Il filo e le tracce. Vero, falso, finto

Carlo Ginzburg

Editore: Feltrinelli
Collana: Campi del sapere
Anno edizione: 2006
Pagine: 340 p., ill. , Brossura
  • EAN: 9788807103957
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I sedici contributi che Carlo Ginzburg ha raccolto in questo libro (con riscritture anche profonde) sono tutti successivi ai suoi grandi libri di ricerca (da I benandanti del 1966 a Storia notturna del 1980). Rispetto alle precedenti riflessioni metodologiche dell'autore (ricordiamo Miti emblemi spie del 1992, Occhiacci di legno del 1998, Rapporti di forza del 2001), questa non si limita a mettere a fuoco alcune specificità tematiche (ben espresse nel titolo), ma si presenta anche come una lunga postfazione metodologica alle ricerche sulle fonti che hanno impegnato per decenni un importante innovatore della storiografia internazionale.
Postfazione. Si, perché l'autore maturo commenta i percorsi compiuti (fra entusiasmi e tormenti) dall'autore-ricercatore: svelando motivazioni allora inconsapevoli o inespresse, rendendo esplicite connessioni intellettuali solo accennate o rimaste sotto traccia, mettendo in prima linea adesioni e polemiche rispetto a dibattiti che hanno avuto per protagonisti non solo storici ma anche nemici della storia.
Sulla scia di un importante saggio di Arnaldo Momigliano – ma in piena e arricchente autonomia – Ginzburg ci fa riflettere sul contributo dell'antiquaria alla storiografia moderna, e non solo per il superamento dell'annalistica. Finora si era dato peso alla fusione fra antiquaria e histoire philosophique operata da Gibbon negli anni settanta-ottanta del Settecento, oppure (ma lo hanno fatto essenzialmente i medievisti) alla capacità di Louis de Thomassin di applicare prima, all'inizio di quel secolo, ad aspetti non solo materiali, ma anche sociali e istituzionali, i metodi di un'antiquaria che da una dimensione "senza tempo" passava a dissertazioni arricchite di cronologia. Qui si ragiona su un campo più lungo, valorizzando un filologo-antiquario udinese della metà del Cinquecento, Francesco Robortello; identificando nel Montaigne del saggio sui Cannibali non tanto il fondatore dell'antropologia (la definizione è di Tzvetan Todorov) quanto il praticante di un'antiquaria liberata dalla pedanteria; dedicando un capitolo a Jean-Jacques Barthélemy e al suo Voyage du jeune Anacharsis en Grèce (1788), ricco di informazioni sulla vita materiale. Il Montaigne che porta alla luce "le implicazioni morali e intellettuali della Wunderkammer" supera il giudizio di Galileo (analizzato da Panofski) sullo "studietto di qualche ometto curioso" adornato di "coselline" simili a quelle che secondo lo scienziato pisano si trovavano nel Tasso, contrapposto ad Ariosto, in grado di dare l'idea di "una guardaroba, una tribuna, una galleria regia". Con la capacità di mettere in cortocircuito campi diversi del sapere – dalla "mistura" stilistica del mantovano Palazzo Te di Giulio Romano al confronto fra le concezioni della storia di Balzac e Stendhal –, Ginzburg sonda i passaggi faticosi della disciplina storica, in cui filologia, erudizione e accertamento rispondono a questionari istintivi del tempo e del contesto in cui operano gli storici.
