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recensione di Papetti, V., L'Indice 1991, n. 4

A ventiquattro anni Giorgio Manganelli scrive della prosa di Henry James: "Essa ha la qualità apparentemente fragile, e la miracolosa lucidità del cristallo; e del cristallo ha l'impalpabile signorilità, il senso di inalterabile, di compiuto in sé medesimo..." (p. 299). È il 1946. Le officine dell'Istituto Editoriale Italiano licenziano la prima e unica traduzione italiana di "Confidence", il quinto romanzo di Henry James. Traduzione e introduzione sono oggi riproposti, tali e quali, nella collana di Einaudi "Scrittori tradotti da scrittori". Anzi con qualche refuso in più. Sarebbe stato facile qualche anno fa per Manganelli ripercorrere le 300 pagine di "Fiducia" e correggere errori e refusi, ma scelse di non farlo. Volle lasciare questa onesta foto di sé, appena uscito dalla guerra, al primo assalto alla letteratura inglese e al mondo editoriale. Era stato un partigiano tranquillo in quel di Roccabianca, provincia di Parma. Una volta sola lo sfiorò il pericolo di finire davanti al plotone d'esecuzione tedesco, ma per colpa del suo profilo in apparenza non ariano. Alto, magro, occhialuto avrà pescato con dita curiose i due tomi di "Confidence" su qualche bancarella milanese, ben sapendo che si trattava dell'edizione più rara di quel romanzo, pubblicata a Londra nel 1879 da Chatto & Windus e non utilizzata nemmeno nell'edizione critica a cura di H. Ruhm (1962).
Segnaliamo qualche refuso: a p. 21 r. 14 dove non si parla di "lavoratori" ma di "laboratori", a p. 59 r. 28 non c'è "verde" in nessuna delle versioni inglesi, a p. 179 r. 11 la risata non è "larga" ma "breve". Abbandoniamo i refusi per un'occhiata al tavolo di lavoro del giovane traduttore: il suo ricamo sul ricamo jamesiano è troppo fine per non presupporre che non consulti almeno il Concise Oxford e il Premoli. Il Premoli gli suggerisce di tradurre "inn" con "osteria" a p. 3 r. 4, memore di un'Italia rusticana in cui l'osteria era "anche albergo per viaggiatori di bassa condizione", "I am making love" con "Sto facendo all'amore" (p. 18 r. 2) nel senso "dell'onesto praticarsi che fanno i fidanzati", e "vow" con "protesta" (p. 205 r. 27) in quanto "solenne dichiarazione della propria volontà". Questi arcaismi sorprendono nel passo leggero e rapido di questa prosa.
Manganelli affronta con innata maestria l'avvolgente sintassi jamesiana, la restituisce con lo stesso ritmo e la stessa luminosità. Si veda un raro brano descrittivo a p. 184: "D'improvviso portò la mano al cuore; batteva celermente. Un'immensa convinzione era sorta in lui - improvvisa, in quel luogo ed in quel momento - che per un istante gli mozzò il respiro. Era come una parola detta nel buio. Trattenne il respiro per ascoltare. Era innamorato di Angela Vivian, e il suo amore era ardente passione. Sedette sulle pietre, ricolmo d'un senso come di angoscia".
"Confidence" è un romanzo dialogico del periodo in cui James era più che mai attento al teatro inglese. In particolare è da Congreve che imita la sottile claustrofobica strategia dialogica. Anche a Congreve potrebbe riferirsi quel che Manganelli osserva in James "...le cose non dette non hanno meno importanza di quelle dette. La sua prosa si ricostruisce così a due piani, uno di essi è quello visibile che ci scorre innanzi, e l'altro non meno indispensabile, ci viene suggerito, o ci si rivela, in sùbiti silenzi e allusioni a fior di labbro" (p. 300). Angela Vivian e Bernard Longueville, Blanche Evers, il suo eterno corteggiatore, il capitano Lovelock e l'onesto marito Gordon Wright derivano da quei densi contenitori di storie che sono i personaggi delle commedie della Restaurazione.
James intreccia questi personaggi attorno a un tema morale: la fiducia, una variante più sofisticata del "contratto" che i personaggi congreviani discutono indefessamente. Ma la fiducia corre da uomo a uomo, o dalla vecchia signora Vivian, puritana ma in fondo mercenaria, all'eventuale marito della figlia. Le due giovani donne sono osservate con sospetto. Sembrano poste al di sopra della fiducia, come Angelica, amata appassionatamente ma non stimata, o al di sotto, come Blanche, logorroica, ambigua, falsa oca, tenuta a bada da tutti. Anche il giovane traduttore sembra partecipare del disagio maschile di fronte a questi tre archetipi femminili: la seduttrice, la coquette, la mezzana. E in riferimento a loro anche la sua parola s'inceppa. Alla sua prima apparizione Angela è descritta in uno strano vestito grigio "fermato in alto, come era allora di moda e sfoggiava l'ampio orlo di un corpetto rosso" (p. 9 r. 4-5) in inglese "...a gray dress, fastened up as was then the fashion, and displaying the broad edge of a crimson petticoat". Alla maniera vittoriana l'audace Angela sollevava un po' la gonna su quella che impropriamente chiameremmo sottogonna, mostrando quel rosso luciferino del suo orgoglioso carattere. Se James concede che Angela sia una perfetta signora ("a perfect lady"), Manganelli si limita a "una giovane perfetta" (p. 12 r. 23). La vigile madre avrebbe "sui capelli un nastro di morbido biancore, come l'ala di una colomba" (p. 25 r. 27) per "a band of hair as softly white as a dove's wing". Anche il parasole rosa ("pink parasol") di Blanche si carica di pericoli allorché diventa "un parasole purpureo" (p. 73 r. 8), e lei non ha le "incantevoli trecce" (p. 91 r. 31) di certe ragazze emiliane degli anni quaranta, ma boccoli ("tresses"). "Conversation House", introvabile in qualsiasi dizionario, è genialmente tradotto con "Casin•". Di questo ingenuo, felice, antico merletto siamo grati al giovane Manganelli.