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Economia politica del lavoro e delle relazioni industriali comparate

Ezio Tarantelli

Editore: UTET
Anno edizione: 1986
Tipo: Libro universitario
Pagine: XXIV-552 p.
  • EAN: 9788802040141
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VICARELLI, FAUSTO (A CURA DI), Oltre la crisi. Le prospettive di sviluppo dell'economia italiana, Il Mulino, 1986

TARANTELLI, EZIO, Economia politica del lavoro, Utet, 1986

GRAZIANI, AUGUSTO, Politiche di rientro dall'inflazione, Cariplo-Laterza, 1986

AA.VV., La politica economica e l'occupazione,'Quad. di Azimuth', n.3, Edaco, 1986

AA.VV., Il caso Italia.Seminari dello Studio Ambrosetti a Villa d'Este, Comunità, 1986

AA.VV., Capitalismo riformato e sinistra. Forum di 'Repubblica', Comunità, 1986
recensione di Bellofiore, R., L'Indice 1987, n. 3

Recentemente sono apparse in libreria numerose pubblicazioni che hanno ad oggetto il caso italiano. Una messe di interpretazioni sui vari aspetti dell'economia del nostro paese, in particolare sui problemi lasciati aperti o aggravati dalla disinflazione, a partire da quello chiave disoccupazione di massa, è contenuta nel poderoso volume "Oltre la crisi. Le prospettive di sviluppo dell'economia italiana e il contributo del sistema finanziario" (Il Mulino, Bologna 1986, pp. X-745, Lit. 70.000). Il libro è l'esito di una ricerca dell'Ente per gli studi monetari, bancari e finanziari Luigi Einaudi, ed è curato ed introdotto da Fausto Vicarelli, recentemente scomparso. Si affrontano qui tanto questioni di interpretazione generale della "lunga crisi" degli ultimi vent'anni (si veda il saggio di Vercelli) o dell'andamento comparato dell'Italia nel contesto internazionale (Boltho), come anche i problemi dell'occupazione (Conti-Cossutta, Musu-Volpe, Tosato) dello sviluppo del Mezzogiorno (Giannola) del vincolo estero (Silvani, Basevi, Giavazzi, Biasco) del sistema finanziario (Gnesutta, Nardozzi, Arcelli) della finanza pubblica (Artoni, Giarda) e della politica economica (Padoa-Schioppa).
Chi avesse la curiosità di avere analisi più dettagliate sui fattori strutturali dell'inflazione italiana dopo il 1979 troverà molto istruttivo il saggio di Graziani contenuto in "Politiche di rientro dall'inflazione" (Quaderno n | 11 della "Rivista milanese di economia", Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde, Laterza, Roma-Bari 1986, pp. 143, s.i.p.). Il volume contiene anche molti altri contributi interessanti, da quelli sul bilancio pubblico (P. L. Gilibert-Izzo-Ottolenghi) e sulla politica monetaria disinflanzionistica (Monti) a quelli di taglio storico (Hertner sulla disinflazione tedesca nel primo dopoguerra, Debeir sulla stabilizzazione Poincaré del 1926, Castronovo sulla deflazione italiana del secondo dopoguerra), comparato (Eltis sulla politica della Thatcher) o generale (Lombardini sulla interazione tra sistema politico e sistema economico nei processi inflazionistici). Una proposta, applicata dal 1983, di predeterminazione del tasso d'inflazione e della scala mobile fu presentata da Ezio Tarantelli, l'economista consulente della CISL ucciso dalle Brigate Rosse. La proposta fu molto discussa: abbiamo ora a disposizione la ricerca che in qualche modo le sta dietro, "Economia politica del lavoro" (Utet, Torino 1986, pp. XXIV-549, s.i.p.) una ampia indagine che vuole fornire una teoria dell'inflazione, del reddito e dell'occupazione in cui le aspettative hanno un ruolo ed il sindacato (meglio, il sistema di relazioni industriali, mutevole da paese a paese) conta.
Collaboratore e amico di Tarantelli è stato Franco Modigliani, premio Nobel per l'economia, da decenni docente al Massachusetts Institute of Technology. Nonostante americano di adozione, Modigliani ha sempre mantenuto una viva attenzione per l'Italia: i suoi commenti, come consulente di istituzioni o attraverso i giornali, sono spesso stati influenti. Viene adesso pubblicata, sotto il titolo "Il caso Italia. Seminari dello Studio Ambrosetti a Villa d'Este 1979-1986" (Edizioni Comunità, Milano 1986, pp. 114, Lit. 18.000 una raccolta di suoi interventi sul nostro paese nel contesto internazionale.
Chi, a questo punto, si chiedesse quali sono le interpretazioni avanzate a sinistra nella discussione recente sul capitalismo italiano, può ricorrere a due volumi. Il primo lo introduce alle opinioni della sinistra che frequenta i salotti buoni, come quello del quotidiano "La Repubblica" si tratta di "Capitalismo riformato e sinistra. Forum di "Repubblica"" (Edizioni Comunità, Milano 1986, pp. 125, Lit. 14.000). Il secondo, un po' più critico e meno alla moda, è il frutto di un convegno indetto dalla rivista "Azimut" e dalla Fim-Cisl di Milano (25-26/10/1985) e si intitola "La politica economica e l'occupazione" (Quaderni di "Azimut" n. 3. Edaco, Milano 1986, pp. 150. Lit. 18.000).


