Dodici minuti di pioggia

Manuela Kalì

Editore: Mondadori
Collana: Omnibus
Anno edizione: 2017
In commercio dal: 21 febbraio 2017
Pagine: 182 p., Rilegato
  • EAN: 9788804673347
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    Massimo F.

    28/02/2018 16:39:20

    Romanzo d’amore a tutto tondo, curato nella scrittura e con un minimo di originalità nello sviluppo narrativo. Mi è parso più teso a dimostrare la sensibilità e la passione dell’autrice che a suscitare le emozioni del lettore. Comunque leggibile.

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Le prime pagine del romanzo

Ora che sono sola.
Ora che tutto sembra sbiadito, che sento ancora la tua mano tra i capelli e i tuoi battiti così vicini da poterli accompagnare.
Ora che potrei poggiare le dita sul pianoforte e cantarti sottovoce la tua canzone preferita.
Tu non ci sei.
Mi chiedo se sia vero. Se sia giusto farti scivolare nel mio petto come un coltello.
La carne sanguina.
Cosa, mi chiedo, cosa hai voluto fare e perché hai scelto me? Perché ora l’inferno nella mia testa?
Voglio cercarti, ho bisogno di un modo.
Tu sei reale?
Impazzisco nel rumore sordo della tua voce.
Adesso piove. E la pioggia mi racconta di te.
Sono passati due anni dalla mia convalescenza. Sono due anni e conto i giorni della tua assenza.
Io ti devo cercare.


«È stato uno scontro mortale.»
Restava immobile a guardare quel corpo steso.
Un uomo piangeva, si discolpava.
I bagliori dell’ambulanza, le luci delle auto della polizia. Tutte quelle luci. Erano troppe. Tutta quella gente si avvicinava e chiedeva.
Lei voleva guardare fino a che punto la morte potesse toccarla così da vicino e attaccarsi alle sue giornate stanche, come una sanguisuga si attacca alla pelle.
Un uomo in ginocchio, con la testa tra le mani. Nessuno sembrava in grado di consolarlo.
Alice fece un passo. Un instancabile tremolio le impediva di avvicinarsi.
Non era lì che voleva essere, ma era da lì che doveva passare ogni giorno.
Non riusciva a vederlo, il telo bianco gli copriva anche il volto. Scorse solo una mano affusolata, giovane, grande, bella. Pensò che quelle dita perfette avrebbero meritato un’altra possibilità di toccare il mondo.
Respirava in modo affannato, con gli occhi spalancati, cercando di convincersi che non fosse vero quello che stava guardando.
Spostò l’attenzione per un secondo, qualcosa luccicava. Qualcosa lì, sull’asfalto, volato forse nell’impatto dell’auto contro la moto. Si chinò facendo finta di allacciarsi una scarpa. Raccolse e mise in tasca. Nemmeno lei conosceva il motivo, ma quell’oggetto doveva appartenerle.
Un’auto veloce avanzava. Amici, genitori, curiosi.
Alice andò via dentro quel rumore.
«Cos’hai?»
Chiara le posò una mano sulla spalla, per scuoterla.
Alice non rispose.
Al lavoro tutto era come sempre, Alice era l’unica assente.
S’infilò in bagno, chiuse la porta dietro di sé, le mattonelle bianche riflettevano il freddo delle luci al neon, sbattendo sulla sua pelle bianca, facendola sembrare azzurra.
Ispezionò la tasca dei pantaloni, percorrendo la stoffa con i polpastrelli, e la sentì.
Una piccola bussola d’argento, sembrava antica, ai margini un’incisione, probabilmente scorticata dall’impatto con l’asfalto, poco leggibile.
“And” – solo queste, le lettere che riuscì a decifrare.
La strinse, finché quel piccolo oggetto freddo non assunse la temperatura delle mani.
La pulì delicatamente con la manica della maglia.
Si chiese per quale motivo andare in giro con una bussola al giorno d’oggi, quando uno smartphone riesce persino a misurare la quantità dei chilometri da percorrere. Forse era stata un regalo e, forse, avrebbe dovuto lasciarla lì a terra. Questo pensiero cominciava a non darle pace.
Fece un respiro e uscì dal bagno.