Categorie
Traduttore: F. Cavagnoli
Editore: Einaudi
Anno edizione: 2005
Pagine: 145 p., Rilegato
  • EAN: 9788806172138
Approfitta delle promozioni attive su questo prodotto:
Disponibile anche in altri formati:

€ 12,75

€ 15,00

Risparmi € 2,25 (15%)

Venduto e spedito da IBS

13 punti Premium

Attualmente non disponibile Inserisci la tua email
ti avviseremo quando sarà disponibile


“Così iniziai a capire che esortare Cruso a mettersi in salvo era fiato sprecato. Invecchiare nel regno della sua isola senza nessuno a dirgli mai di no aveva circoscritto il suo orizzonte a tal punto – per quanto l’orizzonte intorno a noi fosse vasto e maestoso! – che Cruso era ormai persuaso di sapere tutto del mondo. E poi, come scoprii più tardi, era scemato in lui il desiderio di fuggire. Il suo cuore era determinato a rimanere fino al giorno della sua morte sovrano di quel minuscolo reame.”

Dev’essere divertente per un “mastro scrittore” come Coetzee prendere spunto da un capolavoro della letteratura per ricreare una storia riprendendone vari fili più o meno sospesi e intrecciando con questi nuove trame. Dev’essere divertente perché l’hanno fatto in molti, riuscendo spesso a dare vita a un diverso, autonomo romanzo, pur lasciando intendere tutte le ispirazioni alla base del nuovo racconto. L’hanno fatto Bjorn Larsson con il suo La vera storia del pirata Long John Silver, dall’Isola del Tesoro di Stevenson, Marcela Serrano con Arrivederci Piccole Donne dalla storia di Louisa Alcott o Isabel Allende con il recentissimo Zorro, per citarne solo alcuni.

Il divertimento ora è dello scrittore sudafricano J. M. Coetzee, Premio Nobel per la letteratura nel 2003, grande narratore, abile costruttore di scenari, attento osservatore della natura, del paesaggio, degli animali.

Foe è un romanzo datato 1986, dunque non fa parte della produzione più recente dell’autore, ma contiene tutti gli elementi che costituiscono la struttura dell’intera sua creazione narrativa: la descrizione sistematica e profonda dei personaggi, la fatica esistenziale dei protagonisti e l’attenzione che questi dimostrano nei confronti della sofferenza altrui, la natura amica-nemica, la civiltà ingabbiante e la voglia di sfuggirle, la passione viscerale per la scrittura.

Nessuna storia meglio del Robinson Crusoe di De Foe poteva incarnare queste componenti ed è proprio da questo romanzo d’avventura, di libertà e di sopravvivenza che parte la storia di Coetzee, che sceglie di aggiungere alle due figure maschili dei protagonisti storici, Cruso appunto e Venerdì, una femminile, Susan la quale, vagando alla ricerca della figlia rapita due anni prima da un inglese, approda fortunosamente sull’isola in cui i due vivono. Venerdì è un servitore di colore a cui qualcuno (forse lo stesso Cruso?) ha mozzato la lingua, Cruso è un uomo bianco di una sessantina d’anni con occhi verdi e capelli color paglia che abita in una capanna di pali e giunchi. Un Cruso padrone, accentratore, scostante, anche un po’ misogino seppur con naturali pulsioni verso l’altro sesso che tuttavia riesce quasi sempre a dominare; un uomo che non tiene un diario perché pensa che non vi sia nulla da ricordare o da raccontare agli altri e che crede che l’unica, più che sufficiente testimonianza del suo passaggio sull’isola siano i terrazzi e i muretti costruiti: un naufrago nell’intimo. Un Cruso malato e destinato alla morte (con cui si chiude la prima parte del romanzo) che trova nei suoi ultimi giorni il sincero affetto di Susan, persona intelligente, ironica, attenta: una figura positiva (forse un alter ego dello stesso Coetzee) che, non credo a caso, lo scrittore fa impersonare a una donna (ricordate la sua Elizabeth Costello?). È lei a portare in salvo Venerdì, che altrimenti sarebbe rimasto completamente abbandonato sull’isola deserta in balia degli eventi, è lei a raccogliere le memorie di quell’esperienza e a interpellare il signor Foe, scrittore di professione, perché da quel racconto faccia nascere una storia importante, degna di essere ricordata, che renda immortali i protagonisti. Che poi questo conduca la sua vita in una direzione nuova, che dia origine all’illusoria possibilità di liberare definitivamente Venerdì rimandandolo alla sua terra d’origine in Africa e che sia l’inizio di un rapporto intellettuale e personale tra la donna e Foe basato inizialmente sul senso e sul valore della scrittura, per dilatarsi poi verso il significato dell’esistenza e il valore della testimonianza strettamente legata all’importanza e al peso del silenzio angoscioso e obbligatorio di Venerdì, è storia da leggere e che non è bene riassumere troppo.

