Traduttore: C. Mennella
Editore: Einaudi
Collana: Supercoralli
Anno edizione: 2014
Pagine: 553 p., Rilegato
  • EAN: 9788806212087
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Recensioni dei clienti

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    Floriano

    22/10/2017 07:21:22

    Monumentale saga familiare L' america raccontata da componenti distanti tra loro per età e pensiero ma riuniti nella vicenda di più epoche intrecciate tra loro Splendido, crudo e duro da assimilare ma reale vero e ricco di empatia per tutti i personaggi All' altezza di un Richard Ford, romanzo da accostare con rispetto, silenzio ed animo aperto, senza preclusioni Il libro più bello letto quest' quest'anno

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    valter57

    10/11/2016 12:17:30

    Splendido romanzo corale, l'epopea di una famiglia di coloni, i McCullough, dal capostipite Eli nel Texas del 1836, all'indomani della proclamazione dell'indipendenza, sino quasi ai giorni nostri con la pronipote J.A. Veramente interessante la descrizione della vita dei nativi americani (Comanches) con un'accuratezza che non avevo ancora riscontrata. Meyer mi ha stupito e appassionato. Ho già il suo primo libro, Ruggine Americana, pronto da leggere.

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    Marco Tioli

    23/08/2016 08:12:29

    Un po' McCarthy, ma con i punti e le virgole, un po' Faulkner, ma meno sperimentalista, un po' Mo Yan, ma più realistico. Il gran romanzo di Meyer ci conforta, smentendo l'idea che oggi l'epica non sia più possibile. Tre romanzi paralleli che compongono un'unica storia, ritmo narrativo con qualche lungaggine di troppo, lo scrittore ci descrive un'umanità violenta e prevaricatrice ma non la giudica. Per il Grande Romanzo Americano c'è ancora tempo, ma siamo sulla buona strada.

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    gianfranco

    21/08/2016 14:32:20

    libro che andrebbe letto e riletto in quanto i piani narrativi si sviluppano in forma circolare terminando da dove iniziano. Una storia americana che mette a nudo molto luoghi comuni sui coloni, sugli indiani e sui petrolieri in una zona del Texas. Mi ha colpito però anche la descrizione dei personaggi che, pur discendendo da una stesso nucleo familiare, mostrano caratteri e inclinazioni completamente diverse. La storia ci insegna che, in tre generazioni, una famiglia cambierà completamente la sua pelle e che la pretesa di una discendenza che rispecchi il ceppo originario è una pura illusione. Bellissimo

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    Alberto

    18/06/2016 10:44:53

    Un romanzo avvincente, che cattura il lettore, i tre piani narrativi, il capostipite Eli (il Colonnello), Peter (il figlio del titolo) e Jeanne Anne (la nipote) sono differenti come lo sono i protagonisti. Volto alla sopravvivenza Eli, magistrale la sua vita prigioniero dei Comanches; votato alla costruzione della ricchezza per sè e per la famiglia, da difendere e ampliare a tutti i costi, anche con l'omicidio. Peter dall'animo idealista tormentato per l'ingiustizia commessa verso i Garcia, con la redenzione (?) finale d'amore e infine Jeanne dal carattere mascolino che fino all'ultimo però si batte per la unità dei McCullough. Sfata il mito del cowboy di frontiera dalla parte dei buoni, contro i pellerossa - i cattivi - con il terzo incomodo dei messicani. E' imparziale, in un ambiente e in una natura difficili da vivere, ognuno pensa solo a sè stesso. Avrei gradito un glossario per meglio comprendere le specie vegetali, la lingua comanche, ecc. Da leggere.

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    lodina73

    21/10/2015 10:45:47

    un bellissimo libro, un'epopea famigliare che attraversa parte della storia americana recente e non, con momenti di grandissima letterattura. Personaggi stupendi e grande umanità nel sottolineare le differenze di caratteri e la loro personale resistenza alla vita. Secondo me è magistrale la parte sulla prigionia del protagonista fra gli 'indiani' d'America. lo consiglio vivamente a tutti, in particolar modo a chi ama il genere western.

