Febbre - Jonathan Bazzi - copertina

Febbre

Jonathan Bazzi

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Editore: Fandango Libri
Anno edizione: 2019
In commercio dal: 9 maggio 2019
Pagine: 328 p., Brossura
  • EAN: 9788860446060

40° nella classifica Bestseller di IBS Libri Narrativa italiana - Moderna e contemporanea (dopo il 1945)

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Gaia la libraia

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Finalista al Premio Strega 2020 - Finalista al Premio Giuseppe Berto 2019 - Vincitore del Premio Libro dell'anno 2019 di Fahrenheit Radio Rai Tre - Vincitore del Premio Bagutta Opera prima

Un libro spiazzante, sincero e brutale, che costringerà le nostre emozioni a un coming out nei confronti della storia eccezionale di un ragazzo come tanti. Un esordio letterario atteso e potente.

«La leggenda personale del'autore che, sull'onda del potere catalizzante della patologia, trova la forza di comporsi, di ridisegnarsi in un ordine che solo il senno di poi, e il presentimento del temuto finale -la morte- imprimono al suo svolgimento. Malattia e destino, un tema classico in letteratura»Corriere della sera

«Non un romanzo testimonianza. Febbre è la storia di un bambino nato e cresciuto a Rozzano. Un bambino indefinibile che desidera il Minipony rosa»Sette

Jonathan ha 31 anni nel 2016, un giorno qualsiasi di gennaio gli viene la febbre e non va più via, una febbretta, costante, spossante, che lo ghiaccia quando esce, lo fa sudare di notte quasi nelle vene avesse acqua invece che sangue. Aspetta un mese, due, cerca di capire, fa analisi, ha pronta grazie alla rete un’infinità di autodiagnosi, pensa di avere una malattia incurabile, mortale, pensa di essere all’ultimo stadio. La sua paranoia continua fino al giorno in cui non arriva il test dell’HIV e la realtà si rivela: Jonathan è sieropositivo, non sta morendo, quasi è sollevato. A partire dal d-day che ha cambiato la sua vita con una diagnosi definitiva, l’autore ci accompagna indietro nel tempo, all’origine della sua storia, nella periferia in cui è cresciuto, Rozzano – o Rozzangeles –, il Bronx del Sud (di Milano), la terra di origine dei rapper, di Fedez e di Mahmood, il paese dei tossici, degli operai, delle famiglie venute dal Sud per lavori da poveri, dei tamarri, dei delinquenti, della gente seguita dagli assistenti sociali, dove le case sono alveari e gli affitti sono bassi, dove si parla un pidgin di milanese, siciliano e napoletano. Dai cui confini nessuno esce mai, nessuno studia, al massimo si fanno figli, si spaccia, si fa qualche furto e nel peggiore dei casi si muore. Figlio di genitori ragazzini che presto si separano, allevato da due coppie di nonni, cerca la sua personale via di salvezza e di riscatto, dalla predestinazione della periferia, dalla balbuzie, da tutte le cose sbagliate che incarna (colto, emotivo, omosessuale, ironico) e che lo rendono diverso.

Proposto per il Premio Strega 2020 da Teresa Ciabatti: «Febbre di Johnatan Bazzi è un romanzo che testimonia un presente che è già futuro prossimo. Questa è una storia del tempo nuovo: perché il fuoco è sorprendentemente altrove rispetto a dove è stato messo fin qui da letteratura e senso comune. Esula dai giudizi e sposta il baricentro sull'accettazione delle fragilità. Una lingua contaminata – la lingua di una periferia dove si parla un pidgin febbrile di milanese, napoletano, pugliese e siciliano – a tratti interrotta, a tratti fluida, distorce, denuncia, svela, innalza e abbassa la soglia della gioia. Così il protagonista, creatura in divenire, non cerca un'identità, o almeno non nelle categorie esistenti, ma ne inventa una sua personale in cui si ama su internet ("usatemi per studiare il cuore del nuovo millennio, quello che prima s'innamora e poi ti vede in faccia"), in cui si può essere tutto, felicemente tutto: colto, balbuziente, emotivo, gay, ironico e anche sieropositivo. L'Orlando di Virginia Woolf qui si condensa, e trova realizzazione in pochi anni. Non servono più secoli.»

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    Alessandro

    20/10/2020 18:54:04

    Jonathan tratta tematiche molto delicate con tatto ed ironia. Un libro da leggere assolutamente.

