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Dimensioni della moralità. Etica e politica nella filosofia tedesca contemporanea

Vanna Gessa Kurotschka

Editore: Liguori
Anno edizione: 1999
Pagine: 176 p.
  • EAN: 9788820728687
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recensioni di Rigotti, F. L'Indice del 1999, n. 09

Questo nitido studio ricostruisce il processo che ha portato, in Germania, alla revisione della filosofia normativa di origine kantiana; esito di tale processo è stato la formazione di un'area teorica aperta e non omogenea all'interno della quale si discute per elaborare una teoria del bene che raccolga sia i risultati della tradizione antica, precipuamente aristotelica, sia quelli della tradizione kantiana, salvando ciò che ancora si mantiene in piedi di questi edifici culturali.

Per delineare schematicamente il contenuto dell'opera mi rifarò alla metafora geometrica proposta da Remo Bodei nella sua prefazione al volume: viene qui montato un triangolo maggiore di autori, ai cui vertici stanno i classici, Aristotele, Kant e Hegel, che incastona idealmente un triangolo minore ai cui vertici si situano tre pensatori tedeschi contemporanei che animano in Germania la più recente discussione sull'etica: Martin Seel, Axel Honnet e Christoph Menke; intorno a questa figura spicca un'altra triangolazione - ai vertici questa volta Albrecht Wellmer, Hannah Arendt e Martha Nussbaum, coi quali vengono confrontati in maniera incalzante i grandi filosofi del passato e i loro eredi contemporanei.

L'impresa è dunque quella di ricostruire il cammino teorico compiuto in Germania nel settore filosofico da parte di coloro che, pur ispirandosi alla filosofia pratica di Kant, ne criticano tuttavia alcuni aspetti; in particolare questi autori mettono in rilievo debolezze e carenze dell'universalismo etico, tanto nella formulazione kantiana quanto nella sua riformulazione nell'etica del discorso, anch'essa ritenuta non in grado di mediare la regola etica universale con le condizioni concrete, "corporee", in cui l'agire si realizza.

A volte l'autrice si dimostra un po' complimentosa nei confronti del modo di filosofare tedesco che continua implacabilmente a riproporsi come ermeneutica dei testi classici di lingua tedesca. Vanna Gessa vede posizioni originali ed elaborazioni teoriche di elevato spessore laddove altri vedono esercizi scolastici di esegesi hegelo-kantiana. Penso soprattutto a un pamphlet uscito un paio d'anni fa per la penna di un giovane filosofo austriaco, Joachim Jung (Der Niedergang der Vernunft, Campus, Frankfurt a.M. 1997). Secondo il j'accuse di Jung la gloriosa filosofia tedesca è tramontata lasciando luogo a un nugolo di epigoni i quali, appoggiati peraltro da istituzioni, università ed enti di ricerca, si limitano a girare perennemente intorno a un autore classico tedesco, con la tecnica del pilpul talmudico, non producendo alcunché di originale e autonomo.

Probabilmente è possibile assumere posizioni meno categoriche di quelle di Jung e guardare con interesse anche a elaborazioni che nascono, come quelle esaminate nel libro di Vanna Gessa, dall'intreccio tra filosofia e storia della filosofia, tradizione analitica e confronto coi classici: eppure sulla permanenza e sulla quasi-obbligatorietà di questo tipo di percorso della attuale filosofia tedesca si dovrebbe maggiormente riflettere.