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    LucaMilano

    13/05/2015 10:43:37

    romanzo ambizioso,500 pagine sulla nera epopea di una famiglia americana, 3 generazioni di pionieri tra contese per il territorio e sanguinose rappresaglie; 2 secoli, da metà 800 ai giorni nostri, narrati contemporaneamente alternando tre spazi temporali diversi. il colonnelo Eli, il capostipite, la cui adolescenza e formazione è segnata, nel bene e nel male, dall'aver vissuto anni con i comanches, il figlio, il mite Peter, romantico dalle idee progressiste, inadeguate a quei tempi selvaggi, e in ultimo, la storia più moderna, ma ugualmente drammatica, di Jeannie, pronipote di Eli, colei che più di tutti, ha ereditato la feroce determinazione di Eli, ma con la complicanza di essere donna. Una saga famigliare come pretesto per narrarci l'America stessa. Philipp Meyer sa bene da dove arriva il suo paese, e in che direzione vada, quali responsabilità si siano dovuti assumere i padri fondatori, di cosa si siano macchiati, cosa hanno sopportato, e ce lo racconta in un epico western, dove le civiltà e le razze si avvicendano, inesorabilmente, attraverso sanguinosi episodi senza sconti agli stomaci delicati. Ci sarà sempre un figlio, che si dovrà assumere per conto dei suo avi, l'onere della vendetta, la gestione del patrimonio familiare e l'ingrato compito di rivendicare i diritti dei suoi predecessori.Ottimo romanzo, diverso, più impegnativo e impegnato del precedente "ruggine americana" ,esordio folgorante dotato di un'immediatezza che questo non può avere; in parte "il figlio" paga dazio proprio all'ambizione del progetto, e talvolta si perde nella sua grandezza di epoche e praterie, nondimeno va dato atto all'autore di essersi cimentato in un tema complesso e vastissimo come questa saga familiare, dando prova di una grande conoscenza della cultura e della psicologia americana (in particolare sui nativi) unità ad una fluidità di narrazione e maestria nei colpi di scena. I conti alla fine tornano,tutti, e Meyer si conferma uno dei migliori autori americani viventi.

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    Lomax

    09/05/2015 14:19:18

    A mio giudizio, gli ingredienti da epopea famigliare ci sono tutti, forse un po' stereotipati ma comunque sempre veri; anche i sentimenti e le forze interiori che muovono i protagonisti -seppur ben note (non solo al mondo letterario)- vengono questa volta presentate -con grande abilità narrativa- in modo molto originale. Il tutto condito dalla vecchia ma sempre gustosa "salsa West", a conferire al risultato finale un sapore accattivante, sebbene talvolta l'autore si perda un po', allungando (forse eccessivamente) il brodo, a discapito del coinvolgimento del lettore. Comunque encomiabile la ricerca che Meyer ha svolto per riportare, il più fedelmente possibile, il mondo indiano.

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    Sergio Baldin

    01/05/2015 13:25:58

    L'ambientazione, il tipo di narrazione, per un amante del genere western, come da sempre sono,da come avevo inteso nelle recensioni, mi rendeva questo libro assai interessante. Devo ammettere invece, ora che faticosamente ho finito di leggerlo, che mi ha un pò deluso, non tanto per l'impostazione e le più voci che hanno concorso alla narrazione dei vari periodi storici, piuttosto per quella lentezza, particolarmente presente nella parte più recente, quella di Jeanne. Insomma mi aspettavo meno psicologia e più azione, ma questo è un gusto assolutamente personale, anche se non mi spiego le tante valutazioni entusiaste, del tutto rispettabili, che però, sempre secondo me, rischiano di trarre in inganno, come appunto è accaduto a me.

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    Pier Morandi

    12/02/2015 17:58:46

    Mi è piaciuto lo stile di questo 'giovane scrittore', sia per Ruggine Americana, sia per Il Figlio. Nella musica questo stile viene oggi chiamato Americana (che è poi la musica che amo, scrivo e suono) e il termine potrebbe adattarsi molto bene anche ai suoi romanzi. Non sono storie di frontiera, sono storie di perdenti e 'momentanei vincenti'. Meyer è americano e scrive da americano, ma lo fa bene, con trasporto.

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    Fabio

    03/01/2015 10:07:48

    Il miglior western degli ultimi anni...