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    Rebecca My

    16/10/2020 15:10:32

    "Prendere nota: la mente è più pericolosa di tutto quello che la circonda, i problemi veri sono quelli che lei - artigiana, falegname, burattinaia - si costruisce da sola. Teatro delle ombre. Ogni cosa che viene dall'esterno è risolvibile, la si può scansare, attraversare. Ma se è la mente stessa a diventare ostile, dove te ne vai? Cosa affronti, dove ti sposti? Energie in eccesso: liberarle, condividerle, mandarle nel mondo. Altrimenti ti si ritorcono contro." Sono stata sveglia fino a notte fonda perché avevo fame di questo libro. Il piacere della lettura si è tramutato presto in necessità di conoscere, comprendere, avere più spunti di riflessione. Luogo fondamentale è Rozzano, che è "[...] Sud senza il calore del Sud", luogo ostile, ottuso, soffocante e violento, in cui è bello tornare solo perché non ci si vive più. In contrapposizione a Rozzano ci sarà poi Milano, città di opportunità, libertà e consapevolezza. "Febbre" è un libro duro, è un pugno alla bocca dello stomaco. Ti prende per le spalle e ti scuote, ti costringe ad avere a che fare con delle realtà che normalmente sono taciute: la sieropositività, la periferia, la balbuzie, l'ansia, la paura di fallire e tanto altro. Tutti questi temi sono esposti con uno stile asciutto, i periodi sono brevi e conferiscono alla narrazione un ritmo incalzante, per cui diventa davvero impossibile staccare gli occhi dalla lettura.

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    Virginia

    15/09/2020 11:10:39

    Un esordio sconvolgente. La scrittura di Jonathan Bazzi non usa scorciatoie e arriva dritta e cruda a solleticare i pensieri e il credo del lettore. Il suo percorso autobiografico si scaglia forte contro lo stigma dell’HIV rivelandone tutte le radici e raccontando il dolore con un’intensità che costringe chi legge a porsi tante domande. Consiglio di leggere “Febbre” e di seguire Bazzi sui social e negli articoli che scrive per riviste e giornali

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    Gabriele Della Torre

    23/08/2020 08:43:34

    Libro scritto nel modo giusto che trasmette al lettore l'angoscia e l'impotenza di fronte a una causa sconosciuta. Arrivati alla diagnosi sentiamo la liberazione da questo peso. Finalmente capiamo i motivi e troviamo un equilibrio.

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    xR

    20/08/2020 18:45:29

    Un romanzo particolare e sicuramente atipico. Due fasi diverse della vita che vengono raccontate parallelamente: il Johnathan bambino e poi ragazzo che cerca di trovare il suo posto in una Rozzano che non fa per lui, contro l'uomo ormai trentenne che scopre di avere l'HIV e impara a conviverci. Ciò che ho più apprezzato è sicuramente lo stile adottato da Bazzi: una scrittura rude, diretta, a volte fin troppo esplicita e ai limiti del volgare. Nonostante ad alcuni possa risultare inappropriata, a mio avviso è l'unico registro utilizzabile per poter raccontare con efficacia e in maniera immediata una tematica estremamente delicata e altrettanto taciuta come se fosse ancora un tabù. Nota di merito all'autore che ha saputo mettersi a nudo con coraggio, esponendosi consapevolmente ai pregiudizi ahimè fin troppo frequenti. L'unica cosa che mi ha fatto abbassare il punteggio è che, nonostante all'inizio non riuscissi a staccarmi dal libro, poi un po' sì è perso nel racconto.. ho avuto l'impressione che in alcuni punti abbia "allungato il brodo" in maniera non necessaria, con il risultato che l'impatto del racconto ha perso forza.

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    W77

    12/08/2020 17:31:20

    Stile modaiolo (evviva la paratassi), ma Bazzi ha buon gusto. Finale un po' deludente (non perché sospeso ma perché un po' naif).

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    Sara

    31/07/2020 08:08:18

    Libro che ho trovato fantastico per tre quarti, poi sul finale mi sono un po’ persa, ha perso il mordente iniziale. E’ una lettura che mi e’ piaciuta molto, merita di essere letto.

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    Laura

    22/07/2020 08:48:06

    Febbre di Jonathan Bazzi Fandango editore è un romanzo che ne racchiude due. Uno incentrato sulla scoperta della malattia, o meglio di quello strano malessere che si fa ogni giorno più invadente e destabilizzante, che impedisce di condurre un’esistenza normale, che fa abbandonare le occupazioni e le preoccupazioni giornaliere, per diventare pensiero dominante, ossessivo, unico. Fino alla diagnosi che alla fine rappresenta anche una liberazione, un sollievo. “Il terrore e il panico stanno nello spazio che precede incontri e collisioni.” L’altro è la storia di una bambino nato da una “coppia di nemici”, due persone che non avevano nulla in comune, eppure hanno riprodotto qualcuno. “Io sono il precipitato imprevisto di una storia durata niente” Un bambino cresciuto con i nonni, in una periferia degradata, con una madre giovanissima che cerca di costruirsi una vita, un padre assente, sempre atteso, sempre deludente. Un ragazzino che balbetta, che ama i giochi femminili, che scopre già all’asilo di essersi innamorato di un suo compagno di classe. Fragile, indifeso, incapace di difendersi dalla cattiveria, dalle prese in giro. Un adolescente che abbandona la scuola perché è un mondo che non solo non lo capisce e non lo accoglie, ma nemmeno lo difende. Un giovane che farà del perfezionismo e dell’assoluto il solo nodo per affrontare l’imprevisto, l’incognito, il futuro. Un romanzo che parla di vita vera, duro, eppure autentico, sincero, come la scelta di non nascondere la diagnosi, di dire a viso aperto qual è la malattia, di accettare quella sigla HIV e di farsene in qualche modo scudo e bandiera

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    importante

    20/07/2020 14:04:45

    questo libro porta con sé un messaggio importantissimo sugli stereotipi e sui pregiudizi. non riesco a mettergli la quinta stella perché le esplicitazioni mi sono sembrate non necessarie, visto che la scrittura e la tensione intorno a questa benedetta febbre funzionano bene da sole.

