Editore: Einaudi
Anno edizione: 1992
Pagine: XV-243 p.
  • EAN: 9788806127503
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recensione di Gastaldo, P., L'Indice 1992, n.10

Spengler, e dopo di lui tanti esponenti della destra radicale, hanno individuato il tratto caratteristico di tale cultura politica nel suo esprimere "idee senza parole": tratti primordiali della natura umana che sfuggono alle possibilità di espressione verbale. Ma Furio Jesi faceva ironicamente notare come a tale rivendicazione di ineffabilità fosse seguita non già la scelta del silenzio, bensì una mole di parole che rende quest'area ideologica seconda a nessuno per pagine a stampa.
Qualcosa del genere sembra potersi dire anche del rapporto tra politica internazionale e giudizio morale. Statisti nella tradizione della Realpolitik ed osservatori imbevuti del paradigma realistico hanno individuato nella politica internazionale un ambito nel quale il giudizio morale non ha senso. Vittoria o sconfitta, sopravvivenza dello stato o suo declino: questi i criteri su cui valutare la congruità dell'azione nell'arena mondiale, puro dominio della forza. Un dibattito morale intorno alle vicende internazionali è in se illegittimo, o, meglio, impossibile.
Eppure, questo regno della necessità, che come tale parrebbe escludere la scelta, e quindi l'etica, ha suscitato fiumi di giudizi morali. Come nota Bonanate, "la dimensione della moralità, cacciata dalla porta principale della neutralità della politica in generale rientra dunque dalla finestra del giudizi continuamente formulati nella vita politica" internazionale. Non c'è guerra importante o azione politica di rilievo che non sia stata accompagnata da valutazioni etiche intorno ai diritti dei contendenti, al rapporto tra gli eventi e le regole di giustizia, alla correttezza delle condotte. Gli stessi politici hanno dato e danno giustificazioni delle proprie azioni non soltanto in termini di adeguatezza all'interesse nazionale, ma anche, sempre più spesso, di moralità. Questo dibattito ha gradualmente travalicato la dimensione del diritto, andando al di là della questione della guerra giusta, e si è costituito come una sfera di giudizi articolati, ispirati a criteri metagiuridici che implicano una visione della vita tra gli stati ben diversa da quella, ferrigna, del realismo politico.
E dove vengono formulati giudizi morali, per quanto strumentali possano talvolta essere, vi è evidentemente spazio per il loro affinamento, per il ragionamento intorno ai loro presupposti, per la loro interpretazione critica. Vi è insomma spazio per la teoria morale, descrittiva e prescrittiva, come la intende la cultura contemporanea. È dunque opportuno, anzi necessario, elaborare una teoria morale della vita internazionale: e il tentativo, coraggioso e attuale, che Luigi Bonanate svolge con questo libro. E l'attualità del tentativo è forse quella che più colpisce: non già perché si configuri come un omaggio a mode correnti, ma perché i temi che pone sono essenziali per la teoria (come per la pratica) internazionalistica proprio oggi, in un momento in cui la vita tra gli stati vede scosso dalle fondamenta il proprio assetto e pare incapace di trovare nuove immagini coerenti, nuovi modelli e lessici con cui riflettere su se stessa. La capacità del discorso realistico di comprendere effettivamente quel che accade oggi nella vita internazionale sembra intatti entrata in crisi: sono in corso cambiamenti sostanziali nel comportamento statuale, ad esempio nel ricorso o non ricorso alla guerra, o nella propensione al riconoscimento di regole ed autorità sovraordinate allo stato, tali da alterare in profondità la definizione westfaliana dell'attore statuale. Di fronte a queste trasformazioni, una parte significativa della scienza delle relazioni internazionali appare in ritardo, come impacciata dalla centralità della guerra nella propria riflessione, e dalla visione hobbesiana della politica che ne rappresenta la premessa.
