'Europa, sta facendo una guerra tedesco-nazionale. Il socialismo hitleriano si rivela ancora capitalistico. Il genio di Hitler è più nazionalmilitare che europolitico. Hanno ragione i comunisti: il fascismo, rimasto a questo stadio, non è che uno strumento di autodifesa preventiva della borghesia.
La Francia, in particolare, è quella di prima: governata da gentucola di destra - Drieu disprezza Pètain e odia ferocemente Laval - invece che da gentucola di sinistra. Egli sperava in una fusione della destra e della sinistra, in un socialismo fascista. È rimasto deluso. E almanacca allora su improbabili e avventurosi ribaltoni: la Germania si alleerà con il capitalismo angloamericano contro l'Urss, o con quest'ultima contro gli odiati anglosassoni? Drieu, ormai, sembrerebbe prediligere questa seconda soluzione. Il fascino per il primitivo e per il barbarico - cui anche il comunismo viene ricondotto - torna a prevalere. Davanti all'incapacità rivoluzionaria della Germania nell'Europa conquistata, cresce l'ammirazione, e insieme il timore, per il bolscevismo staliniano. Si augura comunque una vittoria del comunismo. "Che muoiano tutti questi borghesi; se lo meritano". Stalin "li sgozzerà tutti e dopo di loro sgozzerà gli ebrei".
Sempre più spesso ora Drieu, come già nel romanzo del 1931 "Le feu follet", invoca la morte e preannuncia il suicidio. Il socialismo è ineluttabile, un socialismo con una base di aristocrazia militare, come avrebbe dovuto essere quello di Hitler, degenerato sin dal 30 giugno 1934 ("la notte dei lunghi coltelli"), e com'è invece il nazionalcomunismo di Stalin, diventato la riconciliazione del royaliste e del sanculotto nella sovversione totale. Drieu, che assai poco parla degli Stati Uniti, è però stanco, annoiato, disgustato, intimorito. Non vuole cadere nelle mani dei suoi nemici, vale a dire dei democratici trionfanti. Si abbandona alla storia delle religioni, ma anche al ciarpame occultistico ed esoterizzante. Molti intellettuali fascisti si aggrappano del resto periodicamente a un qualche Bignami misteriosofico: si pensi alla fortuna inesausta di Evola e Guènon. Drieu scrive anche però le ultime bellissime opere letterarie: soprattutto i "Mèmoires de Dirk Raspe". Poi, dopo essersi a più riprese nascosto, il 15 marzo 1945 si uccide. Muore con lui un fascista europeo, un personaggio insieme anomalo e paradigmatico.

  • Pierre Drieu La Rochelle Cover

    (Parigi 1893-1945) scrittore francese. Combattente durante la prima guerra mondiale, più volte ferito, fece parte di quella schiera di intellettuali sconvolti dall’eccidio bellico e tuttavia attratti dal fascino dell’azione. Formatosi su autori come Claudel e Barrès, lasciò in alcuni saggi (Misura della Francia, Mesure de la France, 1922; Il giovane europeo, Le jeune européen, 1927; Ginevra o Mosca, Genève ou Moscou, 1928) la traccia di una tormentata ideologia, ispirata a un acceso nazionalismo e alla riproposta, densa di ragioni polemiche, dei valori umanistici compromessi dal più recente corso della storia. D. la R. finì con l’approdare a posizioni apertamente reazionarie, con l’aderire al partito di Doriot e col farsi, durante la seconda guerra mondiale, paladino della collaborazione con... Approfondisci
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