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    giorgio g

    15/07/2020 10:07:54

    È un romanzo su un gay a cui viene trovato l’HIV. Non è un romanzo per me, ma l’ho voluto finire perché avevo voluto vedere se migliorava. Anzi, è stato sempre peggio. Si è detto tutto.

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    Virginia

    14/07/2020 18:25:19

    Il libro più bello e inaspettato di quest’anno. Una scrittura nuova, intensa e intima di cui si sentiva il bisogno. Candidato allo Strega non vincitore effettivo, ma di certo vincitore morale.

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    Ciro D'Onofrio

    10/07/2020 19:37:48

    Febbre è un romanzo pop, dalla scrittura moderna, veloce, accattivante che affronta con rigore, talvolta brutale, la denuncia di una vita all’insegna della diversità e del disagio fin dall’ infanzia. La vita complicata e maledetta di un’adolescente omosessuale che vive nell’hinterland milanese che è perversa miscela di violenza, ignoranza e degrado. E soprattutto la denuncia della malattia, l’HIV. Un racconto coraggioso, mai pedante, mai melenso, condito di una certa ironia e di una grande consapevolezza. Jonathan, il protagonista, trova la forza e soprattutto trasmette la forza di un grande riscatto, insegna la capacità di sapersi rialzare dalle ferite della discriminazione, dalle offese degli uomini e della malattia, riuscendo a recuperare lo sguardo rivolto al futuro. Una forte storia autobiografica che regala ai lettori il grande debutto di Jonathan Bazzi.

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    Silvia Gaia

    08/07/2020 15:31:52

    L'ho comprato per due motivi: perché parla di Rozzano, un paese un po' malfamato vicinissimo a Milano, e perché mi intrigava l'argomento. Le storie dei gay - e spero di non stare dicendo niente di politicamente scorretto - sono sempre a tinte più forti di quelle degli etero. In particolare i loro amori sono più intensi, il sesso più sfrenato, le vite meno "normali", o almeno sorprendenti quando parlano della quotidianità. Qui c'è poi il tema dell'HiV, una malattia che ancora stigmatizza, benché per fortuna oggi ci si possa convivere. Avevo letto altri libri sul tema, di solito li leggo molto in fretta, mi appassionano. Quanto alla scrittura di Bazzi, in effetti non è niente di nuovissimo né di stupefacente, ma è molto lineare e scorrevole mi sembra che come esordio non sia affatto male. E' un memoir, e c'è chi dice che non è proprio come scrivere un romanzo perché non si inventa nulla, ma si deve ugualmente avere un senso del ritmo, saper catturare il lettore, e questo libro ci riesce. E' stato criticato perché "ci vuole descrivere" tutti i personaggi di Rozzano. In effetti ce ne sono tanti e spesso sono poco più che macchiette, ma non mi è dispiaciuta questa carrellata di tipi umani: per quanto sopra le righe, non sembrano finti. Hanno un'autenticità che dona loro umanità.

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    Anto

    07/07/2020 13:11:58

    Jonathan è nato in un quartiere periferico, costituito da grandi palazzi di cemento che accolgono persone umili. Lui è stato concepito da una coppia giovanissima, la cui relazione probabilmente non sarebbe durata a lungo e non sarebbe sfociata di certo in un matrimonio. Ed è stato in ogni caso un matrimonio durato poco, che ha determinato il trasferimento di Jonathan dai nonni materni. La madre bambina di Jonathan ha dovuto buttarsi anima e corpo nel lavoro ed il bambino, cresciuto dai nonni, ha sempre vissuto con un senso di vuoto, determinato da una madre assente e da un padre che non ha mai avuto voglia di mantenere affetti stabili. In tutto ciò, Jonathan ha sempre manifestato un problema di balbuzie che lo ha ostacolato nello stringere amicizie e ben presto si è accorto di essere attratto dai ragazzi. Nel 2016, quando ormai vive a Milano ed ha una relazione stabile con Marius, una febbre persistente si manifesta, togliendogli pian piano le forze. Questo senso di spossatezza, lo induce a ricercare la causa della febbre, prima su Internet, e poi rivolgendosi al suo medico. Jonathan comincia a pensare di essere stato colpito da una malattia grave, più ricerca e più scopre infinite possibilità, una più terribile dell'altra. La sua ansia cresce e la sua febbre continua a persistere, indebolendolo sempre più. Finché arriva il risultato dell'HIV. Sí, Jonathan è sieropositivo, ma ci sono anche dei nodi psicologici da sciogliere. Bisogna rivivere la propria storia, far pace con sé stesso ed ammettere di non essere un supereroe, ma un essere normale pieno di debolezze, con un'infanzia fatta di mancanze e di silenzi che hanno intaccato la capacità di socializzazione, solo così è possibile ricominciare a vivere con serenità e prendere coscienza di sé e della propria forza interiore. Un libro intimo, senza alcun filtro, che cattura il lettore e loconduce per mano dentro questo viaggio introspettivo che inizia nell'infanzia e finisce in un momento di magica stabilità emotiva.