In questo senso, il secondo termine del titolo, la "politica internazionale", ha un ruolo di tutto rilievo. Anziché un'applicazione di ragionamenti etici ad immagini scientifiche ricevute abbiamo infatti qui il contributo di uno studioso militante nel campo politologico, che dedica buona parte della trattazione alla messa a punto di una griglia concettuale volta a comprendere, prima che a giudicare, la vita internazionale. I noti apporti di Bonanate contro la visione anarchica e statocentrica della politica sono qui sviluppati in un quadro complessivo che, pur orientato alla riflessione etica, riveste un autonomo interesse teorico e configura una convincente critica del paradigma realista. È d'altronde tipica del moderno discorso morale una capacità di dialogo con le scienze sociali che, senza cadere nella fallacia naturalistica, tende a colmare il vuoto tra descrizione e prescrizione.
La traiettoria che porta dalla ricostruzione delle caratteristiche della politica tra gli stati all'individuazione dei possibili contenuti di una teoria della giustizia internazionale, oggetto specifico degli ultimi capitoli, è irta di problemi e conduce qui a una conclusione normativa audace, che ha taluni tratti di un atto di speranza più che di una necessità teorica.
Ma vediamone le linee principali. Lo stato di natura hobbesiano, se mai lo è stato, non è certo oggi un modello adeguato per descrivere la vita internazionale. Gli stati sono, anche in tale ambito, portatori di doveri come di diritti; e tali doveri non riguardano solo il comportamento verso altri stati, classico oggetto della riflessione giuridica internazionalistica, ma anche verso gli individui. Stati ispirati ad una logica di rispetto dei diritti umani al proprio interno non possono fare eccezioni a tale logica quando agiscono fuori dei confini. Quindi "il compito morale degli stati è di essere giusti nei confronti degli individui", e su tale base dobbiamo giudicarne il comportamento. Se questa conclusione mette in luce assai problematica la riflessione internazionalistica corrente, per un altro verso ne deriva una chiamata di correo nei confronti di buona parte della filosofia politica e morale, abituate a considerare oggetto della loro riflessione la giustizia e la moralità all'interno di singole entità statuali. Ogni ragionamento morale che trascuri la dimensione della globalità, ogni posizione "che pensi che la moralità abbia dei confini", si colloca in effetti in una dimensione di giustizia locale, fondamentalmente contraddittoria con le proprie premesse: prima fra tutte l'eguale dignità tra esseri umani.
Una volta riconosciute le buone ragioni scientifiche del discorso, la grande passione intellettuale ed etica che lo anima, e la plausibilità della doppia perorazione di base che attraversa il libro - a favore dell'accoglimento dell'etica nel ragionamento internazionalistico, e della globalità nel ragionamento etico-politico "internista"- si possono tuttavia nutrire riserve sui contenuti specifici della teoria della giustizia internazionale che l'autore propone. Un liberale non potrà non restare perplesso di fronte alle tesi più redistributive; un socialista nutrirà dubbi di fronte alla prospettiva di una mobilità globale dei fattori di produzione, evocata là dove si parla di "abbassamento dei confini", le cui implicazioni per i gruppi più svantaggiati all'interno delle società occidentali sarebbero devastanti. E le prospettive aperte dal diritto all'ingerenza, più volte evocato, sono ad un tempo di grande interesse e di enorme problematicità: lo stato è, oggi come ieri, anche l'estrema difesa delle società più deboli dalle forze impersonali che tendono a riprodurre i vantaggi dell'egemone.
