L' esperienza del dolore. Le forme del patire nella cultura occidentale

Salvatore Natoli

Editore: Feltrinelli
Collana: Campi del sapere
Anno edizione: 1999
Pagine: 280 p.
  • EAN: 9788807102677
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(recensione pubblicata per l'edizione del 1986)
recensione di Galimberti, U., L'Indice 1987, n. 3

Salvatore Natoli è un autore assente in libreria. Il suo primo libro "Soggetto e fondamento. Studi su Aristotele e Cartesio" (1979) è stato pubblicato da un'editrice universitaria che, invece di distribuirlo, l'ha stipato nei suoi magazzini. "Ermeneutica e genealogia. Filosofia e metodo in Nietzsche Heidegger e Foucault" (1981) è stato pubblicato nella prestigiosa collana Feltrinelli-Bocca che è stata soppressa un mese dopo l'uscita del libro di Natoli. "Teatro filosofico. Questioni di teoria e di morale" non è ancora stato pubblicato per le disavventure dell'editore a cui è stato consegnato. "L'esperienza del dolore. Le forme del patire nella cultura occidentale", edito da Feltrinelli nel novembre 1986 non è reperibile in libreria perché già esaurito. La saggistica di Natoli è quindi tutta da scoprire. Una scoperta che può partire anche dall'ultimo libro, che Feltrinelli ha già provveduto a ristampare in seconda edizione, con l'avvertenza che lì si trovano solo le applicazioni di quel metodo ermeneutico-genealogico che Natoli ha elaborato nei suoi due primi saggi, introducendo una novità speculativa di assoluto interesse per quanti coltivano la problematica ermeneutica, pensando anche un po' al di là di "Verità e metodo" di H.G. Gadamer.
Se l'ermeneutica, dice Natoli, tende a determinare lo spazio d'espressione che consente alle cose di essere e di sussistere secondo un significato, non si deve dimenticare che l'apertura del senso accade, e viene con la materialità dei significati che accadono. Inseguirli, ricostruirne la successione significa compiere quell'operazione genealogica dove un fatto si spiega in un sistema di fatti che compongono una serie la cui continuità e discontinuità definisce la distribuzione e la destinazione degli eventi in cui si esprime la loro comprensione.
Applicato a quel fatto che è il dolore, questo metodo porta ad accostare la sofferenza là dove la si esperisce. Ma l'esperienza del dolore è a tal punto individuale da rendersi incomunicabile, a differenza dell'esperienza dell'amore che è espansiva, affabulatoria, creatrice di parola e di espressione anche quando è silenzio. L'amore infatti nasce in due, ed è già dialogo, il dolore si radica invece nell'assoluta individualità. Il sofferente, allora, per far sentire a chi lo guarda di presentire e riconoscere il suo dolore si affida al linguaggio che la sua cultura gli mette a disposizione. E perciò l'analisi del dolore è innanzitutto un'analisi del linguaggio e della visione del mondo che lo ospita. Le modalità del suo descriversi sono uno spaccato di filosofia della storia.
Il mondo greco parla un linguaggio tragico. La natura segue il suo ciclo. Fa nascere e morire l'uomo provocando quell'implosione di senso che ogni uomo nella sua vita dispiega. Non sedotto da speranze ultraterrene, il greco aderisce alla terra, godendo del qui e dell'ora, valorizzando il presente come si conviene a chi non ha speranze future. Nietzsche, che ha ben colto nel tragico l'essenza della grecità antica, fa dire a Zarathustra "restate fedeli alla terra", che significa amarla con tutto il suo dolore, nella convinzione che vita e dolore sono inscindibili e nulla può essere veramente vissuto al di fuori di questa inscindibilità. La visione tragica del mondo consente al greco di amare la vita perché anche la odia, di appassionarsi e quindi di gridare, di abbracciarla per la sua bellezza che non è mai disgiunta dal dolore. A grandi lettere Nietzsche non cessa di ripetere che i greci sono i più grandi, perché per primi hanno avuto il coraggio dei pessimismo.
Il mondo biblico, e quindi anche quello cristiano che per Natoli non è altro che una grande eresia ebraica, svaluta il presente per un futuro promesso. La terra è vissuta come male, e la morte come liberazione per il regno eterno. Il tragico, come drammatica composizione di bellezza e dolore, è spezzato. Per la mentalità ebraica il dolore è solo di questo mondo e può essere dominato dalla fede nel Regno atteso. Due terre dunque, una da sopportare e l'altra da fruire. A differenziarle è la presenza e l'espulsione del dolore, che quindi diventa il grande snodo dell'articolazione dei due mondi: uno denigrato per la presenza ineliminabile del dolore, l'altro atteso per la sua espulsione.