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    Maria

    04/07/2020 19:17:40

    Quoto la recensione di Giacomo. La storia merita attenzione e l’autore ispira onestà e sensibilità. Ma la letteratura è un’altra cosa. Oserei dire che non basta una storia forte, se non c’è una rielaborazione, uno stile. Ma evidentemente per l’industria libraria ( non uso la parola “letteraria” di proposito) di oggi, basta, avanza e arrivi in finale allo Strega. Più che un libro, sembra la giustapposizione di pagine di un blog scritto senza pensarci troppo. La punteggiatura è usata malissimo, le frasi troppo brevi sono fastidiose. Candidatura inspiegabile.

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    joe roberts

    04/07/2020 09:59:30

    Storia di una fuga da un ambiente violento e da un passato famigliare che avrebbero potuto stritolare il protagonista. La febbre come sintomo di un disagio profondo, dell'impossibilità di trovare il proprio posto nel mondo. Il desiderio primario di nascondersi, per la vergogna di appartenere a un mondo degradato; poi la volontà di mostrarsi a tutti con le proprie ferite e le proprie debolezze: un'uscita dagli inferi mediata dalla cultura. Libro sincero, giocato su due linee temporali che alla fine si incontrano.

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    Giacomo

    21/06/2020 00:34:11

    E' una storia profondamente toccante scritta da un uomo sensibile e sicuramente molto buono e di grande onestà intellettuale. Ma non è uno scrittore, non sa gestire lo stile, il libro sembra uno di quei best-seller scritti tutti in discorso diretto. La cosa positiva di ciò è però ancora una volta la sua onestà: Bazzi è un giovane originario della periferia milanese che parla con il linguaggio di quei quartieri. Ma non riesce a farlo con maestria, "parla come mangia" ma nulla più. Non l’avremmo fatto arrivare tra i finalisti del premio Strega, dove un tempo arrivavano scrittori come Pavese o Gadda (e lo diciamo con totale disinteresse personale), anche se i temi di cui parla, l’omosessualità e l’infezione da HIV, sono di grande importanza e meritano attenzione. Il protagonista cresce tra pregiudizi e violenza psicologica nella triste periferia milanese di Rozzano. Durante la prima giovinezza cerca l’amore romantico quasi disperatamente, ma passa da una delusione all’altra e spesso finisce a letto con persone sconosciute, sotto la spinta del desiderio sessuale, che sente quasi come una condanna, ed è forse da una di queste che viene infettato. Non si può non voler bene a questa persona, delicata e innocente, e così sfortunata. Ma per oggettività bisogna dire: la letteratura ha anche aspetti tecnici, come ogni mestiere richiede competenza. In “Febbre” troviamo solo il difficile “mestiere di vivere”.

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    Annalisa

    16/06/2020 11:03:06

    Da leggere. Una storia di vita importante, narrata bene

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    Giulia

    08/06/2020 21:20:10

    Una storia moderna, con uno stile graffiante e molto simile al parlato. Una storia di riscatto da un ambiente chiuso e violento grazie alla cultura e all'ironia. Copertina: 4 Storia: 5 Stile:4

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    Sabina sorriso

    08/06/2020 20:15:01

    HIV e cap 20089. Passato e presente. La febbre e la vita. In questo romanzo, una storia autobiografica, dopo un'infanzia ed adolescenza difficile il protagonista si ritrova a 31 anni nel 2016 sieropositivo. Il libro è diviso in capitoli che si dividono in linee temporali diverse: Jonathan bambino che cresce in una Rozzano che lo odia e lui odia e Jonathan adulto alle prese con una febbre che non va via. Da una vita famigliare difficile vissuta con i nonni nel Bronx di Milano, dove necessitava di affetto ed attenzioni che i genitori non gli danno e cresce piuttosto isolato non giocando con i ragazzi della sua età, ma preferendo giochi da femmina, alla vita vissuta a Milano dove frequenta l'Università e da lezioni di yoga per guadagnarsi da vivere e dove un giorno si ritrova con una una febbre spossante. Nel libro il protagonista non ha filtri, è schietto, senza vergogna e senza paura di mostrare le sue debolezze ed insicurezze si racconta esprimendo il suo disagio, la sua ansia e altri suoi stati d'animo in cui a volte capita di ritrovarsi durante la lettura. "Davanti al pregiudizio alzare la posta: meglio tacere? Lo sapranno anche i muri". Il blackout di Bazzi è stata una lettura che si prestava alla quarantena. Una terra, la nostra, paragonata alla Rozzano, con l'aggiunta di un virus e con la scrittura di un autore senza maschera che non voleva vivere la vita con una mascherina, ma nella libertà del suo essere, essere sé stesso! Ed ecco che si parla di bullismo, malattia, omosessualità, diversità, balbuzie, di difficoltà ad accettarsi e del rifiuto da parte degli altri. L'unica cosa che non si può cambiare sono i parenti, si dice in questo libro e nella vita, tuttavia anche la malattia capita senza che si possa scegliere. La scrittura è travolgente, c'è del folklore nelle battute di una nonna meridionale, c'è un potpourri di emozioni che sono la febbre di tutti! Copertina: 5 Storia: 5 Stile: 5