Se le domande rivolte al passato sono individuali o ambientali, è d'obbligo essere relativisti? No. Ginzburg si affianca a Giovanni Levi nella critica al soggettivismo di Hayden White, contrario alla distinzione fra storia e finzione; e al postmodernismo di Frank Ankersmit, che riduce tutta la storiografia a una dimensione testuale. Non importa se il soggettivismo estremo si è spostato, nel Novecento, dalla destra alla sinistra ideologica, non importa se per White la rinuncia alla verità può generare tolleranza: non solo nel suo scetticismo entra in contraddizione (quando nel contestare il negazionismo sull'Olocausto di Faurisson invoca l'esistenza di realtà innegabili), ma è cieco rispetto al molto che si può fare per individuare tracce e collegarle con filo, esile ma "intelligente". Le obiezioni di Ginzburg non si richiamano certo al positivismo come "decifrazione letterale dei documenti" (ma davvero era solo questo? gli storici positivisti non erano constatatori creduloni ma pretendevano, come ha dimostrato Enrico Artifoni, di individuare nella storia vere "leggi" come nelle scienze). Abbondano gli esempi del lavoro che si può sviluppare dalle tracce. Si può confermare che i falsi Protocolli dei Savi di Sion (1903) hanno come fonte il Dialogo agli inferi di Marcel Joly (1864) e poi scoprire l'"anello francese" fra i due testi: un giornalista antisemita di fine Ottocento, Edouard Drumont. Si possono individuare topoi narrativi che accomunano Flavio Giuseppe al racconto dello sterminio di una comunità ebraica del 1348. Ci si può interrogare sulla cronologia della "noia" che Stendhal denunciava come sopravvenuta nella società francese (a imitazione di Inghilterra e Stati Uniti) fra 1806 e 1832. Si può soprattutto, com'è avvenuto a Ginzburg, scoprire che le fonti inquisitoriali erano state trascurate a torto: denunce e testimonianze erano per lo storico più preziose delle confessioni; gli inquisitori non riuscivano a capire i benandanti (i "nati con la camicia" protagonisti di riti di fertilità) se non inquadrandoli nelle proprie conoscenze sulla stregoneria, e costringendoli quindi a confessarsi stregoni. Anche gli antropologi, come gli inquisitori, hanno corso questi rischi: lo storico deve rapportarsi alla buona antropologia e, se necessario, fare ricorso alla mitologia comparata, come è stato fatto nella Storia notturna a proposito del sabba.
Certo, questo non è storicismo. Se, come Ginzburg fa, si attinge il dibattito sulla storia anche da intellettuali che storici non sono stati, si ottengono risultati di grande interesse ma ci si può imbattere in quella confusione: avviene a Paul Oskar Kristeller, che confonde i due concetti nel giudicare l'opera di Siegfried Krakauer, collocabile invece fra i padri nobili della microstoria, persuaso com'è che "le forze più significative si manifestano in ciò che è piccolo e insignificante". Gli storici, giudicati dagli "altri", sono spesso ricondotti al ruolo di studiosi (e teorici) del progresso, ma quelli bravi da tempo non sono così. Attingendo all'esterno, Ginzburg ricorda la lezione di Erich Auerbach, convinto che "attraverso un evento accidentale, una vita qualunque, un brano preso a caso si possa giungere a una comprensione più profonda dell'intero".
In Italia, in particolare, si è generata una corrente di ricerca (la microstoria) che si è data un nome e addirittura una collana ("Microstorie" di Einaudi) mentre l'acquisizione di una consapevolezza teorica e metodologica era ancora in corso. Ora c'è, e grazie a Levi e Ginzburg è ben netta: "La microstoria accetta il limite costitutivo del mestiere dello storico, esplorandone le implicazioni gnoseologiche e trasformandole in un elemento narrativo"; "Ogni configurazione sociale è il risultato dell'interazione di innumerevoli strategie individuali: un intreccio che solo l'osservazione ravvicinata permette di ricostruire". Si pensi ai diversi esiti di un parallelo classico: il giudice, di fronte all'incertezza delle prove, deve fermarsi al "non è certo", lo storico invece innesca un approfondimento dell'indagine. Non è la sola strada per fare buona storia, e l'andirivieni fra macro e microstoria di Marc Bloch continua a essere un modello proponibile. Le integrazioni non devono essere né invenzioni né ricostruzioni della catena degli avvenimenti (alla Dilthey), ma quelle implicite nel valore conoscitivo della narrazione: però, come ha dimostrato Nathalie Zemon Davies scrivendo il suo libro su Martin Guerre e poi collaborando alla sceneggiatura del film, il vantaggio della storia scritta è che può ricorrere ai "forse".
Questo libro ci convince che sono da valorizzare le linee spezzate anziché continue e che "filtri e schemi accecano e fanno vedere nello stesso tempo", che un piccolo numero di documenti "può essere molto più illuminante di un'enorme quantità di documenti ripetitivi". Ma ci convince anche che ciò è possibile quasi soltanto se c'è, di fronte a essi, uno storico dalla sterminata cultura come Carlo Ginzburg: solo così i contesti si illuminano e si innescano connessioni, anche le più impensate.
Un mio ricordo adolescenziale, in chiusura: nel 1961 il bluesman Willy Dixon cantava "non puoi conoscere il pesce dal lago". Giusto. Qualcosa del lago (purezza, temperatura, altitudine) si può invece apprendere dal pesce.
  Giuseppe Sergi