I diritti degli animali. Da res a soggetti

Francesca Rescigno

Editore: Giappichelli
Anno edizione: 2005
Tipo: Libro tecnico professionale
Pagine: XVIII-306 p., Brossura
  • EAN: 9788834857854
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Quella che solitamente viene oggi chiamata la “questione animale” è storia antica almeno quanto quella umana. L'uomo centro dell'universo secondo l'immagine che ne offre la Genesi ha sempre cercato forme di comunanza o di somiglianza con il “mondo animale” nel suo complesso quasi fosse un universo omogeneo e a sé stante. Tutte le mitologie hanno cercato forme di identificazione o di simbologia con specie animali. Ma è abbastanza recente il desiderio (perché per ora non si va oltre) verso nuove forme di soggettività per gli animali. Naturalmente stiamo parlando di soggettività umana quella che l'uomo ha inventato per sé e che solo di recente e con fatica è stata riconosciuta caratteristica universale (una vera e propria applicazione di un diritto di natura) per tutti gli uomini (e le donne). Ma così non era fino a pochi decenni fa: quando si parlava di suffragio universale si intendeva quello maschile.

è forte e sempre più numeroso il gruppo di studiosi per lo più filosofi di ispirazione utilitaristica che reclama l'edificazione di diritti per gli animali. Non si sa con certezza chi dovrebbe edificare quei diritti. Si presume debba essere l'essere umano stesso ad assegnare (a concedere?) questi diritti agli animali dopo averne con attenzione selezionato qualità e specie. Piace insomma l'idea di estendere il concetto di soggettività ovvero di personalità dandogli una connotazione inevitabilmente antropomorfa a entità che il sistema giuridico aveva riservato agli umani ovvero ad aggregazioni di umani. Insomma è la tentazione un po' orwelliana di voler personificare la natura. La natura fuori dall'umano.

Una vecchia e bizzarra vicenda giudiziaria di più di trent'anni fa è ritornata oggi di moda. Ne riparlano dopo tanti anni con curiosità e con accenti nuovi François Ost Yan Thomas Oscar Chase. La storia è questa. Nel 1972 la società Walt Disney inizia la costruzione di una serie di impianti sportivi invernali nella Mineral King Valley in California celebre per i suoi boschi di sequoie centenarie. Un'associazione ambientalista si costituisce in giudizio per opporsi alla distruzione delle sequoie ma la domanda viene respinta perché a parere del giudice l'associazione non ha “un interesse diretto e personale alla causa”. Un giovane giurista americano Christopher Stone scrive allora un articolo che attira subito l'attenzione dell'universo giuridico dell'epoca. Afferma che siano le stesse sequoie ad agire in giudizio a tutela del loro personale e diretto interesse. Lancia l'idea: Rights for Natural Objects. E si immagina i “crimini contro l'ecosfera” sul modello dei crimini contro l'umanità proposti in giudizio da tutori rappresentanti i diritti delle zone a interesse ecologico queste ultime create a soggetti del diritto soggetti incapaci di esercitare essi stessi l'azione ma idonei a usufruirne dei vantaggi grazie al meccanismo della rappresentanza. Il caso arriva fino alla Corte suprema degli Stati Uniti.

E allora gli animali soprattutto se simili agli umani? Francesca Rescigno ha scritto un libro interessante e appassionato che ben si colloca nel dibattito contemporaneo e traccia la storia filosofica principalmente ma poi anche antropologica e sociologica e infine giuridica del rapporto tra umani e altri animali non umani. La tesi di fondo è quella espressa fin dal titolo e desta più di una perplessità al giurista legato alle categorie e alle norme del diritto quo utimur. Ma questo non deve scandalizzare più di tanto. Le norme e le categorie giuridiche sono state modificate anche profondamente nel corso della loro lunga storia. Dalla diffusa analisi del sistema giuridico fatto di leggi scritte e di sentenze dei giudici che oggi governa la totalità dei paesi di questo mondo si deduce che agli animali è dedicato un posto come oggetto di tutela di salvaguardia dalla sofferenza e qualche volta dalla morte.

Personalmente dubito che assegnare loro la qualità di “persone” cioè di soggetti del diritto (che è la stessa cosa) si risolva in una migliore protezione del loro interesse. La questione animale si esaurisce spesso nella questione della sofferenza animale. La legge degli umani è diversa dalla legge della giungla e questa è la legge della natura dove è in vigore la legge del più forte dove è in vigore la legge della conservazione della specie la legge dell'evoluzione (almeno fino a quando non verrà definitivamente soppressa dalle teorie creazioniste oggi tanto di moda). Solo l'essere umano con il suo armamentario giuridico potrebbe abrogarla imponendo una legge più “umana” capace di non far soffrire la gazzella aggredita dal leone. Davvero non so se assegnando agli animali parità di diritti uguali tra loro e a quelli umani si renda loro un miglior servizio (come ingenuamente dichiara la Dichiarazione universale dei diritti dell'animale del 1978: “Tutti gli animali nascono eguali davanti alla vita e hanno gli stessi diritti all'esistenza”).

Ma è solo un'opinione personale da vecchio giuspositivista.

E infine. Ad assegnare diritti umanoidi agli animali non si cade per caso ancora in quell'antropocentrismo che tutte le teorie animaliste vogliono superare? Insomma che cos'è più utile alle sequoie e agli animali non umani: farsi rappresentare nella salvaguardia dei loro diritti da tutori (umani per forza va da sé e davanti a tribunali umani). Oppure affermare magari anche costituzionalmente un dovere di protezione di rispetto della dignità animale e delle altre forme di vita che l'essere umano sia tenuto ad osservare perché proprio lui è quello che più fortemente e ferocemente ne è l'esclusivo trasgressore?


Cosimo Marco Mazzoni