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    Piero Giacomelli

    12/09/2014 13:01:57

    Dopo McCharty un altro vecchio che distrugge in maniera minuziosa e dolorosa tutta l'epopea della frontiera in 200 anni di tempo. Con personaggi fermi dentro una recita che qualcun altro sembra aver deciso per loro. Alla fine resta il dubbio che ci sia vera redenzione anche se non ne sarei così convinto. Meritorio in un panorama in cui il grande racconto epico sembra relegato solo alla fantascienza.

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    marina b.

    07/09/2014 14:58:12

    Molto bello, scritto benissimo, forse necessita di lettura accurata, data la narrazione a tre voci ed in epoche diverse. Concordo in pieno con un commento precedente: il quarto capitolo è un capolavoro di narrativa, vale da solo tutto il resto del libro che, è vero, a volte cede un po' sul ritmo del racconto per le lunghe descrizioni e i pensieri introspettivi dei personaggi. Se così non fosse stato scritto però sarebbe stato tutto molto appiattito e banalizzato con il rischio di risultare "telenovela".

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    Valter rizzi

    04/08/2014 20:47:12

    Letto durante un piovoso weekend si è rivelato un'ottima alternativa ai soliti gialli. Malgrado la sensazione di deja vu, anzi di deja lit, per i troppi luoghi comuni dell'epopea western, la lettura si è rivelata piacevole, e i salti temporali non fastidiosi. Unico dubbio, i dialoghi dei pellerossa, un po', troppo... moderni.

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    AdrianaT.

    24/07/2014 09:49:50

    Dopo il modicamente interessante 'Gli spiriti non dimenticano' di Zucconi, avevo abbandonato il filone delle storie di frontiera assieme a 'Cavalli selvaggi' di McCarthy. Questa è un'altra storia western, l'ennesimo romanzo di frontiera con cavalli, indiani, bisonti, massacri e tutto quel che ci va dietro. Ho pensato che anche questa lettura sarebbe durata poco, e invece ne sono arrivata in fondo, ma avendo ancora in mente il Texas di 'Non è un paese per vecchi' e di Lansdale, ho dovuto resettare il sistema. Crudo, violento, duro dall'inizio alla fine, attraversa più di un secolo: dagli scalpi, ai vaqueros, al petrolio in poi. Diversi livelli temporali di narrazione, un albero genealogico da tenere sott'occhio, quattro pomeriggi di pioggia e la voglia di quegli spazi, di quella polvere: questo è quanto mi è bastato per potermelo sufficientemente godere sebbene sia un po' troppo lungo e la storia, più o meno, sempre quella: evidentemente, in questo momento, avevo voglia di risentirla.

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    Massimo F.

    07/07/2014 18:12:54

    Romanzone epico, potente, con personaggi scolpiti nella pietra e difficili da dimenticare. Solo qualche alto e basso nel ritmo, per il resto siamo ad un passo dal capolavoro per forza narrativa, descrizioni e introspezioni sulle figure (anche quelle di secondo piano) che si affacciano nella storia (anzi, nelle tre storie).

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    Marcello

    09/06/2014 11:31:24

    Avrei detto 4.5. Molto bello,forse inferiore a Ruggine americana, ma questa saga familiare che percorre la frontiera e trasporta fino ai giorni nostri (un po' sbrigativo il salto) il suo epilogo portando con se' tutte le contraddizioni ed i peccati della democrazia americana e' veramente coinvolgente sia come storia in se' sia come documento su quanta violenza, razzismo, bieco interesse abbiano ispirato il potere delle grandi famiglie fino al genocidio dei nativi ed alla schiavitù di negri e messicani. Un imperialismo americano per cui il concetto di libertà ha sempre grondato sangue