TARANTELLI, EZIO, Economia politica del lavoro, Utet, 1986
recensione di Carli, G., L'Indice 1987, n. 6

Ezio Tarantelli fu accolto nella famiglia della Banca d'Italia quando esercitavo le funzioni di Governatore. Recava con sé un vasto patrimonio di conoscenze teoriche, arricchito durante un soggiorno negli Stati Uniti; partecipava alle discussioni all'interno del gruppo al quale sottoponevo il testo delle considerazioni finali della Relazione annuale della Banca d'Italia; coordinava i nostri dibattiti il Prof. Federico Caffé. In qualche momento il contrasto delle idee si manifestava con vivacità ed appariva non componibile, alla fine la pazienza e l'autorità del nostro moderatore avevano la meglio. Del lungo periodo passato alla Banca d'Italia, i momenti che ricordo con maggiore nostalgia sono quelli nei quali si definiva il contenuto delle considerazioni finali.
Ezio Tarantelli giungeva in Italia con scarsa esperienza delle complesse vicende dell'economia di quegli anni tormentati; ma possedeva una capacità di ragionamento che suscitava l'ammirazione di noi tutti: i suoi interventi, in alcuni casi, ci apparivano sofferenti di eccesso di astrattezza, ma giovavano per verificare la coerenza delle nostre argomentazioni e per aggiornare le nostre conoscenze. Si mescolavano in me sentimenti di affetto ad irritazione quando la logica inesorabile del giovane collaboratore finiva per indurmi ad accettare le sue idee in contrasto con le mie. Ezio metteva le sue idee a disposizione degli altri con onestà assoluta senza indulgere alla ricerca di compiacenze; si stabilì così un rapporto di amicizia tra noi che si consolidò in incontri che avemmo periodicamente dopo che lasciai la Banca d'Italia.
Tra il 1977 e il 1979 facemmo insieme una ricerca sulle conseguenze degli aumenti dei prezzi del petrolio sulle bilance dei pagamenti dei paesi debitori in generale e di quelli in corso di sviluppo in particolare. Individuammo nella estensione assunta dal credito bancario nel finanziamento degli squilibri una causa di probabili sconvolgimenti e indicammo una possibile alternativa nella emissione di obbligazioni espresse nella moneta del paese debitore, fruttanti interessi indicizzati al saggio di crescita reale del paese stesso.
Ci accomunava la convinzione che in periodi di alta inflazione occorre che i modi di adempimento delle obbligazioni espresse in moneta attenuino gli effetti distorcenti che essa provoca sulla distribuzione della ricchezza e del reddito fra nazioni e al loro interno fra gruppi sociali.
Ricordo Ezio seduto di fronte a me che mi fissava attraverso le grosse lenti con uno sguardo limpido, rispettoso, e un po' indisponente e mi chiedeva se condividessi il suo intendimento di mettere le sue idee al servizio del bene comune. Attuò questo proposito ponendo le sue idee al servizio di una nuova disciplina delle indicizzazioni salariali volta a conciliare la stabilità del potere d'acquisto reale del salario con la riduzione degli effetti diffusivi di inflazione che le indicizzazioni producono. Ha pagato con la vita la coerenza con le sue idee. Assoggettò le proprie idee ad una verifica empirica, i risultati della quale sono esposti in "Economia politica del lavoro". Il motivo conduttore dell'analisi condotta da Ezio Tarantelli si compendia nelle seguenti parole contenute nella introduzione al capitolo I: "Il pensiero economico ortodosso ha trascurato, da Adam Smith ai nostri giorni, il ruolo del sindacato... Le cose sono peggiorate dagli economisti classici ai post keynesiani... Questo è avvenuto nonostante la forza ben maggiore dei sindacati, oggi, rispetto a quando Adam Smith scriveva".