A questo tempo nuovo, inaugurato dall'ebraismo che non vive il presente perché attende il futuro, si legano a un lato le istanze rivoluzionarie che, come quelle bibliche, attendono un tempo nuovo e perciò, quando riescono, inaugurano nuovi calendari a segnare l'inizio dell'altro tempo, e dal lato opposto l'utopia scientifico-tecnica che affida all'uomo il dominio sul dolore, la cui soluzione un giorno era affidata a dio. C'è consequenzialità nel neo-paganesimo contemporaneo. La morte di dio non ha lasciato solo orfani, ma anche eredi: le filosofie del progresso e le ideologie della rivoluzione grondano di questo tempo nuovo e del disprezzo del tempo presente, che deve essere comunque oltrepassato. Che ne è questo punto del dolore in una società percorsa da un neopaganesimo senza tragedia e da una soteriologia senza fede? Lo scenario del
l'epoca presente è governato da un nuovo termine di mediazione che è la tecnica che si offre come orizzonte entro cui il dolore può venire a espressione e trovare parola.
Ma la tecnica è dominio, e in tanto si può dominare in quanto si è effettivamente capaci di controllo. Ma per il controllo ci vuole la competenza, e in nome della competenza accade la più radicale rimozione del dolore che la storia abbia mai conosciuto. Il dolore è sempre il dolore degli altri, non nel senso che sono gli altri a soffrirlo, ma nel senso che il malato, il sofferente, il morente, per competenza viene affidato ad altri. Così le procedure terapeutiche sottraggono il dolore ad ogni sguardo e ad ogni possibile circolazione, perché in un mondo scientifico e tecnico o la comprensione si realizza attraverso la competenza, o è pietà impotente se non addirittura ridondante e patetica. Così il principio della competenza cede ad altri il peso del dolore, lo isola, lo tiene a quella distanza che, essendo tecnica, è anche in grado di esonerare chi affida il malato dal senso di colpa.
Così chi dal dolore non è temporaneamente colpito lo evita restando dov'è, senza neppure il sentimento della paura o il debito del rimorso. Infatti non si può temere ciò da cui ci si può tenere lontani e non si può avere alcun rimorso in ciò che non è in nostro potere di fare. Consentendo la delega, la tecnica favorisce la fuga che, a chi fugge, appare legittima perché monetizzata: le terapie si pagano. Ma il dolore rimosso e non più in visione rompe la congiura del silenzio e si inserisce in quel sospetto dell'anima che il linguaggio comune chiama ansia. Le barriere si rompono, ma la tecnica, che non può smentire se stessa ricostruisce quelle forme di consolazione tecniche che oggi sono diffuse e monetizzate come terapie psicoanalitiche, dove l'ansia viene canalizzata e neutralizzata nella parola, che non è più parola di tragedia o parola di fede, ma parola tecnica.
La liquidazione del tragico ha fondamentalmente messo fuori gioco la convinzione che la vita è insieme crudeltà e bellezza, guerra tra molte vite dove alcune riescono e tante periscono. La tradizione ebraico-cristiana ha enfatizzato la possibilità di una vita senza dolore, insinuando l'idea che il dolore può essere separato dalla vita. La tecnica ha mandato in porto questo progetto, ha cambiato la natura del dolore: non più l'eroe tragico che conosceva il dolore e, sia pure carico di ferite, ne usciva vincitore, ma l'uomo medio che vive l'ansia del dolore possibile, incondivisibile, da rimuovere a cura del sofferente stesso, che non vuol farsi interrogare dall'altro sul suo dolore, per non incontrare patetiche parole di consolazione.
Ma che ne sarà di un'umanità che vive e si alimenta di una metodica rimozione del dolore? Quali possono essere i riflessi sulla vita se il dolore è ad essa consustanziale? Che tipo d'uomo si va preparando quando le parole del dolore sono affidate alla competenza e alla tecnica che per di più è incapace di cogliere il dolore perché vede solo il male? Non è allora proprio ciò che offre sicurezza a generare oggi il rischio, e a diffondere, dopo un primo rasserenamento, una sostanziale inquietudine? Sono queste alcune domande che nascono dalla ricostruzione storica delle figure del dolore che il libro di Salvatore Natoli offre, con un controllo rigoroso degli impianti categoriali che ordinano il materiale letterario con indubbia sapienza, fino all'ultima pagina, dove si segnala che dal dolore viene all'uomo la misura, perché in esso egli incontra la cifra della sua finitudine. In questo itinerario Salvatore Natoli non è catastrofista e non è ingenuamente romantico. Non guarda al passato come a un tempo da recuperare, n‚ al futuro come al tempo buio in cui sono smarriti i parametri che hanno guidato l'uomo storico che aveva nella natura il suo referente. Questo referente non c'è più, dice Natoli. È ormai impossibile distinguere ciò che è naturale da ciò che è artificiale, ma in questo cammino irreversibile promesso dalla tecnica ormai divenuta planetaria, gli spazi di libertà aumentano, perché i campi di possibilità che si aprono alla decisione dell'uomo sono enormemente più numerosi di quelli finora conosciuti dalla storia.
Ma che significa nella filosofia di Natoli "libertà", "decisione", "possibilità"? Il loro intreccio e il loro svolgimento hanno la loro descrizione in "Teatro filosofico. Questioni di teoria e di morale" che, forse, in coincidenza con l'uscita di questo articolo, sarà in libreria. Non resta che attendere con pazienza.