La fatica di essere se stessi

Alain Ehrenberg

Editore: Einaudi
Anno edizione: 1999
  • EAN: 9788806152772
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    Alce67

    14/05/2010 09:18:07

    Direi interessantissimo, ma molto impegnativo; a tratti non riuscivo proprio a capirlo, sebbene sia ben scritto e cerchi di parlare ad un pubblico non necessariamente del settore. Il tema è interessante: la società dello scorso secolo che si trasforma e spinge la psiche umana dallo schema Regole => obbedienza => senso di colpa => Nevrosi/Angoscia a quello di Libertà => culto della performance => incapacità di agire (depressione)/incapacità di controllare l'azione (compulsività). E' una storia della psichiatria, ma anche dell'evoluzione sociale del '900. Mi colpisce quanto il tema della depressione come incapacità di affrontare la performance e lo sgretolamento del vecchio status quo (povertà/ricchezza, famiglia, rapporto uomo/donna, instabilità lavorativa e dei canoni di valutazione sociale) anticipi di decenni il tema dell'inquietudine dell'uomo "liquido" di Bauman. Ho trovato la prima parte molto difficile; la seconda più accessibile ed interessante (sopratutto il tema Anti-depressivi/Droghe).

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scheda di Crudo, N. L'Indice del 2000, n. 09

Pur essendo l'unico libro di Alain Ehrenberg tradotto in italiano, La fatica di essere se stessi. Depressione e società rappresenta la terza parte di un'opera sociologica più vasta, che comprende due precedenti pubblicazioni in lingua francese: Le culte de la performance (1991) e L'individu incertain (1995). L'intento con cui l'autore affronta lo sconfinato ambito dei disturbi dell'umore non è quello di ampliare le conoscenze epidemiologiche o cliniche sull'argomento, bensì quello di indagare le ragioni storiche e culturali che hanno portato al "successo sociologico" della depressione, considerata da Ehrenberg "una forma di malattia che si presta particolarmente bene alla comprensione dell'individuo contemporaneo e dei nuovi dilemmi che lo abitano". Partendo da questo presupposto, l'autore compie una documentata ricostruzione storica e bibliografica tanto dei diversi modelli teorici e classificatori cui la psichiatria ha fatto riferimento nel corso del Novecento, focalizzata principalmente sulle varie edizioni del Dsm, quanto delle pratiche terapeutiche che hanno caratterizzato l'approccio ai disturbi depressivi soprattutto a partire dall'introduzione delle terapie farmacologiche. Tale ricostruzione conduce Ehrenberg a individuare nel fenomeno storico-sociologico che ha portato ad accreditare oltre misura il "valore terapeutico" dei farmaci antidepressivi - seguito dalla loro crescente popolarità e sempre più facile reperibilità - le ragioni del "successo" di tale disturbo: entrando inesorabilmente in collisione con i valori della nostra cultura, ogni esperienza depressiva mette in risalto la funzione patogena delle richieste di efficienza, produttività e progettualità attraverso cui la società contemporanea valuta il significato di un'esistenza rendendo oltremodo improbabile e irrealistico il confronto tra individuo e ideale collettivo. Il ricorso al farmaco, quindi, diventa la modalità più immediata e apparentemente risolutiva per rendere silente un disagio esistenziale inconciliabile, nelle sue manifestazioni comportamentali, con i paradigmi dominanti nella cultura occidentale di fine Millennio.

Nicoletta Crudo