L' eroe che pensa. Disavventure dell'impegno

Alfonso Berardinelli

Editore: Einaudi
Anno edizione: 1997
Pagine: 202 p.
  • EAN: 9788806128616
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recensione di Barenghi, M., L'Indice 1998, n. 1

"Rivelatesi inefficaci le armi della critica, gli intellettuali sembrano oggi particolarmente attratti verso un'idea estetica di se stessi. Tendono a presentarsi, anche quando così non dovrebbe essere, come imprevedibili e inafferrabili artisti, le cui opere non offrono niente che sia razionalmente e pubblicamente vincolante. L'impotenza pratica e la fuga dall'etica professionale in Italia vestono i panni della sofisticazione estetica e della raffinatezza. Dove mancano o non servono conoscenza e responsabilità, si finge lo stile". È un brano della premessa dell'ultimo libro di Alfonso Berardinelli, "L'eroe che pensa". Lo cito sia perché riassume una delle tesi principali del libro (cui è riferito il sottotitolo, "Disavventure dell'impegno"), sia per ragioni formali. Nel contesto, queste righe non hanno un rilievo particolare: non sono né un incipit, né una conclusione; sono, per dir così, un pezzetto qualsiasi del discorso. Eppure si noti la disinvoltura con cui le quattro frasi, descrivendo una specie di spirale, stringono una medesima idea: come la sintassi si semplifichi via via, sfrondando incisi e subordinate, per approdare - attraverso variazioni di costrutti e commutazioni di soggetti, e dopo una sequela di sintagmi binari, omoteleuti e polisillabi - a un enunciato perentoriamente conciso, prossimo all'aforisma.
Oltre che il più convinto fautore del genere saggistico, Berardinelli è, non da oggi, il più acuto ed elegante saggista in circolazione in Italia. Alla vocazione per la condensazione sentenziosa dei concetti, la sua prosa unisce una singolare capacità di incarnare assunti e aporie intellettuali in attitudini psicologiche: a fissare, per dir così, le ideologie in gesti, umori, stati d'animo. Ecco un ritratto di Hans Magnus Enzensberger, datato 1993: "Questo scetticismo non ha diminuito l'aggressività critica di Enzensberger: l'ha resa però prigioniera di un'ironia ansiosa che lancia assennate provocazioni lodando la mediocrità e la normalità come mali minori. Così la critica della cultura declina ogni responsabilità impegnativa sul piano pubblico. Si direbbe che anzi, per sentirsi più libera, preferisca non sentirsi né influente né rappresentativa. Spesso le basta essere intellettualmente elegante: buona letteratura, se non altro".
Questo piglio compendioso si esalta nelle visioni panoramiche. Berardinelli non teme di azzardare bilanci di estesissima portata: e nel guarnire l'esposizione delle idee con la caratterizzazione di personaggi riesce a non esser mai banale o generico. "Il paradosso della Modernità culturale è proprio qui: che esprime spesso una visione apocalittica del processo di modernizzazione. Il progresso è letto in termini di perdita, distruzione, catastrofe dalla maggior parte delle opere classiche della Modernità (...). Gli esempi sono innumerevoli. Meglio ancora: sono le eccezioni, piuttosto, che si contano sulle dita. La cultura letteraria ma anche artistica e filosofica moderna è costituita da un'impressionante concentrazione di disadattati, falliti, ribelli, melanconici e misantropi".
Qualche lettore maligno sospetterà forse a questo punto che tanti elogi nascondano un risvolto velenoso: che i riconoscimenti tributati alle qualità letterarie sottintendano una liquidazione dei contenuti di pensiero. Non è così. "L'eroe che pensa" - silloge di quattordici saggi apparsi nel corso dell'ultimo decennio in varie sedi, tra cui "Linea d'Ombra", "MicroMega", "Dove sta Zazà", "Diario" - affronta una serie di questioni sul ruolo dell'intellettuale nella società moderna che, pur non nuove, non hanno perso attualità. Anzi, è quanto mai tempestivo il richiamo di Berardinelli alla categoria dell'"impegno": nella quale non andrà ravvisata soltanto la cifra d'una stagione storica conclusa (quella dell'"engagement" politico), ma una dimensione cruciale e permanente dell'identità dell'uomo di cultura, almeno fino a quando si continuerà a pensare che all'intellettuale competa anche la capacità di intrattenere con il complesso della società in cui opera rapporti differenti (meno settoriali e corporativi, meno appiattiti sulla contingenza) da quelli di altre figure sociali e professionali.