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    Roberto Agostini

    27/05/2014 09:35:31

    Cosa fa il lettore? Misura il piacere dalle prime pagine. Delle volte, però, perseverare non è diabolico. Dopo 100 pagine l'indecisione a proseguire ha ceduto in me al piacere intenso di sapere come andrà a finire, complice la traduzione coinvolgente. Ma è soprattutto perfetta la composizione degli ingredienti di questa nuova saga americana, che Meyer distilla e rimescola: amore e odio, ricchezza e povertà, natura e metropoli, ecc. Potrebbe essere un feuilleton, una soap, diviene la tragedia americana tipica, familiare, comprensibile solo a questi livelli nello sfrenato e super-ambizioso capitalismo statunitense. Raccontare il "tipico" è certe volte più difficile. Meyer evita ogni rischio inquadrando in modo serrato, compiuto la vicenda (non una sbavatura, non una ripetizione, dettagli credibili e nuovi) e dandoci, come gli eccellenti narratori, personaggi non facilmente dimenticabili, perché eroici o perché umili. Fra i due livelli(estremi) della narrazione, il grande paesaggio americano, il Texas più che altrove simbolico di transizioni distruttive, praterie che diventeranno campi petroliferi, baracche grattacieli, e uomini e donne da pionieri spietati ma animati da vita e istinto, a magnati vuoti e fiacchi se non fosse perché possiedono milioni di dollari e migliaia di vite altrui. La loro l'hanno persa, o la stanno perdendo. Romanzo sociale, quindi, oltre che sentimentale e avventuroso. E romanzo dei "figli" che rimpiangono i "padri", non possono far altro, oppure li dimenticano con la rimozione, e anche questo è l'atroce destino delle generazioni che Meyer ha portato sulla scena.

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    guido

    22/05/2014 18:08:23

    4,5. Un romanzo potente, asciutto, definitivo. Questo libro è da leggere, era da molto che non mi imbattevo in un lavoro di questo livello.

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    Ugo Goy

    02/05/2014 13:22:25

    Monumentale. Menzione per il "racconto breve" dell'assalto iniziale alla casa del giovane Eli.

