Curatore: M. R. Alfani
Collana: Il castello
Anno edizione: 1997
In commercio dal: 6 febbraio 1998
Pagine: 80 p.
  • EAN: 9788838913754
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    Fabiola

    25/04/2002 21:14:51

    Struggente.

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recensione di Rosso Gallo, M., L'Indice 1998, n. 7

"Doña Berta" di Leopoldo Alas "Clarín" appare a puntate, fra maggio e giugno del 1891, nella rivista settimanale "La Ilustración Española y Americana" e l'anno seguente viene raccolto in un volume con altre due narrazioni ("Cuervo "e" Superchería"). Clarín ha già offerto ai lettori la sua opera maestra, "La Presidentessa" (Einaudi, 1989, ed. orig. 1884), frutto dell'ambizioso proposito di concepire un romanzo come visione globale del mondo, secondo dettami realisti e naturalisti (e, infatti, l'analisi del personaggio centrale si innesta sul minuzioso affresco delle relazioni sociali in una città asturiana dominata dall'invidia e dalla maldicenza).
Ma nel 1891 l'autore ha ormai superato i canoni del realismo e si è aperto a nuovi orientamenti letterari: a questo stesso anno risale la pubblicazione di "Il suo unico figlio" (Sellerio, 1993), dove la realtà oggettiva, con le sue coordinate spaziotemporali, viene subordinata all'interiorità del protagonista e la riflessione assume un ruolo preponderante rispetto all'azione, nell'incalzante gioco di un narratore intento a deviare le aspettative del lettore, offrendo sbocchi imprevisti a situazioni canoniche (come l'adulterio), fino all'ambiguità con cui si conclude il romanzo. "Donna Berta", a sua volta, si inserisce nella ricerca da parte dello scrittore di nuove modalità narrative, e risponde al progetto di Clarín di portare in primo piano l'"espressione della vita del sentimento". Ritroviamo un narratore onnisciente, che può penetrare nell'interiorità dei personaggi, offrire dettagli che sfuggono alla loro prospettiva, descriverli assumendo il campo visivo di un altro personaggio, permettersi qualche commento ironico o umoristico, senza però giungere mai alla deformazione caricaturale e al sarcasmo, ingredienti basilari degli altri due romanzi: prevale, invece, il lirismo, attraverso il quale la voce narrante, attenta a cogliere le sfumature delle sensazioni, si avvicina alla protagonista con un'attitudine compassionevole.
La novella si apre su uno scenario incontaminato, "un luogo nel nord della Spagna dove non sono giunti mai né i Mori né i Romani"; qui vive donna Berta de Rondaliego, ormai anziana e sorda, in un tempo sospeso, fatto di azioni iterative e rassicuranti abitudini, insieme alla serva Sabelona e al gatto. In questo mondo chiuso e protetto da ogni intrusione esterna, dove non accade mai nulla, la vita interiore della protagonista sembra cristallizzarsi nella contemplazione dell'amato paesaggio dell'Aren, che appare come personificato ai suoi occhi.
Eppure, proprio in questo luogo, molti anni prima è avvenuto un fatto traumatico, che il narratore riferisce in un flash-back: ai tempi della prima guerra carlista, giunse un capitano ferito, un liberale (e, quindi, nemico dei Rondaliego, fervidi carlisti), che tuttavia venne accolto e amorevolmente curato dalla giovane Berta, il cui temperamento romantico - alimentato dalla lettura di romanzi sentimentali - la portò a cedere a un istante di magica passione. Il capitano, ormai guarito, lasciò l'Aren con il proposito di congedarsi dall'esercito e di tornare per riparare l'onore della fanciulla; ma, in un momento di eroismo, sentì il richiamo della "morte gloriosa" e cadde sul campo di battaglia. Berta ignora questa vicenda e, quando dà alla luce il frutto della sua passione, si lascia sottrarre il figlio dai propri fratelli, implacabili custodi dell'onore dei Rondaliego. La donna torna a seppellirsi nell'isolamento, ma con il passare degli anni, man mano che perdona a se stessa il peccato giovanile, si risveglia il suo rancore verso i familiari che non le hanno permesso di essere madre. I fratelli muoiono e del figlio non resta alcuna traccia.