Vedi tutte le 242 recensioni cliente

I vincitori del concorso "Caccia allo Strega" 2020

Giulia D. – Recensione stregata scelta da Jonathan Bazzi

Sopporto dunque sono: un mantra che l’autore e protagonista del libro deve aver ripetuto per troppo tempo. “Febbre” è la storia vera e aspra di Jonathan Bazzi, figlio di un passato che delude, abbandona eppure si lascia amare. Un passato che è una madre che nasconde la realtà e un padre che si nasconde dalla realtà. Sullo sfondo una cittadina, Rozzano, dove la scuola è un capriccio che ci si sbriga da soli e dove è lecito star male solo se si è malati. E Jonathan si ammala quando contrae l’HIV. La malattia si mette al centro della scena, lui la frantuma prima e la risemantizza poi. Malattia che diventa vessillo di un’identità cercata febbrilmente e poi respinta per pudore; che è alibi per star male e non sentirsi in colpa. Il virus è per Jonathan uno spartiacque, l’anno zero dopo il quale il tempo smette di decrescere e inizia a procedere. Frase, punto fermo, a capo. Frase, punto fermo, a capo: a ogni affermazione Jonathan sembra prendere le distanze da sé, o forse vuole solo dare pari dignità alle tante, contraddittorie, anime che lo abitano. Bazzi si racconta con uno stile martellante e frammentato, tra parole scelte con cura quasi chirurgica e un fare un po’ seduttivo e un po’ timoroso; un uomo che smette di guardarsi con gli occhi degli altri, distratti e giudicanti in parti uguali, e che con fatica e onestà rivela ogni strato di sé. A ogni strato si attacca una paura, ogni strato è in cerca di qualcosa: tenerezza, protezione, accettazione. Una storia che ha addosso luoghi e odori che spaventano e insieme attraggono; che è fuga da una vergogna atavica, ma anche bisogno di tenere insieme pezzi che hanno deciso di stare lontani. Il risultato è un puzzle turbolento, davanti al quale il lettore si sente a tratti voyeur e a tratti testimone. Con atmosfere dense e violente, “Febbre” racconta che ogni alba è solo un’occasione, l’ennesima, per gioire di essere diversi e un po’ sbagliati. Copertina: 4 Storia: 4 Stile: 4

elisa - la_dilettrice

"Ho deciso di essere un sieropositivo che si lascia individuare, che racconta più che lasciarvi immaginare. La precisione è l'arma di cui mi sono munito. La compagnia degli altri, la soluzione che ho scelto." In questo romanzo d'esordio, candidato al Premio Strega, Jonathan Bazzi racconta se stesso alternando due piani temporali. Il 2016, l'anno in cui inizia ad avere una febbre persistente e invalidante, e gli anni della sua crescita, fra i palazzi delle case popolari a Rozzano, hinterland di Milano, sud. Forse perché fin dalla prima pagina so già che è una storia vera, raccontata da chi l'ha vissuta, ed è subito corpo, sudore e sangue. Forse perché Jonathan mi porta nella sua infanzia e adolescenza, ed è tutto così difficile e crudele che aspetto che il riscatto si concretizzi qualche pagina più in là, senza chiedermi nemmeno che forma dovrebbe avere, il riscatto. Forse perché la scrittura è ritmata, pulita, asciutta ma tutt'altro che asettica. Forse perché sono cresciuta a pochi kilometri e a pochi anni di distanza, ma ho solo sfiorato da lontano una realtà come quella narrata. Forse per tutto questo insieme, e per il magico potere di certe alchimie che si creano anche fra libri e persone, ho iniziato a leggere Febbre e non l'ho mollato fino a quando non l'ho "divorato, lasciandolo intatto'' (che frase!). È un libro che parla di dolore, ma è percorso da una luce che solleva. Sospetto che sia la forza della verità che, una volta ancora, rende liberi. Stile 5, Storia 4, Copertina 4