Propria del genere saggistico, come tutti sanno, è una sorta di ibridazione incrociata fra argomentazione e narratività. Da elementi "lato sensu" narrativi - trame letterarie, sequenze di avvenimenti - vengono estrapolati disegni concettuali, nodi di idee (pur senza spingere l'astrazione a un estremo di freddezza schematica); per contro, le idee inclinano a tradursi in profili temperamentali, reazioni prossemiche, atti o principi di atti (senza però mai disciogliersi del tutto in parabole). A questi procedimenti non sfugge la figura stessa dell'autore. Il titolo "L'eroe che pensa" è ripreso da un bel saggio dedicato alle figure emblematiche di Amleto, di Alceste (il protagonista del "Misantropo" di Molière) e del tolstojano principe Andrej. Si tratta di tre variazioni sul tema dell'impotenza della volontà, della scissione fra teoria e prassi. L'intelligenza è divenuta in loro una facoltà irrimediabilmente passiva; non è più possibile agire senza trasformare se stessi in strumenti, ovvero senza strumentalizzare il prossimo (verrebbe la tentazione di aggiungere una quarta "A", quella di Adelchi). In questa "impasse", secondo Berardinelli, è venuto a trovarsi l'intellettuale che s'è finora ostinatamente rifiutato sia di seppellire la dimensione dell'impegno (cioè di chiudersi in una solitudine asociale), sia di trasformarsi in attivista delle comunicazioni di massa, dilapidando ogni possibilità di autentica critica della cultura.
La diagnosi è sconsolata. Naturalmente si può consentire, o dissentire: qui, come altrove. A mio avviso, ad esempio, saggi come "Classe media e fine del mondo" - pur scintillanti d'intelligenza e sensibilità - sono gravati da un'antica ipoteca ideologica: che cosa infine, se non una tenace vocazione aristocratica, ha indotto tanti scrittori a interpretare in termini di "catastrofe culturale" quello che è stato, in buona sostanza, uno straordinario, epocale riscatto economico del quarto stato? Eppure non si può negare che i problemi su cui Berardinelli si arrovella esistano. Personalmente, ritengo utile riprendere un'antinomia appena evocata nella premessa (e poi non sviluppata), quella fra tecniche e valori. In effetti, a caratterizzare la fase storica della modernità è stata ed è tuttora una conseguenza rilevantissima della divisione e specializzazione del lavoro: la nascita di professioni che richiedono competenze tecniche estremamente raffinate, e che perciò garantiscono prestigio sociale e riconoscimenti economici, ma che rimangono relativamente svincolate dal piano etico, perché fondate su presupposti etici precostituiti, poco duttili, di rado chiamati in gioco nell'esercizio professionale quotidiano. Di contro, attività che si misurano assiduamente con problemi d'ordine etico - che cioè richiedono di maneggiare senza interruzione valori e disvalori - non sono contraddistinte da una specializzazione tecnica particolarmente accentuata: o, per esser più precisi, si fondano su competenze tecniche dallo statuto incerto, solo parzialmente formalizzabili, anche in termini di iter formativo. Si pensi alla differenza tra un cardiochirurgo e un insegnante di scuola. Da una parte una specializzazione estrema, associata a una relativa inerzia morale (le implicazioni etiche più cruciali restano fuori dalla camera operatoria: dentro, conta solo la scrupolosità di applicazione di una metodica). Dall'altra, una specializzazione tutt'altro che banale ma inevitabilmente relativa, fluttuante, spuria, impastata di componenti emotive e intuitive, che tuttavia implica un confronto e una compromissione incessante con il piano dei valori, e lascia aperti (anzi, impone) margini di scelta e di responsabilità decisamente maggiori.
Alla discrasia e alla divergenza di sviluppo tra specializzazione tecnica e responsabilità etica gli intellettuali hanno reagito nei modi instabili che sappiamo (e che Berardinelli riassume con icastica eleganza): oscillando tra autosublimazione e autodenigrazione; alternando riti quaresimali e carnevaleschi; esibendo ora presuntuose velleità, ora compiaciute frivolezze, ora strenui ed eroici rigorismi; atteggiandosi a élite "sui generis" tecnocratica, ovvero deprecando la disumanizzazione indotta da ogni progresso della scienza e della tecnologia. La questione sembra frusta, ma ciò non significa che non sussista: al contrario: è davvero un problema costitutivo della modernità.
Nessuno, ovvio, può avere la soluzione in tasca. In via interlocutoria, però, converrà tenere presenti due avvertenze. Primo, esser grati a quanti come Berardinelli non fingono di ignorare il problema. Secondo, prestare maggiore attenzione ai luoghi e ai momenti nei quali vengono messi in causa presupposti e implicazioni etiche delle varie specializzazioni professionali: osservare, snidare, vagliare ogni possibile interferenza fra tecniche e valori, attenendosi alla prospettiva degli interessi collettivi, e non della corporazione sociale (ovvio), né della tradizione culturale (e questo è già più difficile) alla quale si appartiene.