Editore: Feltrinelli
Edizione: 3
Anno edizione: 2002
Formato: Tascabile
Pagine: 236 p.
  • EAN: 9788807811944
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(recensione pubblicata per l'edizione del 1991)
recensione di Cases, C., L'Indice 1991, n. 7

Franca Schiavetti, moglie di Valdo Magnani, figlia di un emigrato antifascista e cresciuta a Zurigo, è perfettamente bilingue o per meglio dire trilingue, lo svizzero tedesco che le viene spontaneo di inserire quando lo sente necessario essendo qualche cosa di più di una variante del tedesco. Ciò le ha permesso tra l'altro di essere per ventitré anni corrispondente da Roma della seconda rete televisiva tedesca. Anche questo libro è stato pubblicato in versione tedesca prima che nell'originale italiano e da mesi è in testa alle liste di best seller nella Repubblica federale. Nel 1980 1'autrice aveva già pubblicato un'opera in duplice veste tedesca e italiana: "Viaggio di un Presidente". Si trattava del viaggio di Pertini in Germania.
Chi pensasse che la Magnani si accodasse al presidente solo per zelo giornalistico, approfittando delle sue capacità di interprete, e che di Pertini gliene importasse tanto quanto di Gronchi o di Leone, si sbaglierebbe di grosso. In questo libro si apprende che Franca conosceva Pertini fin da piccola, quando in Francia aveva impiantato una primitiva radiotrasmittente per fare propaganda antifascista. Le arti di seduzione in cui eccelleva il presidente furono casomai esercitate su una bambina che apprezzava "quel signore sempre cortese e affettuoso che quando veniva a casa chiedeva per prima cosa alla mamma un ferro da stiro per rifarsi la piega ai pantaloni". Sicché, unendo l'accuratezza nel vestire, assai rara nell'ambiente degli esuli, alla fama delle sue "azioni ardite, leggendarie", Franca s'era fatta di Pertini l'immagine di un "eroe elegante". Questo dà un'idea della freschezza con cui l'autrice rievoca i personaggi dell'antifascismo, che nelle case da lei abitate prima a Marsiglia e poi a Zurigo vanno e vengono, dormono, si fanno attaccare un bottone da sua madre e ripartono verso la clandestinità o la prigione o la guerra di Spagna o la Resistenza. La rigida educazione antifascista e l'acquisizione di un certo pathos risorgimentale e mazziniano impediscono a Franca di guardare a questi personaggi con lo scetticismo infantile o con quello delle delusioni degli ultimi decenni, e ciò rende le sue memorie particolarmente simpatiche. Vi si ritrovano vissuti direttamente e conservati in una memoria partecipe e ancora vivissima i due elementi che caratterizzavano l'emigrazione antifascista: la povertà e la speranza. Non so se Giove ci abbia imposto come nella favola di Fedro entrambe le bisacce, sicché togliendo l'una si perde anche l'altra; fatto sta che almeno in occidente è stato così.
La lettura del libro ce le rende intatte entrambe. Fernando Schiavetti, ex deputato repubblicano (poi passato al Partito d'azione), si ritenne particolarmente fortunato quando da Marsiglia fu chiamato a Zurigo a insegnare alla Scuola Libera Italiana, poiché lì gli italiani antifascisti costituivano un raggruppamento così forte da permettersi il lusso di gestire una propria scuola e di offrire un magro stipendio a un maestro. Con una moglie e due figliolette, non c'era molto da scialare. La lunga descrizione della cerimonia della preparazione del caffè in casa Schiavetti, rito familiare ma anche ospitale che ricostituiva un po' di patria perduta, non è soltanto un pezzo forte della Magnani scrittrice, ma un esempio della meticolosità con cui l'ascetismo borghese del padre, che tutte le mattine esercitava quel rito per amore della madre e lo imponeva agli altri con il suo spirito pedagogico, lo investiva del senso del risparmio, badando a non fare uscire neanche un chicco dal macinino e a non sprecare il gas allargando troppo la fiamma. Questo senso del risparmio non aveva niente in comune con l'avarizia, era sempre accompagnato dalla sua ironizzazione e faceva di necessità virtù. La solidarietà e l'ospitalità antifascista, per cui ogni casa si trasformava in un porto di mare, attenuavano spesso le ristrettezze economiche. Fortini e chi scrive, frequentatori di casa Schiavetti nell'Obstgartenstrasse citati a tempo debito nel libro, avrebbero da raccontare non solo di caffè bevuti e di bottoni attaccati dalla indimenticabile signora Giulia. Ma nessuna storia eguaglia quella degli ombrelli. I profughi italiani che approdavano a Zurigo erano generalmente sprovvisti di questo strumento assolutamente indispensabile in Svizzera, e a sua volta questa mancanza li qualificava come stranieri sospetti. Franca, avendo casualmente scoperto che all'ufficio oggetti smarriti della polizia c'erano molti ombrelli mai reclamati ne adocchiò uno e ne passò i "dati anagrafici" a una compagna di scuola che andò a reclamarlo come suo. E così via in una specie di "catena di Sant'Antonio degli ombrelli per i bisognosi" finché il padre moralista benché consenziente non dichiarò: "Ormai vi è una scorta di ombrelli sufficiente, l'azione diventerebbe immorale". Siamo sempre al conflitto tra necessità e virtù. Le disposizioni virtuose di Schiavetti e di sua moglie procuravano non poche difficoltà alle ragazze, che non potevano godere della maggiore libertà (anzitutto sessuale) concessa alle donne in Svizzera. Il padre alto e dritto come un granatiere aspettava le figlie all'uscita dalla scuola (con gran meraviglia delle compagne) o cronometrava il tempo che ci mettevano a tornare.