Fertilmente

“Tra gli scatoloni in cemento delle case popolari io sono cresciuto in un’intercapedine, respirando una bolla d’aria diversa […] Mi sono abituato all’idea che mi dovrei vergognare di quello che sono e ho capito che il patto velenoso si può spezzare raccontando tutto […] A Rozzano mi sono esercitato a intonare una nota più alta. Stonata? Non chiudo la bocca. Resisto fino a quando non attaccherà l’accordo giusto” Per cercare questo accordo il 1 dicembre 2016 Jonathan scrive un articolo e racconta tutto.Decide di spezzare il patto e mostrarsi per quel che è,decide di raccontare in questo libro come sia arrivato ad intonare quella nota,a riprendere il controllo,parla di Rozzano,dove è cresciuto in un quartiere popolare in cui le vie hanno nomi di piante e fiori,“una specie di Sud ma senza il calore del Sud[…]sradicato e reimpiantato in fretta”,di una famiglia trasferita dietro al sogno di un lavoro,di una madre che per anni ha visto poco,di un padre narcisista e manipolatore che colleziona matrimoni e bugie, della sua balbuzie, di amori ideali per ragazzi sfuggenti e sesso consumato con sconosciuti sgradevoli,della scuola di parrucchiere, dell’amore per lo studio e dello yoga,di una ricerca di perfezione che lo ha perseguitato tutta la vita,la voglia di diventare inattaccabile e di piacere. La storia inizia con una febbre inspiegabile e lunghissima, che lo sfianca e gli toglie energie.Visite,esami,ricerche terrorizzate su Internet,paura di ogni sorta di malattia mortale e alla fine una diagnosi, l’HIV, tra un flashback e l’altro,in un avanti e indietro che “spiega” modi di essere e di agire. Apparente accettazione,depressione,la mente che comanda il corpo e lo conduce sull’orlo del baratro e poi,piano piano una svolta.Farmaci,cambi di prospettiva e quel marchio che ora lo caratterizza.Come un segno distintivo.Quel “virus,una bestiola un po’ scema che ha paura del rosa”,di una pillola rosa come un confetto,che diventa semplicemente un’abitudine. COPERTINA:4 STORIA:5 STILE:4

Daniele

Identità. Non è forse quello che tutti noi bramiamo di più? Quello che proviamo a raggiungere per tutta la vita, fallendo ad ogni tentativo? Quello che a volte ci inventiamo pur di trovare un’apparente sicurezza? L’identità: l’unico obiettivo che per ogni passo in avanti si allontana di dieci. Il Jonathan protagonista la trova un’identità, anche se non è proprio quella che tutti ci aspetteremmo per un ragazzo di trent’anni. È quella di malato. HIV, da sempre considerato più un simbolo che una malattia. Dei simboli però facciamo troppo spesso quello che ci pare, così Jonathan rompe il tabù, perfora il silenzio con l’arma che ama di più: le parole. Nel delirio rivelatore – della Febbre o della Letteratura? – racconta due storie che si intrecciano e giocano tra loro. La prima, quella della ricerca (che si fa sempre più violenta: per chi non è così?) di un’identità; la seconda, quella di un’identità scoperta con cui fare i conti. “Mi spiace, ci devi convivere tutta la vita – con la sensazione di essere fallato, guasto, rovinato per sempre”. La storia è piena di sapori. Ingredienti: materiale autobiografico condito con ansie, paure, ricerche sul web per abbattere la sensazione di morte che si avvicina, insicurezze, impulsi improvvisi, riflessioni empatiche e disarmanti. Con l’aggiunta di una salsa agrodolce di rapporti amorosi contraddittori, da una parte l’amore che salva, dall’altra quello che umilia, sottomette: una richiesta di violenza. Il piatto è servito freddo con uno stile spezzato che non lascia prendere aria. Una frase sull’altra con un ritmo veloce che sommerge, soffoca. Fatti crudi raccontati in maniera cruda. Che piaccia o no, lo stile riflette quel turbamento, quel dramma che tutti proviamo quando cresciamo e ci ritroviamo davanti agli aspetti più importanti di noi, potenti e incontrollabili ma nostri, sempre nostri, meravigliosamente nostri. Copertina: 5 Storia: 5 Stile: 4

Cristiano

Un romanzo di formazione tra le rovine della periferia milanese. Jonhatan, animo ipersensibile, cresce nella sua "Rozzangeles", un paese che gli germoglia dentro, come un filo spinato attorno al cuore e gli occhi, come erba selvatica tra brutti palazzi ed anonime vie senza uscite. L'anima manga si corazza gradualmente tra abbandoni, violenze in famiglia, morti violente e quotidiane sopraffazioni. Complice un immaginario pop che mai l'abbandona, l'adolescente trova una sua strada lavorativa ed un amore. Ma l'ombra di un palazzo livido più grande incombe sull' animo dell'ormai 31 maestro di yoga: L' Aids. Bazzi dipinge un moderno affresco del "profondo" Sud coattamente integrato in un Nord algido, senza pietà. Bazzi puntella un solido romanzo attraverso un originalissimo pastiche linguistico, innesta una prosa rapida, puntuale e lirica che ricorda il Tondelli più intimista di "Camere Separate", e riesuma dagli anni 80 il francese Guibert più doloroso con le sue cronache dei primi malati di Aids de "Le protocol compassionel". Accattivante la scelta di una copertina Pop il cui contrasto cromatico tra rosso e giallo, unita ad una simbologia che richiama le reliquie dei santi, cattura l'attenzione del lettore e riassume icasticamente il plot romanzesco. Copertina: 4 Storia: 4 Stile:4

