Curatore: R. Loy
Editore: Einaudi
Edizione: 2
Anno edizione: 1990
Pagine: 275 p.
  • EAN: 9788806117214
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    francois sanders

    21/12/2009 09:54:48

    "Feci delle mie letture ciò che avevo fatto di tante altre cose:considerandole un alimento importantissimo,le purificai. Non provavo alcun bisogno di erudirmi sulle cose del cuore. Pensavo che non valesse la pena riconoscermi in libri commoventi,ora che fuggivo me stesso. Avrei potuto soltanto ritrovarmici migliore o peggiore. Se migliore,ne avrei avuto una lezione superflua;se peggiore,un esempio che non dovevo cercare." Queste parole scritte in prossimità della fine del romanzo non possono che stupirci. Dominique è la storia di un uomo che ha ricevuto la ferita inguaribile di un amore senza speranza,Magdaleine, ma che riesce col tempo e con mezzi anti-eroici a salvare la ragione e così continuare a vivere. Fromentin riesce mirabilmente a raccontare una passione vera,la sua per Leocadié,meritando la lode di André Gide che considerò questo libro "degno di apparire in una rosa di solo dieci dei più famosi titoli della letteratura di ogni tempo". "Forse gli avvenimenti che vi ho narrati non furono dimenticati,ma sembra che nessuno se ne ricordi.Il silenzio che la lontananza e il tempo produssero fra alcuni personaggi di questa storia permise loro di credersi reciprocamente perdonati,riabilitati e felici." Più difficile quindi è stato per Dominique dimenticare Magdaleine,anche perchè la Leocadié di Fromentin è morta prematuramente. "Amica,mia divina e santa amica,voglio scrivere e scriverò la nostra storia,dal primo all'ultimo giorno.Ogni volta che un ricordo che poteva sembrare offuscato brillerà improvvisamente nella mia memoria,ogni volta che una parola più tenera e commossa scaturirà dal mio cuore,saranno altrettanti segni che mi senti e mi assisti".

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    Daniela

    27/04/2009 13:38:49

    Un piccolo capolavoro. Mi sfugge come si posa considerare Fromentin uno scrittore "minore" fra i suoi contemporanei connazionali. L'atmosfera quieta e serena in cui sembra immerso il mondo di questo gentiluomo di campagna, poco a poco si trasforma dopo la visita di un amico di gioventù, fino a dissiparsi come nebbia. Nella stanza segreta della sua dimora, Dominique ha raccolto meticolosamente ogni ricordo del sentimento che lo ha legato alla cugina maggiore, amata follemente fin da ragazzo, anima gemella lasciata andare e mai dimenticata. La quiete apparente cela l'intima inquietudine, la pace del vivere quotidiano cela irrequietezza emotiva, il sorriso e la mano tesa al mondo celano lacrime e rimpianti vissuti in solitudine. Una vita che cerca ancora un senso e accetta di estinguersi senza portarlo a compimento, lasciando che anche l'ultimo testimone delle pene e delle gioie vissute si assopisca e scompaia.

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    barbara

    13/01/2003 12:59:43

    Un bel testo, alle volte un po' lento, ma sicuramente notevole l'indagine psicologica del protagonista. Adatto per spiriti romantici.

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recensione di Cacciavillani, G., L'Indice 1991, n. 1