Vedi tutte le 26 recensioni cliente (dalla più recente) Scrivi una recensione

    Ogni luogo, a ben vedere, è anche sempre un gomitolo di tempo: nelle sue spire sono avvolte le storie di chi lo ha attraversato, abitato, plasmato. Ma in terre dal passato gonfio di sangue, "la memoria è una maledizione". È quello che sostiene Philipp Meyer in questo suo nuovo romanzo, Il figlio (ed. orig. 2013, trad. dall'inglese di Cristiana Mennella, pp. 553, € 20, Einaudi, Torino 2014), a proposito del Texas, terra di "giganti", in cui la morte è stata per secoli "compagnia abituale", e i popoli più diversi vi si sono succeduti a ondate, come "sciami di formiche che spuntano con il primo caldo e muoiono con i primi freddi". Ricostruendo una saga familiare lunga sei generazioni, dai primi coloni di inizio Ottocento agli ultimi eredi di una dinastia di petrolieri, Meyer cerca nella storia di questa regione le radici dell'identità americana e vi scopre in una cieca spirale di violenza e sopraffazione, che illude gli uomini soltanto per poterli meglio gettare in pasto a un oblio le cui "tracce spariscono appena si alza il vento". Il successo di Ruggine americana (2009), crudo romanzo d'esordio sui costi umani della crisi economica e sui sogni traditi delle nuove generazioni, in una Pennsylvania prostrata dalle dismissioni industriali, era valso a Meyer la menzione nella prestigiosa lista, redatta dal "New Yorker", dei venti migliori scrittori "under 40" in circolazione negli Stati Uniti. Cinque anni più tardi, Il figlio si presenta come un lavoro ancora più ambizioso, un western anomalo che esplora le ragioni storiche di quel declino e narra lo spropositato prezzo, in termini morali, pagato dalla società americana al demone della grandezza. Non a caso, come epigrafe, Meyer sceglie una citazione di Gibbon sulla caduta dell'impero: "La fortuna (…) non risparmia né l'uomo, né le sue opere orgogliose, e seppellisce imperi e città in una tomba comune". Al centro di Il figlio c'è la storia dei McCullough, una famiglia giunta in Texas quando era ancora un desolato spazio vuoto sulle mappe, infestato dai selvaggi, ma aperto alle possibilità del sogno e della conquista. Meyer segue le vicende della famiglia, alternando le voci narranti di Eli, colonnello centenario che ha vissuto l'epopea del West, è stato rapito dai comanche e, dopo essere tornato ai bianchi, è divenuto suo malgrado inflessibile schiavista di messicani e sterminatore di nativi; quella di Peter, suo figlio, petroliere, uomo di acuta sensibilità morale, insofferente nei confronti di ogni violenza e ingiustizia, e pertanto reputato debole; e quella di Jeanne, la pronipote del colonnello, alle prese con una eredità industriale sulla via del declino, inesorabilmente sorpassata da una modernità che ha imboccato altre strade. Questo intrecciodestini è rievocato da Meyer con una forza narrativa non comune. Non mancano scene cruente, al modo del Cormac McCarthy di Meridiano di sangue (1996), cui il romanzo è legato da profonde affinità. Anche quella di Il figlio è infatti un'epica negativa, tesa non a esaltare il mito della frontiera, ma a sbriciolarlo fin nelle fondamenta. Solo in apparenza solitario, il Texas di Meyer è un affollato palcoscenico di ruberie, stupri, omicidi, violenze, in cui tutto si ottiene (terre, bestiame, armi, donne) strappandolo ad altri: "non c'era niente di quello che prendevi che non appartenesse già a un altro". Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si depreda: in una natura ostile, l'istinto di sopravvivenza necessario alla difesa di sé degenera inavvertitamente in inclinazione al sopruso e alla prevaricazione: "gli americani (…) rubavano una cosa e poi pensavano che nessuno avesse il diritto di rubarla a loro. Ma in fondo era quello che pensavano tutti: se prendevi una cosa, avevi il diritto di tenerla per sempre". Senza dubbio, la parte più riuscita del libro è quella sull'educazione indiana del giovane Eli, che a tredici anni si trova a vivere nella tribù che ha sterminato la sua famiglia e lo ha rapito. A poco a poco, il ragazzo si lascia assimilare dai comanche, fino a cacciare con loro, a innamorarsi delle loro figlie, a guidarli in battaglia, scoprendo in essi gli unici esseri umani di cui gli importi qualcosa. Il tema del bianco rapito dai nativi è un classico delle letterature americane: si pensi al magistrale racconto, nell'Aleph di Borges, della giovane inglese rapita dagli indios e liberata dai bianchi, che decide di scappare e tornare alle pampas. Di solito, tuttavia, gli anni selvaggi sono lasciati in ombra, li si può appena immaginare. Meyer invece si sforza di raccontarli, descrivendo la vita di una tribù comanche intorno al 1850. Può darsi che al vaglio attento di un antropologo non tutti i dettagli risultino corretti. Ma questo mondo di pura necessità, in cui ogni azione è dettata dalla lotta per sopravvivere, rammenta quanto sia folle la pretesa di eternità dell'uomo occidentale: "mai visto un bianco che non ti guarda stupito quando lo ammazzi", dice a un certo punto un comanche, con lo sprezzo di chi sa quanto siano fragili i fili cui è legata la vita. L'esistenza dei nativi è terribilmente vicina a quella animale, ma proprio per questo anche profondamente umana: "Potevi massacrare, saccheggiare, ma finché lo facevi per persone che amavi non contava. I comanche non avevano mai secondi fini – non c'era niente di quello che facevano che non fosse per proteggere gli amici, la famiglia, la banda. Il morbo della guerra affliggeva solo l'uomo bianco, che combatteva negli eserciti, lontano da casa, per gente che non conosceva". Un personaggio come Eli, abituato dalla vita a far coincidere desiderio e azione, si trova alla fine davanti a un nemico dal quale non sa difendersi. Sulla famiglia McCullogh, infatti, gli anni si affrettano con il passo di una storia che sorpassa tutto: dopo averle combattute da entrambe le parti, il colonnello si trova a vivere in un mondo in cui le guerre indiane sono sostituite dalle lotte per il petrolio e la sua esperienza è considerata il relitto di un'epoca perduta. Allo stesso modo, qualche decennio più tardi, la sua pronipote si vedrà calata in una società ingrata, disgustata dalla rozzezza di ciò che rappresenta la sua famiglia. È questo, pare suggerire Meyer, il destino di tutto il Texas, terra reputata un tempo "un bastione di civiltà nel deserto, una fortezza contro le selvagge regioni indiane" e ora percepita come "custode di un vecchio ordine, meno civilizzato, che ostacola il progresso e tutto quel che esiste di buono sulla terra". Il romanzo di Meyer descrive un'umanità ferina, che ha costruito il proprio successo aggrappandosi alla volontà di superare ogni ostacolo. Come Peter, il figlio del colonnello, disprezzato perché poco incline all'azione, ora però si trova davanti a dubbio pericoloso: quello di chi ha cominciato a domandarsi se valga la pena di continuare a lottare. Non è un caso, del resto, se la prima parola che Eli impara in lingua comanchee.   Luigi Marfè