Per Jonathan Bazzi scrivere il romanzo d’esordio, in gran parte autobiografico, Febbre (326 pagine, 18, 50 euro) è stato allo stesso tempo un bisogno intimo e un atto politico. La casa editrice Fandango che lo ha pubblicato ha intuito la funzione morale e sociale di un libro che ha il grande pregio di liberare il lettore dai pregiudizi nei confronti dei sieropositivi. Leggere, pertanto, diventa un atto politico in sé, come scrivere: lo stesso autore afferma che le persone sono soprattutto il loro prendere posizione rispetto a circostanze, fatti e vissuti.

Jonathan ha poco più di trent’anni, vive a Milano con il compagno Marius, frequenta la facoltà di Filosofia e si mantiene insegnando yoga. Ben presto, 37 diventa un numero ossessivo: la linea sotto la quale non scenderà più la sua temperatura corporea, «il confine, lo spartiacque – tra quello che ero e quello che sono». Una stupida febbricola di cui non si comprende la causa, non subito almeno, e che lo fa sprofondare in uno stato quasi catatonico. Tenta di reagire continuando a trascinare il suo corpo alle lezioni di yoga, sebbene da diverse settimane la stanchezza e la fatica non lo abbandonino, al punto che anche mangiare richiede uno sforzo eccessivo. Vuole solo dormire, dimenticare il suo malessere, il suo corpo madido di sudore. La sua testa, però, diventa un vortice di idee e pensieri pessimistici: crede di essere vicino alla morte a causa di una malattia che non ha ancora scoperto, ma che pian piano lo isola e lo catapulta in quella dimensione che segna la linea di demarcazione tra i malati e i non malati, fino a quando non scopre di essere sieropositivo.

Una scoperta che diventa una vera e propria catarsi, ovvero la liberazione dell’anima dall’irrazionale, dai conflitti interiori e dallo stato di ansia in cui si era riversato. Attraverso la scrittura, l’autore cerca di restituire le impressioni, gli stati d’animo e i dubbi che hanno preceduto e poi accompagnato la scoperta del virus. Ciò che sorprende è la reazione di Jonathan a tale scoperta che avrebbe sconvolto chiunque, ma non lui che riesce a trasformare la malattia in opportunità: affronta il dolore, lo attraversa da parte a parte, lo riduce in frammenti con le parole. Sceglie di essere un sieropositivo che si lascia individuare, che non teme di raccontare come si convive con l’HIV e non ha paura di mostrare la propria fragilità.

«Col virus voglio farci qualcosa, agire su di lui, modificarlo, non essere inerme, subirlo – mi interessano sole le cose con cui posso imparare. Scriverne, per esempio, sfruttando la mia condizione di privilegiato, di contaminato che non prova vergogna. Rinominare quello che mi è successo, appropriarmene con le parole, per imparare, vedere di più: usare la diagnosi per esplorare ciò che viene taciuto. Darle uno scopo, non lasciarla ammuffire nel ripostiglio delle cose sbagliate»

Febbre, però, è anche altro. È il racconto di un’adolescenza trascorsa a Rozzano, una delle periferie più difficili di Milano, «il Bronx del Nord: il paese dei tossici, degli operai, degli spacciatori. I tamarri, i delinquenti, la gente seguita dagli assistenti sociali». È nelle periferie che si trovano i problemi della città: povertà, disoccupazione, ambiente degradato, delinquenza, violenza. Nascere e crescere in questi luoghi può diventare una condanna, una punizione per una colpa che non si sa bene quale sia. «Rozzano mi odia. Rozzano l’ho odiata», scrive Bazzi che racconta la difficoltà di vivere l’omosessualità in un contesto chiuso, complicato; il timore di ritrovarsi solo e di non essere accettato; il terrore di essere invisibile, non solo in una realtà più vasta come può essere un quartiere, ma anche all’interno della propria famiglia, anch’essa stigmatizzata. Non è un’infanzia serena quella di Jonathan: con genitori separati, è cresciuto con i nonni e gli zii in una periferia che diventa la sua carta d’identità («ho Rozzano incastrata nel nome, se parlo di me devo parlare di lei»).