La questione fondamentale che emerge in controluce dalla trattazione è poi null'altro che la questione dello stato nel mondo contemporaneo, ed è comprensibile che un oggetto così vasto sia destinato più a porre problemi che ad individuare soluzioni. Lo stato contemporaneo, limitato nelle sue prerogative, endogeno ad un ordine internazionale di crescente densità, imbrigliato da una moralità internazionale ormai più che 'statu nascenti', reso consapevole della globalità dei problemi e della vanità del ricorso alla guerra da secolari 'learning processes' rappresenta
pur sempre una insostituibile tecnica di gestione dei problemi della specie umana. Né sembra di intravedere alcun modo in cui uno stato possa sussistere senza una forma di delimitazione della cittadinanza, e quindi di differenziazione di diritti e doveri tra cittadini e non-cittadini. Certo, uno stato siffatto avrà confini meno decisivi di quelli tipici dell'Europa moderna, avrà una maggiore propensione alla collaborazione internazionale; sarà, in altre parole, caratterizzato da quella "continuità" di forme e valori tra politica interna ed esterna che Bonanate auspica. Ma dalla continuità all'identità corre una certa distanza: e lo stato che riconosce eguali diritti a tutti gli esseri umani trattando le persone allo stesso modo ovunque esse siano invocato dall'autore come ideale di Riferimento per la moralità internazionale, appare un'immagine suggestiva ma contraddittoria. La transizione verso l'ordine globale non potrà fare a meno di soluzioni graduali legate allo stato quasi-sovrano, incoerenti dal punto di vista della teoria ma non per questo eticamente indifferenti. Le alternative di un mercato globale senza controlli politici o di uno stato mondiale, quand'anche democratico, appaiono, per motivi diversi, inquietanti.
Di tutto ciò l'autore è, d'altronde consapevole. Come vien detto fin dalla premessa, guardare il mondo nell'ottica della moralità internazionale non implica individuare in modo vincolante valori o modelli, ma piuttosto indica la prospettiva nella quale possono porsi questioni morali. Nessuno è così ingenuo da pensare che si sia entrati in una fase così nuova della vita internazionale da privare di ogni fondamento la visione scettica della moralità internazionale propria del Realpolitiker. Ma sarà per diverso un sistema nel quale le risorse della sicurezza non sono solo o soprattutto militar-territoriali, in cui la competizione si accompagna all'interdipendenza Questo sistema è alla ricerca di un ordine, di un proprio 'nomos', che dopo lo svanire delle prospettive teologiche dovrà trovare nuove forme di legittimazione, se non altro di plausibilità intellettuale.

recensione di Oppenheim, F., L'Indice 1992, n.10

"L'idea fondamentale sostenuta in questo libro è che una teoria morale della vita politica sia possibile". Luigi Bonanate, nel libro "Etica e politica internazionale", recensito qui a lato, sviluppa questo programma in modo stimolante e vi apporta un'approfondita conoscenza della letteratura rilevante, che va dalla cultura greca classica alle più recenti opere americane; ma, come qualsiasi approccio al problema, anche questo si presta alle controversie e al disaccordo.
Per fondare la sua teoria morale, Bonanate propone diverse generalizzazioni empiriche relative al comportamento effettivo degli stati a livello internazionale. Critica il dominante modello hobbesiano dell'anarchia internazionale secondo cui gli statisti mirano sempre al perseguimento dei loro - sempre in conflitto tra loro- interessi nazionali. Secondo Bonanate, questa teoria non riesce a tener conto delle crescenti interdipendenza e cooperazione tra gli stati, che si realizzano specialmente nei settori del disarmo, dell'economia e della protezione dell'ambiente. Egli propone una "rivoluzione copernicana della teoria delle relazioni internazionali", sostituendo il modello del conflitto con uno di cooperazione. Ma è vero che "ispirandoci a una concezione anarchica non troveremo che comportamenti anarchici"? L'interesse nazionale di un dato stato sovente richiede la sua cooperazione con altri stati per raggiungere degli obiettivi comuni, e gli statisti tendono ad adottare tali politiche, se, ma soltanto se, esse sono compatibili con l'integrità territoriale del proprio paese, con la sua sicurezza militare, e il suo benessere economico. "Le prese di posizione internazionali degli stati obbediscono, praticamente sempre, a scelte di tipo morale". Questa generalizzazione puo' essere criticata sul piano empirico. Per rifarci agli esempi di Bonanate: gli Stati Uniti entrarono nella seconda guerra mondiale (tardivamente!) non per combattere l'ideologia nazista, ma l'espansione tedesca (e giapponese). Hanno combattuto la guerra del Golfo per ragioni di sicurezza (petrolifera) nazionale, non per difendere la vittima di un'aggressione. È vero che c'è sovente coerenza tra percezione dell'interesse nazionale e convinzione morale; ma quando tra queste due sorge un conflitto, è molto raro che un governo accetti deliberatamente di correre il rischio di nuocere al primo per onorare la seconda. Piuttosto, gli statisti tendono a mascherare le loro preoccupazioni per l'interesse nazionale con una retorica di tipo morale. Non è forse questo il ruolo principale che la moralità ha nelle relazioni internazionali?