Quale sia la qualità media delle traduzioni letterarie dal francese è presto detto: pessima. Non è questo il luogo per indagare le cause di questo sfacelo generalizzato (ma citerei almeno il ruolo carente di quasi tutte le facoltà linguistiche, la mancanza di corsi brevi specificamente volti alla formazione del traduttore, il rapporto spesso giugulatorio del traduttore col suo editore); certo è che, mediamente e generalmente, è difficile imbattersi in questi anni in una versione dal francese che sia non dico elegante e stilisticamente elaborata, ma più semplicemente corretta dal punto di vista semantico e sintattico.
Non mancano le squisite eccezioni, ma esse non bastano a cancellare quel senso di rigetto e di profonda irritazione quando si vanno a leggere traduzioni correnti anche di classici francesi ad alta tiratura: dove è possibile trovare - mi limito a pochi esempi - la locuzione "vivre sur un grand pied" (menare una vita da gran signore) tradotto, alla lettera e insensatamente, con "vivere su un grande piede". Oppure, nell'ambito di un riferimento a Montaigne, il suo grande amico La Boétie inspiegabilmente tramutato in entità geografica: "la Boezia".
Se passiamo a livelli superiori - vale a dire, almeno, stilistici - il panorama è ancora più sconfortante e denota, fra l'altro, anche una scarsa dimestichezza con la lingua italiana. Non si sa dire allora la soddisfazione dello specialista quando s'imbatte in una traduzione non solo corretta, ma cesellata a tal punto e con tale gusto e talento da gareggiare con l'originale: è il caso della versione di "Dominique" ad opera di Rosetta Loy, accolta nella collana einaudiana degli "Scrittori tradotti da scrittori".
Varrà la pena accennare brevemente alle peculiarità di questo gioiello della narrativa francese dell'Ottocento. Mi pare intanto doveroso segnalare che il romanzo di Fromentin (1862) fu oggetto di una impietosa stroncatura da parte di Barthes in un saggio, fra l'altro, pubblicato proprio nei "Millenni" ad appendice della versione originaria della Loy. "Romanzo benpensante, in cui si ritrovano tutti i valori che stanno a fondamento dell'ideologia borghese, assunti da una psicologia idealistica del soggetto... Romanzo etereo dove non si mangia n‚ si fa mai all'amore... Romanzo prudente, conformista e pusillanime", ecc. Ma anche la critica più favorevole - da Gide a Picon, da Sagnes a Pichois, da Dubois a Richard a Barbara Wright (e nell'Ottocento Sainte-Beuve) - non ha mancato di rilevare o un'insufficienza di mordente o un'inadeguatezza strutturale o una tonalità scolorita o un ideale estetico anacronistico o una serie di lacune motivazionali.
Non basta rispondere che "Dominique" è un romanzo della "rinuncia d'amore" che s'inscrive in una tradizione illustre della narrativa francese: dalla "Princesse de Clèves" alla "Nouvelle Héloise", dal "Lys dans la vallée" a "Volupté", al "Grand Meaulnes" e alla "Porte étroite". A una moderna e più accorta lettura, il romanzo appare avvolto nel segreto di una verità indicibile, a tratti violento e trasgressivo, in scene capitali che precorrono l'insostenibilità dell'essere descritta dal Bataille più lacerato. In effetti "Dominique" si svolge a più livelli discorsivi: da un lato, svolgendo una parabola elegiaca squisita e volontaristicamente edificante (l'identità matura acquisita attraverso la struggente riconquista del ricordo e del suo ordine interno); dall'altro lato, guastando la logica razionale e facendo irrompere nella sequenzialità progrediente un pensiero sordamente ripetitivo, impercettibilmente contraddittorio, a coloritura sadica, diretta espressione della pulsione di morte.
Un finissimo lettore come Pingaud si è accorto benissimo che la "trasparenza" del romanzo è ingannevole: "Sotto quest'acqua chiara regna il torbido". Più precisamente, si può dire che il racconto si svolge secondo un'elaboratissima struttura di armoniche a distanza in cui ogni asserzione (poniamo: "A") lascia intendere, scalata e celata, un'altra asserzione che contraddice la prima (cioè: "non-A"). È la scandalosa logica degli opposti compossibili rivelata da Freud: per il soggetto "X" sono valide - a diverso livello di consapevolezza - due predicazioni opposte e inconciliabili eppur presenti: "A" e "non-A". Bloccata l'opposizione, portato il racconto nel cuore stesso dell'indecidibilità, Fromentin, narratore luciferino, pone e nega, afferma e annulla l'affermazione, con una logica perversa che si potrebbe definire come bruciante dinamica della paralisi.
Alcuni esempi semplificati. Il personaggio si propone immediatamente come modello sovrano di equilibrio e di felicità, coronamento di una lunga distillazione dei valori autentici dell'esistenza. Ma ecco che, in spazi testuali contigui, il personaggio propone anche un'immagine opposta: egli impersona le "qualità negative" della vita, si è annientato nel grigiore della provincia, è ormai privo d'identità e si è "completamente rassegnato alla disfatta".
E ancora: compimento di un'esistenza felice, piena e ricca, l'esperienza di Dominique non è meno esposta al versante della più vischiosa tristezza, del vuoto più desolato, della perdita o della povertà delle linfe vitali. Questi affetti oppositivi dissociati non mancano di ripercuotersi sull'allusività del paesaggio: la piattezza e il vuoto della campagna, il moto agitato del mare; la letargia degli esseri e delle cose, gli uomini, gli eventi e le cose che passano, si muovono, cambiano.
Fermiamoci qui. Rosetta Loy, in una "Nota del traduttore", mostra di aver capito benissimo la natura bifronte del testo, la sua complessità e la sua ricchezza psicologica: "La grande forma del romanzo è nella trasposizione dell'amore nella natura. La tensione erotica, costretta e soffocata nei gesti, prorompe nella campagna assolata o fra i canneti gelati dall'inverno, tra le alghe e le conchiglie lasciate dalla bassa marea, nel grido di un pavone o nel volo della beccaccia". Il problema formale, stilistico posto da "Dominique" si risolve dunque nella tensione non facilmente avvertibile (come s'è detto) fra un livello serenamente autunnale, di trasparente acquietamento, e un livello più oscuro, intermittente, fisso al male di vivere e alla violenza dei sentimenti più riposti. L'opposizione è anche fra un ritmo ampio, cadenzato, avvolgente, e un ritmo di rottura, ellittico, semanticamente veemente. La Loy è stata ottima auscultatrice anche di questo problema, giacché sottolinea di aver focalizzato la sua attenzione sul "ritmo interno della pagina" e sul suo battito differenziato: "come il battito di un polso che cambia da individuo a individuo".
Basterà, a menzione, fornire un esempio del primo tipo di scrittura e un esempio del secondo. Smemorante adesione ai ritmi del reale: "Io stavo con loro quando falciavano, quando ammucchiavano il foraggio, e mi lasciavo portare dai carri che tornavano con il loro carico immenso. Steso supino in cima, come un bambino coricato su un letto smisurato, cullato dal quieto movimento delle ruote sull'erba tagliata, guardavo da un'insolita altezza un orizzonte che mi sembrava non avere fine. Oltre il limitare verdeggiante dei campi vedevo il mare a perdita d'occhio; gli uccelli mi passavano più vicini; non so quale inebriante sensazione di aria più pura, di spazio più vasto, mi faceva smarrire per un momento la nozione della vita reale".
Emersione del fantasma di morte: "Venne a fermarsi bruscamente a due passi da me, e i cavalli eccitati, con la schiuma alla bocca, si impennarono come se avessero avuto la sensazione che i due cavalieri volessero battersi. Credo veramente che Madeleine e io ci guardammo con rabbia, tanto l'eccitazione e la sfida si mescolavano in quello strano torneo con altri, intraducibili sentimenti. Lei si teneva dritta davanti a me, il frustino col pomo di tartaruga fra i denti, le guance livide, gli occhi iniettati e splendenti di una luce sanguigna".