La narrazione torna così al tempo principale del racconto. "Berta rimase sola con Sabel e il "gatto", e cominciò a invecchiare in fretta, finché non si incartapecorì e cominciò a vivere la vita della corteccia di un rovere secco". La sua vita appare come sdoppiata fra le apparenze esteriori, le azioni materiali, e i meandri segreti della sua interiorità, dove pulsa l'astratto, ma ostinato, affetto per il figlio perduto. Ma ecco che un giorno il mondo di fuori torna a bussare alle porte di donna Berta: avviene l'incontro con un famoso pittore, che va cercando ispirazione nella natura incontaminata. L'anziana donna spezza il cerchio della solitudine e gli confida il suo antico amore. L'artista, a sua volta, le parla di un capitano, la cui morte eroica sul campo di battaglia è il soggetto di un quadro che l'ha reso celebre. Qualche giorno dopo, il pittore fa pervenire a Berta due ritratti: uno, ispirato a una tela di casa Rondaliego, rappresenta la donna da giovane, con tale precisione che alla vecchia sembra di riflettersi nello specchio di tanto tempo fa; l'altro raffigura il volto del capitano e la somiglianza con l'immagine registrata nella mente della protagonista sconvolge l'anziana: è certa che sia il viso del figlio perduto. La rassegnazione e il rimorso, rimasti latenti per anni e anni, esplodono improvvisamente e la spingono ad agire. Berta cede gli amati poderi dell'Aren a un usuraio, si separa da Sabelona, che non ha il coraggio di seguirla, e, con la somma racimolata, parte per Madrid insieme al gatto.
Nella città, che è come un campo di battaglia ai suoi occhi, deve ricorrere a tutto il suo eroismo per affrontare il traffico di vie infernali e ogni sorta di ostacoli, fino a giungere a vedere il quadro che rappresenta la morte del figlio, decisa ad acquistarlo per riscattare la propria esistenza. Ma arriva troppo tardi: la tela, il cui valore è aumentato per l'improvvisa morte del pittore, è stata venduta a un ricco americano, il quale, pur mostrandosi tollerante con la vecchia che giudica pazza, non desiste dal proposito di trasferire il quadro oltre l'oceano. Berta combatte ostinata, sperando invano in un miracolo, finché la coglie la morte, proprio sotto le ruote di uno di quei tram che suscitavano il suo terrore.
La novella è un magnifico esempio dell'abilità narrativa di Clarín, capace di simpatizzare con la protagonista e di commuovere il lettore, senza mai cadere nel patetismo stridente; il sobrio accento lirico si combina con un linguaggio raffinato, intriso di reminiscenze letterarie, che la traduttrice è riuscita sapientemente a riflettere nel testo italiano. Per quanto riguarda gli elementi del contenuto, il racconto accoglie alcune tendenze della narrativa europea di fine Ottocento, sia pur sviluppandole in modo del tutto peculiare: a parte l'ambientazione in epoca contemporanea, con il riferimento a fatti storici (le guerre civili, i contrasti ideologici fra liberali e carlisti, la "nuova politica"), emerge l'opposizione fra la campagna e la città, tema frequente nei romanzi dell'epoca; in "Dõna Berta" l'antitesi si presenta soprattutto dalla prospettiva della protagonista, per cui la natura è lo spazio fuori dal tempo, dove possono sopravvivere i valori arcaici, le antiche tradizioni, mentre la città è la folla anonima, sconosciuta e minacciosa, che si aggira tra i segni di un progresso distruttivo e annientatore dell'individuo. Fra le altre bipolarità su cui si dirama la narrazione, è da segnalare il contrasto fra il dubbio e la fede, significativo nell'universo narrativo postrealista di Clarín, che in queste pagine appare nel dibattito interiore di donna Berta di fronte al quadro del "figlio"; se, da un lato, il dubitare della protagonista - incerta sull'identità del soggetto raffigurato - garantisce la verosimiglianza del racconto, sottraendolo al sensazionalismo delle coincidenze da "feuilleton*, dall'altro, nel messaggio della novella ha un ruolo importante il trionfo della fede volontaristica: donna Berta, come anche Bonifacio Reyes, il protagonista di "Il suo unico figlio", sceglie di credere, a dispetto di tutto, perché questa è l'unica via per salvare la propria identità e dare un senso all'esistenza.