Il fantastico. La letteratura della trasgressione

Rosemary Jackson

Curatore: R. Berardi
Editore: Tullio Pironti
Anno edizione: 1986
In commercio dal: 7 gennaio 1992
Pagine: 208 p.
  • EAN: 9788879370318
pagabile con 18App pagabile con Carta del Docente

Articolo acquistabile con 18App e Carta del Docente

Approfitta delle promozioni attive su questo prodotto:

€ 10,97

€ 12,91

Risparmi € 1,94 (15%)

Venduto e spedito da IBS

11 punti Premium

Attualmente non disponibile
Leggi qui l'informativa sulla privacy
Inserisci la tua email
ti avviseremo quando sarà disponibile
 
 
 


recensione di Pagetti, C., L'Indice 1987, n.10

Qualche anno fa diceva Northrop Frye in un'intervista pubblicata anche in Italia: "Penso che il fantastico sia uno sviluppo abbastanza recente nelle arti, e che prima del nostro secolo non avesse che un'esistenza marginale. La sua crescente influenza ha molto a che fare con il 'desiderio' di creare un mondo nuovo". L'attenzione rivolta dalla critica alla letteratura fantastica è certamente dovuta anche alla crescente influenza di Frye, come si è potuto vedere anche nel recente convegno dedicato al grande critico canadese che è stato organizzato da Agostino Lombardo presso l'Università La Sapienza di Roma. In parte ricollegandosi alla visione letteraria di uno scrittore semidimenticato come C.S. Lewis, Frye propone, in alternativa ad altri modelli di tradizione, un suo percorso letterario che parte dalla "Faerie Queene" di Spenser e dalla "Tempest" di Shakespeare, prende in considerazione Lewis Carroll e MacDonald, e giunge fino a Tolkien e alla 'science-fiction' contemporanea.
Nel suo "Fantasy. The Literature of Subversion* curato con notevole competenza da Rosario Berardi, Rosemary Jackson non menziona mai esplicitamente Frye, da cui mostra di dissentire, quando colloca il "fantastico" in una zona intermedia tra "meraviglioso" e "mimetico", relega Tolkien e la sua tradizione (come anche la fantascienza) nell'area più circoscritta e rassicurante del meraviglioso e cerca invece di stabilire una "relazionalità negativa" tra "fantastico" e "reale": "Tentando di trasformare le relazioni tra l'immaginario ed il simbolico, il fantastico scava il 'reale', svelando la sua assenza, il suo 'grande Altro', la sua parte inespressa e invisibile" (p. 173 dell'edizione italiana). D'altra parte, quando la Jackson sostiene che "è forse più utile definire il fantastico come un 'modo' ('mode') letterario piuttosto che un genere" (p. 30), essa rifiuta anche formule troppo rigorosamente delimitanti e attinge sia all'approccio critico di Frye, sia a una serie di posizioni che individuano un'area dell'immaginario all'interno di ogni narrazione cosiddetta realistica. In un certo qual modo, come la concezione del "fantastico" della Jackson si colloca a metà strada tra "meraviglioso" e "mimetico", così il suo metodo critico localizza uno spazio intermedio tra gli studi della letteratura fantastica, o fantasy, in quanto genere fondato su formule prestabilite; e quelli dedicati al romance (soprattutto nell'area anglo-americana) e all'immaginario (soprattutto nell'area francese, dove il termine 'imaginaire' trova il suo uso più esteso).
Non v'è dubbio che il punto di partenza della Jackson sia l'"Introduction à la littèrature fantastique" di Tzvetan Todorov (1970) tradotto nel 1973 in inglese come "The Fantastic: A Structural Approach to a Literary Genre", anche se poi la Jackson sottolinea che il critico franco-bulgaro non tiene nel dovuto conto "le implicazioni sociali e politiche delle forme letterarie", ma, soprattutto, gli rimprovera di rifiutare "le teorie freudiane perché inadeguate o irrilevanti quando affrontano il discorso del fantastico" (p. 5). In questa prospettiva, la Jackson non avrebbe probabilmente concordato neppure con la rigorosa impostazione semiologica d'un testo uscito praticamente assieme al suo, "A Rhetoric of the Unreal" ( Cambridge U. P., 1981) di Christine Brooke-Rose.