Questo apparente paradosso, ovvero l'assenza di un soggetto di primaria importanza quale è il sindacato, dai paradigmi più diffusi dell'economia teorica, rende quest'ultima in qualche maniera carente.
Non è soltanto l'assenza del sindacato ma, più in generale, la scarsa attenzione dedicata alle istituzioni sociali e alla struttura delle relazioni industriali, a rendere la teoria economica corrente manchevole e i precetti di politica che da essa derivano talvolta fuorvianti, altre volte sterili. Per un economista come Ezio Tarantelli, attento a riconoscere l'importanza del rigore formale e della stringenza logica della metodologia economica moderna, ma, allo stesso tempo, deluso dalla sua mancanza di "concretezza" e di spessore storico, è stato naturale cercare di fondere due approcci allo studio dell'economia, quello teorico-formale e quello istituzionale-descrittivo, che hanno spesso viaggiato su binari paralleli. Lo scopo fondamentale del lavoro, frutto di dieci anni di ricerca, è infatti, innanzitutto metodologico. L'intento, come dichiara l'Autore, è quello di "...proporre una economia politica del lavoro e delle relazioni industriali in cui la teoria economica, da un lato, e la struttura dei sistemi di relazioni industriali, dall'altro, costituiscono due facce della stessa medaglia".
Questa integrazione è effettuata introducendo negli schemi formali della macroeconomia contemporanea una nuova dimensione - il grado di "centralizzazione" del sistema di relazioni industriali, o grado di "neocorporatismo" - come misura sintetica delle caratteristiche sociopolitiche-istituzionali del sistema di riferimento. Il modello analitico risulta quindi ancorato, per dato grado di "neocorporatismo", a una realtà istituzionale ben definita. Diventa quindi possibile studiare la risposta del sistema ad un dato stimolo, come ad esempio una stretta monetaria o una proposta di politica dei redditi in funzione delle sue caratteristiche istituzionali.
Rielaborando gli studi di Schmitter, Lehmbruch e Wilesky, Tarantelli definisce il grado "neocorporatismo", individuandone tre principali componenti (o dimensioni). La prima, la "neocoptazione" dei sindacati e dei rappresentanti degli imprenditori, presuppone che questi agenti siano disposti ad accettare e abbastanza forti da effettuare una regolazione attenta della politica economica. Ovvero, disposti ad essere coinvolti nel processo decisionale delle politiche economiche. La seconda dimensione, la centralizzazione della contrattazione collettiva, definisce la struttura e la forma istituzionale di un sistema di contrattazione. Un sistema di relazioni industriali è centralizzato se i rinnovi contrattuali si svolgono sincronicamente a brevi intervalli (un anno), per lo più a livello nazionale. Un alto grado di centralizzazione e sincronizzazione dei rinnovi, insieme alla durata breve dei contratti, e concisione necessaria perché il sistema risponda prontamente e complessivamente a mutate condizioni. La terza dimensione del "neocorporatismo" riguarda la "neoregolazione" del conflitto industriale, ovvero la capacità del sistema di rendere credibile un contratto di lavoro una volta che questo sia stato sottoscritto.
Il canale fondamentale attraverso cui il grado di "neocorporatismo" influenza l'equilibrio del sistema, o la risposta di quest'ultimo a disturbi esogeni, è attraverso l'effetto che esso esercita su quella che Tarantelli chiama "curva di affidabilità". Questa stabilisce una relazione negativa tra la probabilità di accettazione di una politica dei redditi da parte dei lavoratori e il rapporto di affidabilità, funzione quest'ultimo delle perdite relative attese dall'accettare una politica dei redditi.
