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Eva Jablonka, Marion J. Lamb

Traduttore: N. Colombi
Illustratore: A. Zeligowski
Editore: UTET
Collana: Frontiere
Anno edizione: 2007
Pagine: XXV-578 p. , Brossura
  • EAN: 9788802076096

Alcuni cattivi biologi e alcuni cattivi divulgatori pensano che siamo quasi arrivati al capolinea: ancora un piccolo sforzo e, come dei veri Frankenstein, potremo dare vita alla materia inerte, progettando un organismo come si progetta un aereo o un grattacielo. Le cose non stanno così, per il semplice motivo che in realtà il capolinea (se pure esiste) è ancora molto lontano e noi non comprendiamo affatto i dettagli fini del funzionamento della vita. Nonostante ciò, con il poco che conosciamo, siamo in grado di intervenire sul materiale vivente, in casi limitati e con molto sudore, per provare a far eseguire a qualche cellula quello che vogliamo. Se quello che vogliamo è produrre un antibiotico, ad esempio, lo facciamo già. E per fortuna.
Tuttavia, molto tempo fa, ci siamo accorti che non basta mettere un pezzo di Dna in una cellula per modificarla a nostro piacimento: si sono scoperti fattori, che non c'entrano con il Dna in senso stretto, che spesso mandano in fumo i nostri progetti. In pratica abbiamo scoperto che il Dna non è tutto e che il resto della cellula, dell'organismo, persino dell'ecosistema, e molto altro ancora, gioca un ruolo fondamentale nelle leggi della vita.
Cambiamo argomento: verso la metà del secolo scorso, ricongiungendo il pensiero di Darwin con le nuove scoperte della genetica e della biologia molecolare, la "sintesi moderna" ha fornito una spiegazione solida, convincente ed empiricamente fondata dell'evoluzione. Per vari motivi (del tutto comprensibili) questa sintesi ha mantenuto nel tempo il nome di "darwinismo". La principale teoria antagonista, che nella prima metà del Novecento si denominava "lamarckismo", ne è uscita con ogni evidenza sconfitta.
Il darwinismo, d'altra parte, non è mai stato un'entità monolitica. Accanto ai filoni principali, dediti allo studio dei geni (e quindi concentrati sul Dna) si sono sviluppati programmi di ricerca, diciamo così, inusuali, talvolta di vaghissima assonanza lamarckiana, che ponevano l'accento su fenomeni apparentemente in contrasto con la spiegazione genetica comunemente accettata. Su questi fenomeni "inusuali" si concentrano Eva Jablonka e Marion Lamb in questo loro ultimo libro, per certi versi molto apprezzabile, per altri lievemente irritante. La tesi, non nuova per le due autrici, è che l'evoluzione sia spiegabile in maniera più accurata mediante una sorta di crasi tra darwinismo e lamarckismo. La prefazione di Marcello Buiatti presenta il libro addirittura come una sorta di sana "eresia" che – finalmente liberata dagli schemi preconcetti dominanti, rigidamente neodarwiniani – schiuderebbe nuove vie mai prima tentate.
Il libro però non convince, per due motivi: il primo è che Jablonka e Lamb non dicono nulla di veramente nuovo e il secondo è che, pagina dopo pagina, le due autrici si scagliano, con una veemenza un tantino sospetta, più contro una caricatura del cosiddetto "darwinismo dominante" che contro la reale teoria comunemente insegnata e praticata.
Il libro insiste a più riprese su una sorta di pantheon di eroi "misconosciuti" dell'evoluzionismo, rivalutando puntualmente il loro pensiero. Il nemico dichiarato è la concezione "genocentrica" del vivente. Non tutto viene dai geni, sostengono praticamente in ogni pagina le due autrici; esiste una cospicua parte dell'ereditarietà che può e deve essere spiegata tramite i sistemi epigenetici (estranei al codice del Dna), ai quali si aggiungono i sistemi comportamentali e (per l'essere umano) simbolici. Questi quattro fattori, in una visione "olistica" dell'evoluzione, spiegano il titolo del volume: geni + epigenetica + comportamento + sistema simbolico = evoluzione a quattro dimensioni.
Uno degli aspetti più deboli è appunto che gli eroi "misconosciuti" di questo pantheon sono in realtà piuttosto noti agli storici della biologia. I loro nomi, presentati qui come minoranze oppresse, non fanno alzare neppure un sopracciglio. Baldwin, Waddington, Goldschmidt, Schmalhausen, Sewall Wright, McClintock, Lewontin, persino Stephen Gould (curioso che manchi Elisabeth Vrba), sono stati biologi più che noti, che hanno meritatamente pubblicato sulle principali riviste, che hanno avuto l'attenzione che comunemente si dedica alle persone di ingegno, che hanno persino vinto il premio Nobel (McClintock). Non erano dei carbonari ridotti a fare riunioni clandestine in umidi scantinati mentre la polizia darwiniana dava loro la caccia…
Dunque, se l'obbiettivo della polemica sono i cattivi scienziati che contrabbandano un'immagine trionfale della biologia ancora ferma al vecchio schema semplicistico "un gene → una proteina → un carattere", non si può che essere d'accordo. Ma è una polemica datata: nessun biologo minimamente serio pensa al giorno d'oggi che il Dna sia tutto ciò che serve per descrivere un individuo, il che però non inficia la spiegazione selettiva darwiniana e soprattutto non rivaluta affatto l'istruttivismo lamarckiano, come propongono, senza convincere, pur tra mille distinguo, le due autrici.
  Michele Luzzatto