Un’ultima notazione: peccato che non sia “obbligatorio” indicare tra i copyright anche quello dell’edizione originale italiana. Chi acquista il volume non sa che questo è già stato pubblicato nel 1987 in Italia, per i tipi Rizzoli, e l’anno successivo riproposto nel circuito Euroclub, in entrambe le edizioni nella versione di Gianni Pilone Colombo. Ora ne è stata fatta un’altra traduzione, firmata Franca Cavagnoli, e l’Einaudi edita il volume nella collana prestigiosa dei Supercoralli, rendendo così interessante l’acquisto anche per chi avesse già letto il romanzo in precedenza: perché dunque non citare il percorso storico del testo?

A cura di Wuz.it


Le prime frasi del libro:

«Alla fine non riuscii più a remare. Avevo le mani piene di vesciche, la schiena scottata, il corpo dolorante. Con un sospiro, sollevando appena qualche spruzzo, scivolai nell'acqua. A lente bracciate, con i lunghi capelli che mi fluttuavano intorno, come un fiore di mare, come un anemone, come una medusa di quelle che si vedono nelle acque del Brasile, nuotai verso l'isola sconosciuta; per un poco nuotai come avevo remato, controcorrente, poi, d'un tratto, libera, mi lasciai trasportare dalle onde fin dentro la baia e sulla spiaggia.
«Mi abbandonai sulla sabbia cocente, la testa colma del fulgore arancio del sole, mentre la camiciola (l'unica cosa con cui ero fuggita) mi si asciugava addosso, incrostandosi; ero stanca, grata, come lo sono coloro che si sono salvati.
«Un'ombra nera calò su di me, non di una nuvola ma di un uomo cinto da un alone accecante. "Naufragio, - dissi con la lingua impastata. - Ho fatto naufragio. Sono sola". E tesi le mani piagate.
«L'uomo mi si accovacciò accanto. Era nero: un negro con un'irsuta testa lanosa, nudo, non fosse stato per un paio di brache grezze. Mi tirai su e osservai la faccia piatta, i piccoli occhi spenti, il naso largo, le labbra carnose, la pelle non nera ma di un grigio scuro, secca, come cosparsa di polvere. "Agita", provai a dire in portoghese, e feci il gesto di bere. Non reagì, ma mi guardò come avrebbe fatto con una foca o una focena gettate a riva dalle onde, prossime a morire e a venire possibilmente squartate e mangiate. Accanto a lui c'era una fiocina. Sono giunta sull'isola sbagliata, pensai, e lasciai ricadere la testa: sono giunta su un'isola di cannibali.
«Allungò una mano e con il dorso mi sfiorò il braccio. Sta tastando la carne, pensai. Ma, a poco a poco, cominciai a respirare più adagio e mi calmai. Puzzava di pesce, e di lana di pecora in una giornata torrida.
«Poi, giacché non potevamo restare così per sempre, mi misi a sedere e di nuovo feci il gesto di bere. Avevo remato tutta la mattina, non bevevo dalla sera prima; pur di avere dell'acqua, non m'importava se dopo mi avrebbe ucciso.
«Il negro si alzò e mi fece segno di seguirlo. Mi condusse, irrigidita e dolorante, attraverso dune sabbiose e lungo un sentiero che s'inerpicava nell'entroterra collinare dell'isola. Ma avevamo appena cominciato a salire che sentii una fitta, e dal calcagno tirai fuori una lunga spina dalla punta nera. Sebbene l'avessi massaggiato, di lì a poco il calcagno si gonfiò finché, dal male, non riuscii nemmeno a zoppicare. Il negro mi offrì la schiena, facendomi capire che mi avrebbe portato lui. Esitai, perché era esile, più basso di me. Ma non potei farne a meno. Così, un po' saltellando su una gamba, un po' in groppa a lui, con la camiciola rimboccata e il mento che gli sfiorava i capelli crespi, salii il pendio, mentre la paura si attenuava in quello strano abbraccio a rovescio. Non badava a dove metteva i piedi, notai, ma addirittura schiacciava sotto le piante interi viluppi delle stesse spine che mi avevano trafitto la pelle.
«Ai lettori cresciuti con i racconti di viaggio, le parole isola deserta potrebbero evocare un luogo di sabbie soffici e alberi ombrosi, dove scorrono ruscelli che placano la sete del naufrago e gli cadono in mano frutti maturi, dove gli si richiede solo di trascorrere le giornate sonnecchiando in attesa della nave che lo riporterà a casa. Ma l'isola sulla quale avevo fatto naufragio io era un luogo del tutto diverso: una grande collina rocciosa dalla cima piatta, a picco sul mare tranne che su un lato, punteggiata di cespugli stenti che non fiorivano mai e non perdevano mai le foglie. Al largo dell'isola c'erano banchi di alghe brune che, portate a riva dalle onde, sprigionavano un fetore disgustoso e nutrivano sciami di grandi pulci chiare. Le formiche brulicavano ovunque, simili a quelle che avevamo a Bahia, e tra le dune viveva anche un altro insetto nocivo: un essere minuscolo che si annidava tra le dita dei piedi e, rosicchiando, si apriva un varco nella carne. Persino la pelle dura di Venerdì non era loro di ostacolo: nei suoi piedi c'erano crepe sanguinanti, sebbene non ci facesse caso. Non vidi serpenti, ma nelle ore più calde della giornata lucertole uscivano a scaldarsi al sole, alcune piccole e agili, altre grandi e sgraziate, con collari azzurri intorno agli opercoli, che allargavano di colpo quando si spaventavano, sibilando con sguardo truce. Ne catturai una e cercai di addomesticarla, nutrendola di mosche; ma non mangiava carne morta, sicché alla fine la lasciai libera. C'erano anche scimmie (di cui parlerò più avanti) e uccelli, uccelli dappertutto: non solo nugoli di "passeri" (o cosi almeno li chiamavo) che svolazzavano tutto il giorno cinguettando di cespuglio in cespuglio, ma, sulle scogliere a picco sul mare, grandi colonie di gabbiani e gavine e sule e cormorani, così che le rocce erano bianche dei loro escrementi. E, nel mare, focene e foche e pesci di ogni specie. Così, se la compagnia di creature brute mi fosse bastata, sulla mia isola avrei potuto vivere felice. Ma chi, abituato alla pienezza della parola umana, riesce ad accontentarsi di gracchi e cinguettii e strida, e del latrato delle foche, e del gemito del vento?