Tarantelli mostra come un valore più elevato del grado di neocorporatismo comporti un innalzamento della curva di affidabilità, ovvero, per dati costi attesi dalla politica dei redditi, una maggiore probabilità di accettazione (e quindi di attuazione) di quest'ultima. In altre parole in una economia caratterizzata da un alto grado di "neocorporatismo" è più probabile che prevalgano soluzioni cooperative.
La rilevanza pratica di questi concetti è mostrata da Tarantelli analizzando le conseguenze sulle economie e i sedici paesi, caratterizzati da gradi di neocorporatismo diversi, dei due shocks petroliferi e delle singole esperienze di riduzione dell'inflazione.
Paesi come la Germania federale e l'Austria, in cui è alto il grado di neocorporatismo, o i paesi scandinavi dove il neocorporatismo, pur se in declino, rimane elevato, hanno sofferto relativamente poco, sia in termini di inflazione che di disoccupazione, all'indomani dei due shocks petroliferi. Economie, invece, come quelle dei Paesi Bassi, Francia, Australia e Nuova Zelanda, dove il più basso grado di neocorporatismo non ha consentito di portare a termine con successo politiche dei redditi, hanno sperimentato livelli di disoccupazione e di inflazione superiori. Ma la performance di queste grandezze e stata decisamente insoddisfacente nei paesi la cui struttura delle relazioni industriali comporta un grado di corporatismo particolarmente basso. Tale è stata la sorte degli Stati Uniti, del Regno Unito e dell'Italia, quest'ultima fanalino di coda nella graduatoria del grado di neocorporatismo e, corrispondentemente, al primo posto nella classifica dell'indice di malessere di Okun, dato dalla somma del tasso d'inflazione e del tasso di disoccupazione.
È alla luce di questa teoria e del suo successo empirico che si giustifica la proposta di "predeterminazione delle indicizzazioni salariali" come strategia di riduzione dell'inflazione, avanzata da Ezio Tarantelli. L'esperienza recente dei vari paesi ha confermato che ridurre l'inflazione è un processo lento che impone inutili sacrifici in termini di disoccupazione. La ventata teorica ottimistica, anche sul fronte della disinflazione, portata dai nuovi classici, secondo i quali è sufficiente annunciare un programma credibile di rientro, perché l'inflazione si riduca senza costi, si è infranta contro il muro dell'esperienza. Tuttavia essa ha avuto il merito di porre l'accento sul problema della credibilità dei programmi. Le aspettative di inflazione e quindi l'inflazione effettiva, possono essere ridotte solo se il programma è credibile.
Ma affinché la credibilità sia una caratteristica del programma questo deve essere coerente ed accettato dai soggetti che hanno potere di controllo sulle variabili nominali. La predeterminazione, poiché si basa su un accordo collusivo tra governo, sindacato e imprese che congiuntamente annunciano l'obiettivo di inflazione, dovrebbe, garantendo una coerenza intrinseca sull'evoluzione delle variabili nominali, rendere credibile il programma annunciato.
Il volume di Ezio Tarantelli rappresenta un bilanciato equilibrio tra rigore teorico-formale, verifica empirica delle teorie, rilevanza pratica delle questioni affrontate, senso della storia e dell'esperienza acquisita dall'osservazione dei fatti. Talune delle caratteristiche dei singoli paesi appaiono oggi, rispetto alle tre "dimensioni" di Tarantelli, diverse da quelle esaminate con riferimento all'esperienza sotto rassegna. Ma questa evoluzione è coerente con l'enfasi e l'impiego posti dall'Autore nel sottolineare l'intreccio tra fenomeni economici e struttura dei sistemi, quest'ultima non definita a priori, bensì suscettibile di modifiche e "miglioramenti". Di questo impegno scientifico e civile l'Autore è preclara testimonianza.