«Ai bambini invisibili», è tutto racchiuso nella dedica del romanzo che si legge nella primissima pagina del libro. In tutta la sua esistenza, infatti, deve fare i conti con la voglia e il desiderio di essere altro, ma soprattutto con la difficoltà di convivere con il giudizio di chi lo vuole «altro», diverso: per il padre è Desireè, la figlia che non è nata; per i nonni è Antonio, il nipote che si sarebbe fatto rispettare. Febbre è anche la storia di una famiglia che conosce la violenza e, in mezzo a tanti egoismi, dimentica la fragilità di un bambino che convive con la consapevolezza di essere invisibile, persino per la madre verso la quale nutre un rapporto quasi di dipendenza, mentale più che fisica, che ostacola le tappe del suo percorso verso l’autonomia. Ancora di più per il padre. Si potrebbe, forse, parlare di un’infanzia negata, vissuta tra il rifiuto di crescere (Jonathan, per esempio, usa il biberon fino a 10 anni; va in bicicletta con le rotelle fino a 12 anni) e il desiderio di affrancarsi ed emanciparsi dagli affetti che, con la loro “non presenza”, sono diventati fin troppo ingombranti, provocando delle ferite insanabili.

Con una scrittura dolce e allo stesso tempo severa e un linguaggio mai ricercato ma schietto e spontaneo, Bazzi regala una sensazione di profonda intimità alle sue pagine, che contengono ampie e appassionate riflessioni sulla sessualità e sulle relazioni interpersonali ai tempi dei social. Ciò che viene fuori è un libro che racchiude l’origine di tutto ciò che Jonathan è stato ed è: una sorta di crocevia esistenziale in cui si incastrano diversi tasselli, tante micro-storie legate assieme da un filo autobiografico. È chiara la presa di coscienza dell’autore, consapevole che la vita costringe a rinunciare agli ideali e fare i conti con la realtà che, nel suo caso, vuol dire affrontare una malattia che stravolge non solo il corpo, ma anche l’anima a causa dell’idea della morte che irrompe prepotente. Attraverso la malattia, però, Bazzi sembra imparare a conoscersi, a comprendere quel connubio uomini- male che nasconde radici profonde, radici nel cosiddetto «non amore», la patologia che forse più teme e lo ha fatto soffrire. «La ferita dei non amati non si rimargina più?», si e ci chiede nelle ultime pagine. Forse non saremo in grado di dare una risposta, ma per un profondo senso di giustizia l’autore vuole che «tutti sappiano la verità», fatta di storie ed esperienze di cui è stato testimone intimo e privilegiato. Storie in cui affiora la durezza conosciuta fin da piccolo tra le mura domestiche. Ecco che la scrittura diventa la cura.

Un potentissimo esordio quello di Bazzi, non v’è dubbio: attraverso le parole è riuscito a svestirsi del mantello dell’invisibilità e a ritrovare il suo posto nel mondo, a dare uno scopo a ciò che gli è accaduto: fare in modo che gli altri, i «non malati», capiscano che «i sieropositivi sono ovunque, schiera sommersa, silenziosa. E vi stanno a guardare».

Recensione di Arcangela Saverino

 

11 gennaio 2016: a Jonathan viene la febbre, una febbre che non va più via, una febbricola bassa, ma continua e spossante che sembra togliergli tutta la sua energia vitale.

Quel giorno cambia radicalmente la sua vita: diventa “il confine, lo spartiacque – tra quello che ero e quello che sono” [pag. 9]. Si inizia la ricerca della causa di quel malessere, lunga ed estenuante, quasi quanto la malattia stessa. Dopo mesi ecco la risposta a ogni dubbio: tre lettere, quello che sembra un marchio a vita, HIV.

Jonathan è stranamente sollevato; almeno adesso la sua strana malattia ha un nome, si può tenere a bada ma l’entusiasmo dura poco e ben presto sprofonda in un profondo stato depressivo. Trascorre le sue giornate nell’apatia più completa alternando le molte ore di sonno alle altrettante passate davanti al computer alla ricerca di una diagnosi ulteriore: un tumore, la SLA, non può essere solo l’HIV a farlo stare così male.

Saranno l’amore di Marius, il suo compagno, la caparbietà della madre a cercare di trascinarlo fuori dalla sua depressione un passo alla volta.

Il romanzo si sviluppa su due piani temporali diversi: quello del presente, di Milano, di Marius, della loro casa e dei loro gatti, della depressione post diagnosi, e quello del passato, della sua adolescenza a Rozzano, quartiere della periferia sud di Milano. Ci racconta tutto: il suo essere figlio non cercato di un amore giovanile e nella gioventù rimasto, la difficoltà di crescere in un quartiere dominato dall’ignoranza e da una mascolinità tossica e in quel luogo scoprire la propria omosessualità

Febbre è un libro forte, spiazzante e unico. È un percorso di riscatto e liberazione da stereotipi e stigmatizzazioni. Con la sua scrittura chiara e coinvolgente Bazzi riesce, senza mai cadere nel pietismo, a trascinarti nel suo mondo e a farti trovare la bellezza dove non credevi fosse possibile esserci.

Recensione di Marianna Danesi
Si ringrazia il Master Professione Editoria dell'Università Cattolica di Milano

 

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