Pur senza giungere ad affermazioni semplicistiche, appare evidente che il carattere sovversivo del fantastico, in opposizione alla dominante letteraria del realismo 'borghese', ha stimolato la critica femminile. Non a caso, la Jackson raggiunge alcuni dei suoi risultati più felici quando utilizza il concetto freudiano di 'Unheimlich' ('perturbante', 'uncanny') alla luce della successiva interpretazione di Hélène Cixous: "Il perturbante... rimuove la struttura. Svuota il 'reale' del suo 'significato'. Cixous presenta la sua poca familiarità non come una semplice ansia sessuale rimossa, ma come un racconto di un incontro con la morte, che è pura assenza" (p. 63; la Jackson parla di "a rehearsal of an encounter with death", cioè di una 'prova', in termini teatrali). Ancora prima dalla Jackson, Vita Fortunati e Giovanna Franci avevano messo in rilievo il legame tra "immaginario e inconscio", sulla base delle teorie freudiane, e tra scrittura fantastica e gioco ("Il fantastico: la letteratura come sintomo", in "Quaderni di Filologia Germanica della Facoltà di Lettere dell'Università di Bologna", vol. 1, 1980). A sua volta, Rosalba Campra sottolinea "la nozione di 'scontro', di violazione dell'ordine naturale, insita
nell'universo fantastico" ("Il fantastico: una isotopia della trasgressione" in "Strumenti Critici", giugno 1981, p. 203).
La traduzione del testo della Jackson, assieme a quella di altre opere come "Il linguaggio della notte" (Editori Riuniti), in cui Ursula K. Le Guin ha raccolto saggi e introduzioni che si muovono tra fantasy e science-fiction, dovrebbe arricchire un dibattito che, in Italia, ha sempre dovuto fare i conti con perplessità e limitazioni significative. La stessa Jackson, del resto, riferendosi a contesto più vasto, osserva che "un'implicita associazione del fantastico con il barbaro e il non-umano lo ha relegato ai margini della cultura letteraria... l'arte fantastica è stata smorzata da una tradizione di critica letteraria interessata a sostenere gli ideali della classe dominante piuttosto che a sovvertirli" (p. 166). Tuttavia, abbiamo già sottolineato che la pubblicazione del testo di Todorov ha provocato in Inghilterra e in America una serie di risposte che hanno dato corpo a un'adeguata discussione bibliografica, già iniziata da S.C. Fredericks ("Problems of Fantasy" in "Science-Fiction Studies", March 1978), e poi approfondita nei saggi compresi in "The Aesthetics of Fantasy Literature and Art" (University of Notre Dame P., 1982), a cura di R.C. Schlobin, il quale, in un successivo intervento, "The Scholarship of Incidence: The Unfortunate State of Fantasy Scholarship" ("Extrapolation*, Winter 1984) lamentava la lacunosa conoscenza delle fonti di molti giovani studiosi. (Ma questo, come si sa, è un discorso che riguarda un po' tutti i settori della ricerca letteraria).
Per quanto riguarda il nostro paese, può essere significativa la diffidenza che ha a lungo perseguitato nell'ambito accademico, un romanziere come Dickens, esempio perfetto di quel "realismo fantastico" invocato dalla Jackson come il prodotto più significativo di un modo, appunto, di fare letteratura al di là di troppo rigorosi schemi formulaici. Ed è importante che la Jackson consideri di Dickens soprattutto "Great Expectations", la cui centralità nel romanzo vittoriano e in tutta la narrativa ottocentesca è stata riscoperta anche da altri importanti studiosi, come Peter Brooks.
Salvo che per qualche precursore come Sergio Solmi, che raccolse i suoi "saggi sul fantastico" nell'affascinante volume "Della favola, del viaggio e di altre cose" (Ricciardi, 1971), o Elémire Zolla, autore della "Storia del fantasticare" (Bompiani, 1964) e primo estimatore di Tolkien in Italia, la nostra critica si è mossa con considerevole ritardo almeno fino agli anni '80. L'attenzione rivolta a scrittori come Buzzati e Calvino e la fama consolidata di Borges stanno avendo effetti benefici almeno nella ricostruzione di alcuni importanti percorsi letterari (Neuro Bonifazi, "Teoria del fantastico e il racconto fantastico in Italia", Longo, 1982; Lucio D'Arcangelo, "La letteratura fantastica in Argentina", "Itinerari", 1983), ma è ancora nel settore anglo-americano, dove va ricordata l'attività pionieristica di Giorgio Spina, biografo di MacDonald, di cui ha tradotto "Phantastes" ("Anodos", Rusconi, 1977), che lo studio della tradizione del romance - da Poe a Lovecraft e alla fantascienza - sembra stimolare un più largo impegno di giovani studiosi (Balestra, Marchetti, Palusci).