TARANTELLI, EZIO, Economia politica del lavoro, Utet, 1986
recensione di Valli, V., L'Indice 1987, n. 6

Una delle ultime volte che vidi Tarantelli prima della sua tragica scomparsa è stato ad un convegno di Economia del lavoro a Trieste, nel 1984. La sera, in una trattoria in collina, dove ci si era radunati per cenare con altri convegnisti, discutemmo fino a tardi di alcune delle tesi centrali del suo volume, che è apparso postumo nel 1986, ma che era già allora nella fase finale della sua lunga gestazione. Discutere con Ezio dei temi che gli stavano a cuore era bello ed impegnativo. Conoscevo naturalmente da altre conversazioni o dai suoi saggi o articoli precedenti molti aspetti importanti delle sue tesi, ma non il quadro generale, la cornice complessiva entro cui i vari tasselli andavano a comporsi. Tale quadro generale è fornito appunto da "Economia politica del lavoro". Si tratta senza alcun dubbio dell'opera più vasta ed importante di Tarantelli, a cui egli ha dedicato i dieci intensi anni finali della propria esistenza. Come si può comprendere dalla scelta stessa del titolo, l'obiettivo era assai ambizioso. Non si tratta affatto dell'usuale manuale neo-classico o neo-keynesiano di "Economia del lavoro" ma del tentativo difficile, ma affascinante, di fare della vera e propria "economia politica" del lavoro, cioè di reintrodurre negli asettici schemi teorici che gli economisti usano per trattare dell'occupazione, del salario e dei prezzi un pezzo importante della realtà quale il comportamento dei sindacati, delle organizzazioni imprenditoriali e dei governi, di reintrodurre, in altre parole, il corpo ed il sangue delle istituzioni e della storia nello scheletro analitico dell'economia.
Nella prima parte del volume Tarantelli tratta perciò del ruolo economico del sindacato nelle varie correnti del pensiero economico e sociale. È tuttavia la seconda parte del volume, dedicata alla politica dei redditi, alla ricetta della predeterminazione dell'inflazione ed al ruolo delle aspettative, il cuore analitico del volume. Tarantelli esamina la politica anti-inflazionistica seguita in diversi paesi industrializzati dal 1973 al 1983 e cerca di mostrare come per un paese dotato di un sistema di relazioni industriali altamente centralizzato la politica migliore per difendere l'occupazione e nel contempo mantenere una certa stabilità dei prezzi è la politica dei redditi neo-keynesiana, mentre per un paese non dotato di un adeguato livello di centralizzazione del sistema di relazioni industriali si è costretti a ricorrere ad una politica monetarista.
Cruciale è quindi per Tarantelli il grado di centralizzazione di un sistema di relazioni industriali o grado di neocorporatismo. I paesi da lui considerati come paesi ad elevata centralizzazione del sistema di relazioni industriali, sono i paesi che più si ritrovano nella letteratura sul neo-corporatismo, come Austria, Svezia, Norvegia, Danimarca e Germania, ma a cui Tarantelli aggiunge anche il Giappone. Sarebbero invece sistemi a bassa centralizzazione del sistema di relazioni industriali sia gli Stati Uniti ed il Canada che la Francia, il Regno Unito e l'Italia. Il nostro paese sarebbe addirittura l'ultimo fra i sedici paesi considerati in una graduatoria del grado di neo-corporatismo.
Il primo gruppo di paesi godrebbe di consistenti vantaggi. Tarantelli mostra infatti che quanto più è elevato il grado di neo-corporatismo, tanto è minore l'incertezza del sindacato e dei salariati e tanto più è possibile realizzare una efftcace politica dei redditi. Questa a sua volta permette di scegliere una combinazione tasso d'inflazione/tasso di disoccupazione più bassa. Prendendo l'indice di Okun, cioè la somma fra tasso d 'inflazione e tasso di disoccupazione, come indice del disagio o del malessere sociale, Tarantelli ha allora trovato per i sedici paesi che quanto più è elevato il tasso di neo-corporatismo di un paese tanto minore tende ad essere il disagio sociale misurato dall'indice di Okun.
