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John G. Ikenberry

Editore: Vita e Pensiero
Anno edizione: 2007
Pagine: 376 p.
  • EAN: 9788834313787
Ikenberry, considerato uno dei più autorevoli studiosi americani di politica estera, raccoglie in questo volume una serie di saggi pubblicati su numerose e importanti riviste, da "Foreign Affairs" a "National Interest", a partire dalla fine del 1989, ovvero dall'inizio della cosiddetta "età post-bipolare". Le sue tesi sono rappresentative degli ideali che hanno caratterizzato in quest'ultimo ventennio le riflessioni liberal sul nuovo ruolo degli Stati Uniti nell'arena internazionale: analogamente a Joseph S. Nye e a molti altri autori del campo democratico, infatti, Ikenberry ha ipotizzato una "missione" egemonica americana, da realizzarsi però non semplicemente attraverso l'esercizio "duro" del potere, bensì in termini multilaterali e persuasivi.
Nei primi saggi l'autore mette in luce come gli Stati Uniti siano stati, durante la guerra fredda, produttori di un "ordine internazionale" assolutamente inedito nella storia dell'umanità, un ordine "liberale", basato sulla cooperazione e sul multilateralismo. Certamente esso non può che dipendere dalle iniziative degli stati potenti, e dunque da quelle americane in primis. Ma la posizione dei teorici "realisti" nelle relazioni internazionali, quella poggiante unicamente sugli interessi egoistici degli stati, non è stata in grado di spiegare, secondo Ikenberry, il persistere della cooperazione liberale nel mondo post-guerra fredda: non si sono verificati, in effetti, gli schemi previsti di comportamento realista statale e di "anarchia internazionale"; si è assistito, al contrario, a una riduzione dell'insicurezza e della rivalità nei rapporti tra le grandi potenze. Affinché si possa progredire nel progetto di costruzione di un ordine istituzionale internazionale è necessario, però, che lo stato-guida si autoimponga dei limiti di potere. Questa è la preziosa opportunità che oggi gli americani dovrebbero cogliere. La proposta di Ikenberry consiste pertanto in un'egemonia "liberale" da parte degli Stati Uniti, che si riveli come modello attraente per la maggior parte del mondo.
Il mondo, certo, è cambiato. Non si devono tuttavia abbandonare le vecchie alleanze. Il terrorismo non è una minaccia proveniente da uno stato, e ciò rende molto difficile combatterlo; gli strumenti complessi richiesti non possono che trarre notevole giovamento dalla cooperazione internazionale: ecco un'ulteriore ragione per cui Ikenberry è dell'avviso che l'America debba fare molta attenzione a non distruggere tutte le forme di partnership e di progettualità a livello internazionale concepite e messe in atto durante la guerra fredda. Risultano evidenti in tale prospettiva l'ottimismo e l'idealismo liberal: gli Stati Uniti hanno la possibilità di essere diversi da tutti gli imperi europei del passato, che "cercarono di espandere il loro dominio imperiale e di imporre un ordine coercitivo sugli altri", ma vennero abbattuti perché nessun paese al mondo sarebbe stato disposto "a vivere in un mondo dominato da uno stato eccessivamente coercitivo". L'America ha "obiettivi imperiali" molto più limitati e "benigni": questo modello, e non una spericolata grand strategy neoconservatrice, potrà garantirle, secondo Ikenberry, l'egemonia anche in futuro. Giovanni Borgognone