È comunque difficile poter affrontare il discorso sul fantastico senza una compiuta riflessione sulla presenza di modelli mitici e archetipici, e uno dei punti più controversi dell'analisi della Jackson consiste, probabilmente, nella liquidazione troppo sbrigativa di Tolkien e della sua teoria della 'subcreation' - liquidazione che rischia di restituire a una sfera extra-letteraria una parte importante della cultura novecentesca. Se è certamente stimolante segnalare che "le opere fantastiche degli ultimi due secoli sono chiari antecedenti dei testi modernisti, come "Ulysses" e "Finnegans Wake" di Joyce, con il loro compito di disintegrazione" (p. 21), il rischio però è quello di relegare nuovamente in un angolino oscuro una tradizione che si manifesta anche in altre forme. È vero che, nella seconda parte del suo denso volume, la Jackson passa in rassegna con grande disinvoltura - e con un eccesso di fretta dovuto probabilmente al carattere sintetico della collana "New Accents" di Methuen - autori come Mary Shelley, MacDonald, Lovecraft e Peake, ma il pericolo di un appiattimento di romanzieri assai distanti tra di loro su un unico parametro interpretativo non viene scongiurato, anzi, è confermato da alcune troppo disinvolte analogie. Se è meritoria la rivalutazione della trilogia di "Gormenghast" di Peake ad esempio, non troppo convincenti appaiono i riferimenti ad "Alice in Wonderland" di Lewis Carroll e alla "Metamorfosi" di Kafka (p. 156). Se è vero (ma è vero?) che "Peake rifiuta la nostalgia", a differenza di Tolkien, quando la Jackson afferma che "i suoi libri su Gormenghast possono essere interpretati (sic) come allegorie parziali degli orrori della seconda guerra mondiale" (p. 157), essa sottolinea un generico elemento storico che è più che rintracciabile anche nel solo superficialmente arcadico universo del "Lord of the Rings" di Tolkien. Né si capisce perché "la letteratura come irrealtà palese, come invenzione, come menzogna" sia "un'altra branca del fantastico moderno" (ibidem), applicabile, e ben a ragione, ai racconti di Borges, ma non a Peake o allo stesso Tolkien, nella cui opera è avvertibile una dimensione ironica e meta-narrativa dimenticata dai suoi troppo zelanti ammiratori, ma che non dovrebbe sfuggire a uno studioso avvertito come la Jackson.
Non a caso, la Jackson è costretta ad allargare le maglie della sua esemplificazione fino a comprendere ogni forma di narrativa anti-mimetica moderna, e a concludere con due autori americani fin troppo noti e glorificati (Vonnegut e Pynchon). Assai più convincente è la studiosa inglese quando, nel suo ultimo capitolo, collega efficacemente meccanismi culturali e pulsioni psichiche cogliendone la manifestazione letteraria proprio nella scrittura fantastica: "Introdurre il fantastico significa sostituire la familiarità, l'agiatezza, 'das Heimlich', con lo straniamento, il disagio, il perturbante. Significa introdurre aree buie, di qualcosa di completamente diverso e invisibile, gli spazi al di fuori della struttura limitativa dell''umano' e del 'reale', fuori del controllo del 'discorso' e della vista" (p. 172). Ma forse il testo della Jackson è soprattutto interessante perché suggerisce un modello esegetico utile, sebbene non particolarmente sovversivo, quello che tiene in considerazione una interpretazione generale e storicamente documentata del fenomeno ma non rinuncia alla ricostruzione di alcune sue fasi e all'analisi specifica di singoli autori e testi significativi.