La terza parte del volume, dedicata all'analisi comparata dei sistemi delle relazioni industriali in sedici paesi industrializzati dell'Occidente, meriterebbe un lungo discorso a parte per la ricchezza di materiale, di informazioni e di conoscenze che esso contiene. L'obiettivo di questa parte all'interno del quadro generale dell'opera è tuttavia in sostanza quello di suffragare, talvolta con qualche forzatura interpretativa come nel caso del Giappone, la graduatoria del grado di neo-corporatismo utilizzata nella parte precedente. Il modello austro-tedesco, ma soprattutto dell'Austria negli anni 1973-83 è quello in sostanza additato come esempio positivo: l'alto grado di neo-corporatismo rendeva efficace la politica dei redditi e permetteva quindi di mantenere livelli relativamente contenuti di disoccupazione ed inflazione. Nella Germania federale, nonostante le condizioni fossero favorevoli alla regolazione neokeynesiana basata sulla politica dei redditi, si è fatto talvolta ricorso, come nel corso della seconda crisi petrolifera, alle restrizioni monetarie e ciò avrebbe (per Tarantelli in parte inutilmente) peggiorato la situazione occupazionale. Al contrario Francia, Regno Unito ed Italia vengono considerati casi particolarmente difficili di decentramento del sistema di relazioni industriali, dove però Tarantelli suggerisce di inserire "frammenti di neo-corporatismo", come ad esempio quelli contenuti nella predeterminazione del salario e dell'inflazione contenute nella sua proposta del 1983-84 per la riforma della scala mobile in Italia. L'ultima parte del libro, dedicata alla "economia politica del reddito e dell'inflazione", tenta di costruire una teoria integrata dei salari e della struttura salariale, dell'inflazione e della disoccupazione, giungendo a sfociare in una particolare versione di lungo periodo della curva di Phillips, cioè della curva che nella sua versione originaria, mostrava una relazione inversa fra tasso di disoccupazione e tasso di crescita nei salari monetari.
L'opera di Tarantelli è quindi un'opera importante, che farà discutere non solo gli addetti ai lavori, ma anche chi cerca di riflettere sui nessi intimi fra struttura economica e struttura socio-politica. Vi è al suo interno implicitamente una ipotesi politica riformista: il modello preferito è con tutta probabilità quello neo-corporatista della socialdemocrazia austriaca, viste le difficoltà di imitare il pur efficiente modello giapponese, nato in un contesto socio-culturale così diverso, ma l'autore ci ricorda le grandi difficoltà ed i tempi lunghi necessari per riformare le istituzioni in tale direzione.
Vi è però, a questo riguardo, un'obiezione di fondo, in parte consolidata dalle crepe profonde che lo stesso modello austriaco ha iniziato a mostrare negli anni ottanta, dove la disoccupazione, che era molto bassa, sta rapidamente salendo.
La relazione inversa fra grado di neo-corporatismo e indice del disagio sociale è dovuta al fatto che una società, avendo istituzioni neo-corporatiste, può più facilmente combattere l'infiazione e la disoccupazione (che sono spesso indice di forti tensioni sociali), o non piuttosto al fatto che le minori tensioni sociali di una società con alti livelli d 'occupazione, con un buon welfare state e ridotte diseguaglianze nella distribuzione dei redditi rendono più agevole sia contrastare l'inflazione, sia rispettare il patto sociale su cui poggia il difficile equilibrio neo-corporatista? Inoltre, storicamente, l'equilibrio neo-corporatista ha retto soprattutto in quei paesi, dove dato lo strutturale squilibrio di forze fra capitale e lavoro, lo Stato social-democratico, alleato con le grandi centrali sindacali, si è schierato un poco a favore del lavoro, in modo da riequilibrare i rapporti di forze e consentire il mantenimento, sul filo del rasoio, del difficile equilibrio neo-corporatista. Dove vi è una frequente alternanza al potere fra conservatori e laboristi, come nel Regno Unito, od un governo conservatore, come negli ultimi tempi in Germania, o uno scomodo alleato di centro-destra al governo con i social-democratici, come è avvenuto in Austria, un pilastro essenziale del patto sociale neocorporatista, cioè la piena occupazione, tende a cadere, spezzando quindi i difficili equilibri neo-corporatisti. È inoltre singolare, dopo le critiche metodologiche della prima parte dell'opera, l'insistenza di Tarantelli a ritenere inevitabile (anche se meno efficiente) l'approccio monetarista in un'economia con basso grado di neocorporatismo.
Se alcune fra le tesi centrali dell'opera di Tarantelli appaiono, quindi, essere discutibili, rimane intatta la grande importanza del suo brillante e coraggioso tentativo di fare un saggio di "economia politica" del lavoro e non di teoria pura del mercato del lavoro. Vi è, inoltre, nella sua opera una impressionante ricchezza di dati istituzionali sui sistemi di relazioni industriali di sedici paesi, così come vi è un grandissimo numero di preziosi spunti analitici originali, molti dei quali meritano di essere seguiti e sviluppati essendo in grado di aprire importanti ed innovativi filoni di ricerca nel campo dell'economia e della politica del lavoro.