Eva togata. Donne e professioni giuridiche in Italia dall'Unità a oggi

Francesca Tacchi

Editore: UTET
Anno edizione: 2009
Pagine: XXX-225 p., Brossura
  • EAN: 9788802081380
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Mancava, nella pur articolata produzione di storia delle donne, uno studio specificamente dedicato alle "Eve togate"; eppure, molto più che in ambiti lavorativi meno segnati dall'oscillazione tra "pubblico ufficio" e "libera professione", il cammino delle donne nel mondo del diritto si è legato a doppio filo alle battaglie per la conquista e per il pieno esercizio dei diritti politici e civili. Il volume di Francesca Tacchi colma dunque, e innanzitutto, una lacuna, restituendo al contesto e al lungo periodo le ragioni del tardivo ingresso e della problematica presenza femminile nella sfera delle professioni giuridiche.
La narrazione incomincia nel tardo Ottocento. Più precisamente, nel giugno del 1881. Lidia Poët fu tra le prime donne del Regno d'Italia a laurearsi in giurisprudenza, con il massimo dei voti e una tesi sul diritto di voto femminile. Dopo il biennio di pratica, diede inizio all'iter per intraprendere la carriera legale; per potersi iscrivere all'Albo degli avvocati di Torino avrebbe tuttavia dovuto attendere fino al 1920, quando il regolamento della legge n. 1176 del 17 luglio 1919 disciplinò le modalità di ammissione delle donne all'avvocatura. Il "caso" Poët, insieme a quelli di Teresa Labriola e di laureate meno note a cui venne negata la possibilità di esercitare la professione in vista della quale avevano studiato, racconta la politica di "esclusione" sistematicamente praticata in età liberale: il peso dell'autorizzazione maritale e una concezione oltremodo statica dell'organizzazione della famiglia e del suo ruolo nella società impedirono qualunque correzione allo stato di marginalizzazione professionale della donna.
Un atteggiamento di disponibilità alla "parziale inclusione" caratterizzò invece il primo dopoguerra. I compiti e le responsabilità pubbliche assunti nel corso del conflitto contribuirono all'approvazione della legge del luglio 1919 sulla capacità giuridica della donna; si aprirono le porte delle aule di tribunale anche se non quelle della magistratura, che le furono precluse sino al 1963 (legge n. 66 del 9 febbraio 1963). Nel mezzo, le "nuove esclusioni" del regime fascista e la complicata "inclusione" del primo quindicennio repubblicano, segnato dai tentativi di tradurre in pratica l'uguaglianza sancita dalla Costituzione. Non è possibile, in questa sede, seguire nel dettaglio il dibattito che animò i lavori della Costituente, sapientemente ricostruito dall'autrice ben oltre gli spazi delle discussioni assembleari; né il fermento che ha attraversato il decennio dell'associazionismo (gli anni sessanta), quello dell'incontro con il femminismo (settanta) e gli anni ottanta e novanta del secolo scorso, profondamente marcati dalla politica delle pari opportunità. In conclusione, è comunque utile ricordare il principale paradosso del processo di femminilizzazione che ha investito, nel nuovo millennio, anche gli ambienti del diritto: se il numero delle donne è decisamente aumentato alla base e nei settori intermedi, non altrettanto si può dire per il vertice e per gli organismi decisionali dell'apparato giudiziario, ancora saldamente in mano agli uomini. Un lascito del faticoso processo di approdo alle professioni giuridiche e un monito per il futuro delle donne.
Maddalena Carli