Categorie

Alejandra Pizarnik

Curatore: C. Cinti
Editore: Crocetti
Collana: Lèkythos
Anno edizione: 2004
Pagine: 198 p.
  • EAN: 9788883061264
Approfitta delle promozioni attive su questo prodotto:

Da quando è morta suicida (anche se oggi si dubita che il gesto sia stato volontario) a soli trentasei anni nel 1972, Alejandra Pizarnik, una delle voci più intense e originali del Novecento argentino, non ha smesso di destare interesse, adesioni appassionate e vivaci polemiche. Ne è prova lo studio con cui Claudio Cinti chiude la raccolta antologica da lui curata per Crocetti. Cinti sembra respingere la tesi del suicidio, ma la cosa che lo irrita di più è il fatto che la critica letteraria abbia voluto insistentemente sovrapporre la vita dell'autrice e soprattutto la sua fine all'esegesi della sua poetica. Non è accettabile che tutta la sua poesia si possa spiegare come un percorso disegnato che conduce inevitabilmente alla morte cercata.

Con attenta conoscenza della vasta bibliografia in proposito, oltre che dell'opera in causa, ma con una tale veemenza da perdere qualche volta quella freddezza di giudizio che in genere si pretende dal critico, Cinti attacca studiosi autorevoli come Guillermo Sucre e scrittori rinomati come César Aira, tra gli altri, perché secondo lui l'idea del suicidio dovrebbe risultare "opaca" o, meglio ancora, "gonfia di riflessi inesistenti" in un'autrice che "inscrive con naturalezza e sin dall'inizio il discorso sulla morte, quale elemento del proprio quehacer [daffare, attività, lavoro] nel corpo stesso della poesia". Cinti cita molte dichiarazioni di Pizarnik, rilasciate in diverse interviste, nonché alcuni testi di dichiarata intenzione teorica: "Penna in mano, penna sulla pagina, scrivo per non suicidarmi" (testo senza data raccolto in Prosa Completa, Lumen, 2002); oppure: "La poesia non è una carriera, è un destino (...). Sicché affermo che essere nata donna è una disgrazia, come lo è essere ebrei, essere poveri, essere neri, essere omosessuali, essere poeti, essere argentini, ecc. ecc. È chiaro che l'importante è ciò che facciamo con le nostre disgrazie" (questionario in "Sur", 1971, n. 326).

E si sarebbe d'accordo con Cinti nel respingere una linea di lettura che egli definisce morbosa, se essa impedisse di vedere la fermezza dell'edificio poetico in questione, la solidità del pensiero filosofico che lo fonda, l'originalità del suo verbo. La presente antologia d'altra parte testimonia con efficacia anche le varianti stilistiche dell'autrice, che sa concentrarsi in brevissime liriche dove spesso la metafora unica segnala la congiunzione drammatica tra il mondo osservato e l'intimità costantemente lacerata; oppure sceglie il poème en prose, o la forma della sentenza, o la forma della confessione. Vediamone alcuni esempi: "Questo lillà si spoglia. / Cade da se stesso / e occulta la sua vecchia ombra. / Morirò pressappoco così"; "Ed è sempre il giardino dei lillà dall'altro lato del fiume. Se l'anima domanda se è lontano le si risponderà: dall'altro lato del fiume, non questo ma quello"; "E soprattutto guardare con innocenza. Come se nulla fosse, il che è vero"; "Parlo come si parla in me. Non la mia voce che si ostina ad assomigliare a una voce umana ma l'altra voce che attesta che non ho smesso di abitare nel bosco".

Cinti trova la sua chiave di lettura nella ricerca di una "perfezione poetica" che per Pizarnik è uguale alla libertà, all'amore e anche alla morte, intesa quest'ultima come spazio dell'assoluto, a contrasto con ciò che vive, che è perennemente incompiuto, e sofferente, quindi alla ricerca di compiutezza, calma, silenzio, assoluto, termini che alla fine si confondono con la morte. O nella morte trovano la propria immagine riflessa. "Scrivere una poesia - dice ancora Alejandra - è riparare la ferita fondamentale, lo squarcio". E poi: "Desideravo un silenzio perfetto. Per questo parlo". Illuminante l'accostamento alla poetica del boliviano Jaime Saenz e giusti i riferimenti alle letture amiche e complici di coloro che in vita sono stati in effetti molto vicini all'autrice: Olga Orozco, Julio Cortázar, Octavio Paz.

Le traduzioni sono precise, talvolta discutibili, ma spesso indovinate nel cercare termini non letterali ma risultato di un indubbio lavoro d'interpretazione. La figlia dell'insonnia è un'opera che lascerà sicuramente traccia nella memoria dei buoni lettori di poesia. Era dovuto questo riconoscimento a un'autrice dello spessore di Pizarnik e proprio perché arriva con un ritardo di qualche decennio (ma non sarebbe purtroppo l'unico caso nel mercato editoriale italiano), un riconoscimento speciale va al curatore nonché all'editore.

Recensioni dei clienti

Ordina per
  • User Icon

    Cristiano Cant

    07/05/2014 10.38.41

    "Voglio morire del luogo comune che assicura che morire è sognare". Così toglie il disturbo a 36 anni una poetessa degna dei migliori filamenti del cielo, anima sofferta e interdetta al vivere nel seno stolto delle regole avare, al carro chiassoso e sterile del comune e alle sue ruote fangose. Può anche esserci qualcosa di elegantemente esclusivo nel vantare un artista suicida, elevarlo ad onori grandiosi centuplicando nel suo gesto la sua grazia e i suoi tormenti, nobilitare l'opera amplificandone la bellezza e il valore in quegli esiti tragici, in quelle scelte definitive. Se non fosse che gli angeli devono per forza vivere poco, è un imperativo, giacchè fra gli uomini è vera condanna sentire il cielo e non sposarlo fino in fondo.

Scrivi una recensione