Recensioni dei clienti

Ordina per
  • User Icon

    GMT

    15/04/2013 07.53.24

    Un libro piuttosto noioso che vuol dire cose "filosofiche" in una cornice da romanzo, e fallisce entrambi gli obiettivi. Se l'argomento fosse stato la percezione della schiavitù da parte degli schiavizzati, diciamo guardare con il loro sguardo, il libro avrebbe potuto essere interessantissimo e davvero nuovo (pensa te, nuovo di questi tempi!) ma qui non si va oltre la manfrina meta-letteraria. Un premio nobel?

  • User Icon

    Raffa

    02/04/2006 17.42.42

    il bello di questo libro è proprio la sua enigmaticità.. non è certo un romanzetto da intrattenimento, va riflettuto a lungo. il finale così incomprensibile è lo scopo di coetzee, che vuole che mettiamo in moto il nostro cervello e interpretiamo a modo nostro la sua scrittura. cmq mette a fuoco molti problemi sul mestiere dello scrittore e sul colonialismo.

  • User Icon

    Ilaria

    25/03/2006 20.29.29

    Ottima riscrittura del famosissimo 'Robinson Crusoe' firmato dal primo romanziere britannico Daniel Defoe, 'Foe' è un testo fortemente influenzato dalle vicende del Sudafrica durante l'Apartheid che mette in risalto il rifiuto antimperialista (il suo autore è uno dei maggiori scrittori africani postcoloniali di lingua inglese, premio Nobel per la letteratura nel 2003). Venerdì è uno schiavo nero cui è stata mozzata la lingua, privo di qualunque bellezza e fortemente soggiogato al volere del suo padrone. Egli risulta abbrutito dalle continue vessazioni subite e la sua mutilazione, con il conseguente mutismo, è metafora dell'impossibilità per i colonizzati, quantunque ormai liberi, di far sentire la propria voce. Il romanzo mostra quanto la storia di Robinson Crusoe abbia affascinato intere generazioni di lettori e di scrittori, sebbene si distacchi dalla trama e dai motivi originali. Susan Barton naufraga sull'isola già abitata da Cruso, pigro violento e ormai vecchio, e dal suo schiavo Venerdì. Dopo un anno sull'isola i tre naufraghi si imbarcano per far ritorno in Inghilterra, dove Susan commissiona il racconto delle esperienze sull'isola allo scrittore Foe (la cui vita ricorda esplicitamente quella di Daniel Defoe). È un testo da non considerare una lettura 'leggera' e spensierata, poiché non è una semplice 'versione moderna' del Robinson Crusoe, ma un testo che prende solo spunto dalla storia del naufrago per conferire ad essa profonde implicazioni culturali e storiche.

  • User Icon

    Patrizio

    23/03/2006 12.11.33

    E' la prima volta che leggo interamente un libro di Coetzee e devo dire che mi ha lasciato con l'amaro in bocca. Non tanto la parte centrale della narrazione che scorre in attesa di una svolta che mai arriverà, quanto un finale incomprensibile. Forse erano tutti fantasmi? Boh! Comunque deludente.

  • User Icon

    paola

    12/10/2005 11.41.40

    Deludente e anche di più. Non si capisce l'ostinazione della casa editrice nel ripubblicare un titolo che, già a suo tempo, non aveva entusiasmato nessuno. Le prime tre parti banali e scontatissime. L'ultima diventa contorta e pretenziosa ma, ciò nonostante a lettura ultimata non resta nulla. Peccato, la trama sarebbe stata molto valida ed originale.

Vedi tutte le 5 recensioni cliente (dalla più recente) Scrivi una recensione