Bonanate pretende poi che esista un impegno planetario a rispettare principi universali di moralità internazionale - che non sarebbero altro che i dogmi della democrazia liberale occidentale; ma anche altri tipi di moralità hanno trovato aderenti: fascismo, nazionalismo, comunismo, fondamentalismo religioso - essi sono stati utilizzati come armi ideologiche nelle lotte di potere contro l'Occidente. Benchè il libro sia largamente dedicato alla discussione di questioni di fatto, il suo scopo principale è presentare dei principi normativi di condotta internazionale, come il dovere di evitare la guerra (salvo che per aiutare altri popoli a liberarsi da un governo tirannico) o di assicurare i diritti umani fondamentali e le condizioni minime di sopravvivenza ai cittadini di altri paesi non meno che ai propri. Bonanate si chiede: "E possibile giudicare la politica internazionale?". Ma come la maggior parte degli studiosi di questo settore, egli non affronta la questione più importante, che è quella relativa al se e in quale misura tali giudizi morali siano rilevanti. Dal principio che "dovere " implica "potere" discende che - se c'è qualche cosa che un soggetto agente non può fare - non serve a nulla dirgli che lo dovrebbe fare; così com'è irrilevante insistere che egli faccia ciò che deve comunque fare, di necessità.
L'etica è applicabile quando vi è un'effettiva possibilità di scelta. Ora, se il modello dell'anarchia internazionale cattura la caratteristica essenziale dell'attuale sistema internazionale, i governi non hanno praticamente altra scelta che quella di perseguire il loro interesse nazionale. E quindi non puo' essere immorale agire secondo questa regola; e neppure può essere morale, come i sostenitori della ragion di stato vorrebbero. Quindi non c'è proprio ragione che i cittadini o i politologi cerchino di influenzare gli statisti affinchè perseguano l'interesse nazionale, o adottino principi morali invece di questo inevitabile fine.Tuttavia, i governi sovente si trovano a dover decidere quale politica estera adottare tra quelle che sono compatibili con il loro interesse nazionale. È qui che considerazioni di ordine morale acquistano significato. Alcuni dei giudizi morali di Bonanate sono certamente rilevanti; per esempio che i paesi industrializzati debbano aumentare i loro aiuti alle popolazioni dei paesi sottosviluppati. Allo stesso modo è sensato condannare l'espansione imperialistica che, per definizione, va al di là delle esigenze della sicurezza nazionale pur essendo in alcuni casi compatibile con l'interesse nazionale.
Contrariamente a quanto ritiene Bonanate, il ruolo della moralità non è lo stesso a livello interno e a livello internazionale. Le decisioni di un governo relativamente a politiche che riguardano i suoi cittadini sono sempre materia di scelta, e sovente di scelta morale. Nelle sue relazioni con gli altri stati e i loro cittadini, un governo non avrà invece altra scelta che adottare politiche che lo portino a realizzare il suo interesse nazionale, o che quanto meno siano compatibili con quello. Che al mondo tocchi di essere spezzettato in stati indipendenti puo' essere spiacevole, ma non è "inaccettabile" perchè è un fatto. Fin tanto che le cose saranno così, la portata della rilevanza della moralità internazionale resterà limitata.