La donna dai capelli rossi

Orhan Pamuk

Traduttore: B. La Rosa Salim
Editore: Einaudi
Collana: Supercoralli
Anno edizione: 2017
In commercio dal: 10/01/2017
Pagine: 272 p., Rilegato
  • EAN: 9788806232115
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Recensioni dei clienti

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    massimo r.

    11/02/2018 10:08:20

    A parte alcune lungaggini e iterazioni che lo appesantiscono, mi è sembrato un buon romanzo, anche se non tra i migliori di Pamuk.

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    AdrianaT.

    15/11/2017 10:36:00

    Non c'è niente che non vada in questo Pamuk, tutt'altro, solo che non mi viene da dire molto in proposito. È solo una delle tante storie narrate e rinarrate che può stimolare una serie di importanti riflessioni e considerazioni a catena sui rapporti parentali, su cui però non ho avuto interesse a soffermarmi avendo, da tempo, archiviato la pratica. Così l'ho letto rimanendo in superficie, tenendo una certa distanza, ed è semplicemente una buona lettura sia di superficie sia di profondità.

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    alessandra

    18/06/2017 07:23:35

    Primo libro che leggo di Pamuk e non sarà l'ultimo. La storia mi è parsa originale e appassionante. Ed effettivamente si respira un po' un'aria da tragedia greca... Consigliato senza alcun dubbio...

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    Alinghi

    17/06/2017 09:37:35

    Pamuk non delude...dopo un inizio che mi ha riportato alla memoria il museo dell'innocenza e La stranezza che ho nella testa, il libro acquista sempre piu forza ed autonomia. Inutile dire ben scritto, profondo ma mai pesante, tratta con modernità argomenti esistiti da sempre. Sicuramente consigliato

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    Elena

    12/03/2017 11:48:09

    Romanzo eccellente che si caratterizza per la felicissima riproposizione della scansione, dei ritmi, della tensione drammatica tipici della tragedia greca, che viene reinterpretata e riscritta in chiave moderna riprendendone i temi e mostrandone l'universalità anche attraverso il costante confronto, meditato e sviscerato, con la tradizione persiana. Pamuk riesce a costruire, attraverso il fluire dei ricordi e delle interpretazioni degli eventi che lo stesso protagonista spesso offre, una climax ascendente di tensione, non priva di colpi di scena, fino al finale che lascia, comunque, nella miglior tradizione della drammaturgia greca, molta materia su cui riflettere. Una lettura decisamente consigliata!

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    fabrizio Monterosi

    04/02/2017 22:42:20

    Romanzo complesso , come del resto tutti i racconti di Pamuk, ma comunque degno di essere letto ed apprezzato.

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    enrico.s

    20/01/2017 10:36:31

    Semplicemente meraviglioso; come sempre... Pamuk è un vero mago della parola scritta e ogni sua nuova opera rinnova l'eterno sortilegio del romanzo. Libro colto, intelligente e incalzante nella sua rivisitazione di questioni eterne che da sempre accompagnano l'interrogarsi degli esseri umani attorno alla loro (alla nostra) natura e al loro (al nostro) destino. Più complesso, nella costruzione, e forse meno addentro ai sentimenti dei personaggi rispetto ad altri lavori, resta comunque una vera gioia per il lettore.

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Le prime righe del romanzo

Volevo fare lo scrittore. Ma, dopo i fatti che mi accingo a raccontare, sono diventato un geologo e un costruttore. Non credano i miei lettori che questi eventi siano morti e sepolti, che questi fatti appartengano al passato solo perché ho deciso finalmente di narrarli. Ogni volta che torno a pensarci, ogni volta, sento addosso il peso di quei momenti. Per questo sono sicuro che anche voi, come me, vi lascerete trascinare nella spirale dei misteri del rapporto tra padre e figlio.
Nel 1985 vivevamo in un appartamento vicino a Palazzo Ihlamur, alle spalle di Beþiktaþ. Mio padre aveva una piccola farmacia: il nome sull'insegna era Hayat, vita. Una volta alla settimana, quand'era di turno, teneva aperto fino al mattino dopo. In quelle notti ero io a portargli la cena. Era un bell'uomo, alto, magro...Mentre lui consumava il suo pasto accanto alla cassa, io mi lasciavo inebriare dall'odore dei medicinali. Ancora oggi, all'età di quarantacinque anni - ne sono trascorsi tranta da allora -, amo l'odore delle vecchie farmacie in legno.
L'Hayat non era molto frequentata. Quando restava aperta per ventiquattro ore di fila, mio padre passava il tempo a guardare un televisore portatile, tanto di moda in quegli anni. A volte venivano a trovarlo degli amici, attivisti politici. Li sentivo parlare a bassa voce, ma non appena notavano la mia presenza interrompevano i loro discorsi per dirmi che ero un bel ragazzo, proprio come mio padre, e finivano per farmi le solite domande: che classe fai? Ti piace studiare? Cosa vuoi fare da grande?