Fuori di casa Schiavetti c'era forse meno virtù, ma altrettanta indigenza. Gabriella Maier (Seidenfeld), la compagna di Silone, era finita in una pensioncina abitata da profughi politici, ebrei, artisti e studenti. "Avevano un denominatore comune; tutti squattrinati". Tuttavia Gabriella, grazie al successo di Fontamara, fu piazzata da Silone in una piccola libreria che lo scrittore aveva comprato e in cui cercava di vendere i classici italiani agli emigrati che volevano soltanto Carolina Invernizio. Gabriella, un'ebrea fiumana molto fine e generosa, piena di dedizione verso il suo compagno che curò quando era ammalato, sposa fasulla a questo signor Maier che era servito solo a farle assumere la cittadinanza svizzera, quando torn• in Italia era ormai estranea a Silone che aveva scelto un'altra compagna. Secondo una legge non scritta che le femministe hanno invano cercato di combattere, Gabriella fu cancellata dalla biografia di Silone e morì dimenticata a Roma qualche anno fa. Le pagine che Franca Magnani le ha dedicato sono una bella rivincita: anche chi non l'abbia mai conosciuta può intenderne tutta la bontà, il candore, l'intelligenza, il disinteresse. Era una delle ultime rappresentanti di quelle grandi donne socialiste che hanno segnato il secolo, fossero o non fossero protagoniste, da Clara Zetkin a Teresa Noce.
Un notevole merito della Magnani è proprio quello di rendere giustizia a tutti gli antifascisti da lei conosciuti indipendentemente dal loro successo, meritato o semplicemente "mediatico". Schiavetti sarà stato spesso esasperante con il suo moralismo, ma esso in Franca ha trionfato su decenni di attività televisiva. Per lei contano le virtù e non le aureole. Questo da una parte umanizza le celebrità (nessuno sapeva per esempio che Silone era soprannominato "cavallo di cartone" perché il suo colorito scuro lo faceva assomigliare a un cavallo di cartapesta, ma chiunque l'abbia conosciuto lo troverà azzeccatissimo), dall'altra tratta alla stessa stregua Lussu, Pacciardi, Pertini, Nenni, Terracini, Amendola e membri della Cooperativa socialista, colleghi e amici di famiglia di cui nessuno più si ricorda, come una certa Madame Lisy, convivente con un italiano che come lei insegnava alla Berlitz e con lei fu espulso dal cantone di Zurigo per concubinaggio su denuncia dell'Ovra (quando volevano gli svizzeri inalberavano una morale sessuale ben più meschina di quella del moralista Schiavetti). Franca non guarda in faccia a nessuno, benché in fondo per innata benevolenza tratti benissimo tutti, salvo Thomas Mann, che le parve "un monumento di se stesso", e Angelica Balabanoff, anche lei un po' monumentale.
Ci si può chiedere come mai la potenza del ricordo non sia mai inficiata nella Magnani da quella stanchezza che ha colto prima o dopo tutti i testimoni dell'antifascismo. Credo che la risposta stia soprattutto nel fatto che la sua età e il suo ambiente le hanno impresso un antifascismo tanto virulento quanto ecumenico. Essere antifascista coincideva quasi con l'essere uomo, e in effetti quando torna in Italia per le vacanze i rapporti con i nonni e gli zii si collocano all'interno di questa bipartizione tra fascisti e antifascisti, che assorbe in sé tutti gli altri contrasti politici e ideologici, che in fondo le rimangono estranei. Inoltre c'è il curioso destino di questa donna attirata dai pedagoghi ma ribelle alla pedagogia, una contraddizione che era già insita nella figura paterna e nel rapporto con essa, nonché nell'amore-odio per la seconda patria, la Svizzera, paese pedagogico se mai ve ne fu. L'unico matrimonio che per lei veramente contò, quello con Valdo Magnani (anche lui un temperamento profondamente pedagogico) fu per molti rispetti una ripetizione del rapporto col padre, ma contemporaneamente lo mise in crisi, perché la clamorosa rottura di Magnani con il Pci al tempo della scomunica di Tito fu deplorata dal suocero che non volle più vederlo fino al XX congresso. Né Schiavetti era uomo da arrendersi così rapidamente. Cinque anni dopo tentò di difendere con Magnani le sue posizioni di allora, condivise dal Pci e dal Psi, al che il cognato sbottò che erano stati "o politicamente imbecilli, o in mala fede". Poi il paziente Magnani teme di aver esagerato e la moglie lo rassicura: "No. Dovevi urlare così cinque anni fa". Così dopo il padre anche il marito riceve la sua parte e il libro si chiude con la sconfitta dei due amati mentori. Da questa duplice sconfitta esce la nostra migliore memorialista degli ultimi anni.